«La letteratura in ciascuno dei suoi generi comincia con la fiaba e con la fiaba finisce. Pure, la fiaba si avvicina soprattutto alla poesia. Per via di ritmo, ripetizioni, stringatezza, immaginazione, nostalgia, dramma, tragedia e trattazione penetrante delle cose dell'uomo, creazione di oggetti, persone, animali nuovi, unici in natura e nella società, recanti in sé la nostre speranze, paure e gioie profonde e ampie...».
Colpo di fulmine della giuria all’ultimo Festival di Cannes, Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è stata una delle più sorprendenti Palma d’Oro degli ultimi anni. La visionaria parabola filmata dal thailandese Apichatpong Weerasethakul ha stregato soprattutto il presidente della giuria, Tim Burton, che ha trovato nel cinema del regista orientale quegli elementi cari alla propria poetica cinematografica, come la disposizione all’indagine, rappresentata in modo fiabesco, di un mondo popolato da strani personaggi, in cui confinano vita morte e rinascita.
A volte un film da ricordare nasce anche così, grazie alla perseveranza di chi l’ha immaginato, di chi ha fortemente creduto che il suo progetto avesse qualcosa di importante da raccontare. E qui ci sono ben due storie da raccontare: la prima riguarda il sorprendente esordio alla regia del teramano Marco Chiarini, una vicenda di impegno, passione, fiducia e intelligenza; di ostinazione e lungimiranza. La seconda, la più importante, è la splendida fiaba che ne deriva. Senza esagerare, L’uomo fiammifero è una pellicola che rigenera lo stanco e provinciale cinema italiano, sempre più ingrigito e avvitato su sé stesso, sui suoi stereotipi, sulle sue storie senza nerbo e senza respiro.
«Mi scusi, per trovare Dio?», domandò il piccolo maialino è una fiaba di Michael Schmidt-Salomon, illustrata dal designer Helge Nyncke. In Italia è stata appena pubblicata da Asterios Editore.
Per la serie belli, indipendenti, mal distribuiti, dunque invisibili o quasi, ecco arrivare in Italia l’ultima pellicola dell’ ex Monty Python Terry Gilliam, a due anni dall’insuccesso di pubblico e critica ottenuto con I fratelli Grimm e l’incantevole strega. In realtà Tideland, nuova incursione nel fantastico del regista di Minneapolis, è pressoché coevo a I fratelli Grimm (2005) ma talmente mal distribuito da arrivare in Italia circa due anni dopo la sua ultimazione. Non solo, è arrivato anche in pochissime copie (uscito il 31 ottobre, a Roma è presente solo in due sale di nicchia, figuriamoci altrove), tanto da non lasciar dubbi sulle possibili fortune economiche che (non) troverà.
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