Ennio Flaiano non è stato uno scrittore satirico e nemmeno un battutista. Il citazionismo giornalistico e la vulgata intellettuale non sono riusciti ad andare oltre queste semplicistiche definizioni. A cento anni dalla nascita è arrivato il momento di accostarsi all’irriverenza intelligente di Flaiano in altro modo. L’autore di "Tempo di uccidere" può considerarsi un pensatore moralista. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne. Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi.
“I due racconti di questo libro sono le facce di una stessa medaglia: vano insieme ma l'uno sarebbe sorpreso di leggere l'altro, tanto differente. Un po' di esperienza ci insegna che pari e dispari sono segnati sullo stesso dado e che il dramma e la farsa accompagnano a vicenda un personaggio indeciso o semplicemente mediocre.”
È Flaiano stesso, nell'introduzione, a fornirci la chiave di lettura di “Una e una notte”, testo del 1959 che si compone di due parti distinte eppure complementari, così come lo sono i due protagonisti da cui prendono rispettivamente il titolo.
“C’è qualcosa di guasto in questo paese”, dissi.
Pensavo al sottotenente, che anche lui “sapeva”.
“È un impero contagioso”, aggiunsi e riuscii a sorridere.
(Capitolo IV, “Piaghe molto diverse”, p. 136)
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