“Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”. La citazione di Horacio Verbitsky è probabilmente una di quelle che meglio potevano funzionare come premessa a “Toghe verdi”.
Erri De Luca rifiuta l'appellativo di autore, non inventa storie, non lavora di fantasia, semplicemente racconta esperienze di vita. Nell'ultimo romanzo “I pesci non chiudono gli occhi” riconvoca intorno a sé il passato remoto dei suoi dieci anni, perché torni presente per lo spazio di poco più di cento pagine. L'uomo di oggi guarda al bambino di allora dalla distanza esatta di mezzo secolo e descrive l'ansia di crescere di un ragazzino che, finite le elementari con un anno di anticipo, supera l'età ad una sola cifra e avverte dentro di sé il cambiamento di chi non conosceva le lacrime e, invece, finisce col soffrire di una “dissenteria degli occhi”, che gli scuote il petto.
Il 2011 di Erri De Luca conferma la sua attenzione viva per le sacre scritture, e così dopo “E disse” dedicato alla figura di Mosè, il napoletano sceglie di dedicarsi a cinque donne rivoluzionarie: “Le sante dello scandalo”, i cui nomi costituiscono straordinaria eccezione, poiché inclusi nell'elenco tutto maschile delle generazioni tra Abramo e Gesù.
Erri De Luca torna alle Sacre Scritture, a quell'Antico Testamento che incanta e atterrisce. Si mette a margine del Libro dei libri e ne dà un'interpretazione propria. Sceglie di raccontare la potenza della parola creatrice che fece il mondo annunciandolo, “Ieì or, sarà luce. In ebraico quattro vocali e una consonante avevano acceso le notti e illuminato il giorno”. Accompagna Mosè sul Sinai, descrive l'incontro con la divinità che si rivela e diventa voce scritta. Gli ebrei fuggiti dall'Egitto “videro la sua parola fare: sopra la roccia e all'interno di ognuno.
“Questa lettera non indica una direzione e non fornisce equipaggiamento. E' un tentativo di scoraggiamento di darsi alla scrittura”.
Lo scrittore napoletano incita così a non divenire scrittori. Il testo di De Luca dovrebbe far crollare speranze e frantumare aspirazioni. Riuscirà nell'intento solo con chi non sente la parola scritta come sua carne e suo sangue. Scrivere, a mio modestissimo avviso, non è arte da tutti e De Luca, tra le righe, lo conferma.
Una farfalla non ha peso, è un volo di luce bianca. Rimanda a qualcosa di altro. La farfalla di questo racconto di Erri De Luca è un simbolo di regalità, come lui stesso ci dice in un'intervista rilasciata per la casa editrice Feltrinelli a spiegazione di questo libro [qua]. Una farfalla bianca si posa sul corno del re dei camosci dopo la prima vittoria contro il maschio che dominava il branco prima di lui, e lì resta durante i venti anni del suo dominio. Una farfalla si posa anche sulla canna del fucile del bracconiere più bravo e veloce di quelle montagne, detto anche lui “re dei camosci” per soprannome, ma il cacciatore la scaccia.
Il re dei camosci e il suo cacciatore. Antagonisti e, per questo, intimamente legati. Avvicinati dalla stanchezza dell’età. Il bracconiere che ruba “sotto gli occhi del padrone di tutto” e il camoscio cresciuto da solo “senza freno e compagnia”. Due creature accumunate dalla diversità e dalla solitudine costruita per indole e per prendersi riparo dal resto.
L’animale è re e patriarca, ha conquistato la sua supremazia in duelli mortali, non risparmiando cornate micidiali agli avversari di stazza inferiore e di peggior talento. L’uomo discende da una vita tra gli uomini, approdato al bracconaggio “dopo la gioventù passata in città tra i rivoluzionari, fino alla sbando”.
“Un papavero rosso all'occhiello senza coglierne il fiore” è scrittura che s'impasta alla vita per raccontarne frammenti indimenticati e indimenticabili. È il sunto di un'esperienza che tocca i poli opposti di gioventù e maturità senza snaturarsi con la prudenza comoda di chi arriva a dire di sé, trattenuto dalla briglia del senno di poi. È un libretto sottile che racchiude “la scarsa cinquantina di mezze pagine scritte il martedì sulla buccia del Manifesto” da Erri De Luca e la arricchisce con l'accompagnamento fotografico di Danilo De Marco.
Miriàm riceve la visita di un vento e un angelo durante un giorno di marzo. Le lasciano un figlio. Nascerà a dicembre. Miriàm diventa ragazza madre.
Luca e Matteo sono i soli a parlarne. Ma Erri De Luca, per una volta, dà voce a lei e a nessun’altro.
Miriàm è promessa a Iosef. Per gli ebrei di Galilea, nel tempo in cui Miriàm visse, era come dire di essere già moglie. Con fiducia e candore, la ragazza parla della visita ricevuta e del suo nuovo stato al futuro sposo. Iosef conosce la legge, come tutti gli uomini, e sa che Miriàm dovrebbe morire lapidata. Lui invece la ama e la sposa lo stesso: Non ascoltò ragioni. Fu uno scandalo. Il villaggio era contro di lui.
Erri De Luca prende spunto dai versi della poeta russa Marina Cvetaeva, (poetessa gli piace poco), e scrive a modo suo di quella che lei definiva “legge dell'attrazione celeste”. Parla della spinta che contraddice la forza di gravità, innalzando il vapore acqueo, gli alberi, le preghiere, ma soprattutto le montagne. “Il peso della farfalla”, allora, torna a ribadire l'amore del napoletano per le alture, per quelle cime che gli uomini un tempo destinavano alle divinità e oggi, invece, sfidano dandosi all'alpinismo, ultimo paragrafo della geografia. Perché ha ragione Melville: Colombo ha esaurito il romanzo della Terra.
Nato in risposta ad una “lettera di una persona giovane che chiede notizie circa la propria spinta a scrivere”, l'ultimo di Erri De Luca è un libretto esile, ma dovrebbe bruciare come uno schiaffo in viso ai grafomani del nostro tempo. Poche pagine scarne, affidate alla Dante & Descartes, libreria e piccola casa editrice come vuole la tradizione partenopea. Pochi fogli in carta porosa ad inaugurare una nuova collana intitolata “Accapo”, come l'inizio ennesimo di uno scrivere che profuma ancora d'inchiostro e segna il bianco dandogli un verso con le sue righe.
Erri De Luca chiude il 2008 inaugurando la collana un racconto per Antigone. Scrive pagine che sono nodo a stringere la memoria intima con quella collettiva. Sceglie la terza persona per raccontare suo padre e il ricordo dei milleduecento giorni di guerra gravati sulla gioventù di quegli anni. Lo fissa in quello scorcio di storia, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del ’43. In quelle settimane eterne, quando “tutto si giocava di ora in ora.
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