Cambiare il mondo sarà pure impossibile. Ma il tentativo di farlo implica l’immaginazione di qualcosa di diverso: un sogno; e richiede la trasfigurazione della realtà: una poesia. E c’è davvero, nella quotidiana prosa del mondo reale che ci tocca soffrire, qualche cosa che valga la pena più del sogno e della poesia? Merita vivere nell’abbaglio di un’idea forse impossibile. La voce del vecchio Matthew racconta di quando ventenne soggiornò a Parigi, nel 1968. Il clima della città a quel tempo è ben noto, di più, leggendario, ormai.
Sgombriamo il campo da una serie di equivoci: non c’è intento paradigmatico. Non c’è “il ‘68”: siamo nel 1968. Non c’è rivoluzione e protesta, se non nello sfondo: non c’è coscienza e non c’è spirito, se non per intenti e velleità.
Non c’è erotismo, ma c’è una (apprezzabile) perversione; non c’è la Francia, né Parigi – non si confonda l’ambientazione con l’ambiente – : c’è la casa borghese di un poeta di regime (“ogni poesia è una petizione / ogni petizione è una poesia”), arredata con discreta eleganza, a dominare il film.
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