Luis Buñuel soleva dire che quando una trama l'annoiava, c'infilava un sogno. Ammissione che ben s'attaglia a buona parte del suo periodo messicano, improntato a una produzione alimentare in cui l'unico margine di libertà era l'inserimento random di un dettaglio stonato, di una zampata onirica. Fellini, da contro, aveva con i sogni un rapporto meno ideologico e belligerante. Ci si baloccava con gusto, li estraeva dalla tuba come un illusionista di provincia, e soprattutto amava pasticciare col cancellino da lavagna il famigerato confine tra realtà e fantasia.
Duecento pagine di vignette, più del doppio di strisce umoristiche dalla vis tagliente, lucida, autoironica, spiazzante. La vita secondo Woody Allen è un’edizione di lusso che farà impazzire i fan – e non sono pochi, per fortuna – del regista tra i più prolifici del Novecento.
Saranno grossomodo le cinque del mattino, ad Adana negli anni Sessanta, quando l'occhio filmico di Yılmaz Güney si apre in bianco e nero su un mezzo della nettezza urbana che, spruzzando acqua a destra e a sinistra, pulisce le strade. Imperturbabile quel camion netturbino passerà implacabile a scandire varie sequenze, immagine-messaggio. Il film esordisce immediatamente in regime di metafora: infatti un mezzo così moderno (per quegli anni, si intende) e avanzato, in un luogo così povero e affollato del sud turco, da cosa ripulisce le strade e i viali alberati della borghesia impiegatizia, a prima mattina?
“Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico?
Luis Buñuel viene studiato nelle università perché insieme a Ingmar Bergman, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e pochi altri è considerato uno degli inventori del cinema cosiddetto “moderno”, dando peso al ruolo del regista all’interno dell’opera cinematografica, superando quindi il classico e anticipando il cinema contemporaneo.
Da Paisà a Salò e oltre è il terzo libro del professor Maurizio De Benedictis pubblicato dalla casa editrice Avagliano, e come il titolo stesso suggerisce si prefigge di analizzare il cinema italiano attraverso un periodo di tempo ben delineato: dal 1946 del capolavoro rosselliniano al 1975 dell’opera postuma di Pasolini. Due film estremamente diversi e lontani nel raccontare la società italiana e differenti soprattutto nel linguaggio – realista il primo, metaforico il secondo – utilizzato per raccontarla.
Prima di recensire il formidabile esordio saggistico di un letterato giovanissimo (classe 1983) e destinato a far molto parlare di sè, il sardo Luca Martello, ho pensato di intervistarlo per farmi raccontare tutto – ma proprio tutto – su "Groucho e i suoi fratelli. La vita e l'arte dei Marx Bros" (Castelvecchi, 2010). Almeno vi preparate per bene e per tempo a questa micidiale esperienza estetica. Buon viaggio.
“I due racconti di questo libro sono le facce di una stessa medaglia: vano insieme ma l'uno sarebbe sorpreso di leggere l'altro, tanto differente. Un po' di esperienza ci insegna che pari e dispari sono segnati sullo stesso dado e che il dramma e la farsa accompagnano a vicenda un personaggio indeciso o semplicemente mediocre.”
È Flaiano stesso, nell'introduzione, a fornirci la chiave di lettura di “Una e una notte”, testo del 1959 che si compone di due parti distinte eppure complementari, così come lo sono i due protagonisti da cui prendono rispettivamente il titolo.
“È un dato di fatto: la pizza sta a Nuova York come l'angloitalo è la nostra lingua... solamente gli storici, con la loro alterigia, forse, potrebbero dar profondità all'anno 2050”
(Sozi, “Il Menu”, p. 25).
Nei “Fogli di via Veneto” c'è più di qualche passo di straordinario interesse, a dispetto della – consueta – natura frammentaria del testo. In prima battuta, in queste pagine si può ricostruire un (piccolo, ma romantico) spaccato della vita degli artisti romani negli anni Cinquanta e Sessanta: Flaiano raccoglie tutta una serie di aneddoti (protagonisti, Maccari, Cardarelli, Fellini, Brancati), commemora le morti (Brancati, 1954; Cardarelli, 1959; Longanesi, 1957) e descrive via Veneto e Roma com'erano prima degli anni del boom.
La scomparsa di Tullio Kezich
È morto ieri mattina nella sua casa di Roma Tullio Kezich. Kezich era il più grande critico cinematografico italiano. Devo a lui la mia passione per il cinema. Primi di andare a vedere un film, non mi perdevo le sue recensioni apparse prima su Repubblica e poi sul Corriere della Sera. Nessuno come Kezich è riuscito a spiegare ai lettori il nostro cinema e i suoi meccanismi. A lui devo il mio grande amore per Federico Fellini. La sua meravigliosa monografia sul regista riminese rimane ancora oggi un testo fondamentale per comprendere il rapporto tra la realtà e il sogno nei film di Fellini.
Destra introvabile
Dopo il crollo delle ideologie la politica italiana è cambiata. Si è involuta fino a raggiungere l’assoluta insignificanza. Il risultato di questa operazione è la scomparsa dei partiti tradizionali che ha portato l’opinione pubblica a non capire più il senso di un nuovo impegno politico nel quale manca del tutto il riferimento agli ideali, alle passioni e ai valori. Come dire, ai “luoghi” della politica.
Milan Kundera è il più importante scrittore europeo contemporaneo e ogni volta che esce un suo libro è un piccolo evento. Un incontro è una raccolta di saggi che ripercorre vecchi amori dell’autore praghese, partendo da Rabelais fino ad arrivare a Federico Fellini e Curzio Malaparte. Kundera parla del romanzo, dei romanzieri, rivaluta un’arte che in passato è stata considerata secondaria rispetto alla poesia, si abbandona a discettazioni su musica e letteratura, definisce La pelle di Malaparte - opera da noi considerata minore - un romanzo perfetto, l’esempio del contenitore assoluto della materia narrativa.
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