Dice che uno dei dolori più grandi, forse il più grande in assoluto, che possa toccare di vivere a un essere umano sia quello di perdere un figlio. Un dolore così grande che seppur faticosamente somatizzato nel corso degli anni non smette mai di far soffrire e sono sufficienti una foto, un momento di debolezza, un evento simile accaduto a qualcun altro per tornare con la mente a quel terribile momento e per sognare, forse, il giorno del possibile ricongiungimento con quella parte di se stessi prematuramente scomparsa.
Elliot colma un vuoto importante nella mia conoscenza della letteratura cubana, ma soprattutto porta in Italia uno scrittore che “merita di entrare a far parte della schiera dei grandi della letteratura del Novecento come Faulkner o Hemingway”. Non sono parole mie, ma del grande Eduardo Manet e se lo dice lui che ha pubblicato con Leone Editore il meraviglioso L’amante di Fidel Castro ed è un ottimo drammaturgo cubano esule a Parigi, possiamo crederci.
“Quello che voglio dire è che quando si arriva al dunque, alla fine soffrono tutti”, si legge a pagina 19 de “Le strade del male”, primo romanzo del cinquantenne scrittore statunitense Donald Ray Pollock, che aveva incantato e colpito nel profondo con la sua raccolta di racconti “Knockemstiff” - una raccolta ambientata in una cittadina dell’Ohio che sembrava uscita dall’inferno.
Si diceva tempo fa che dell’intrattenimento in letteratura si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ci sono molte cose con cui divertirsi, passare il tempo, crogiolarsi. L’assunto, senza voler essere una inutile quanto pomposa dichiarazione di guerra, resta valido. Resta, anzi torna necessario l’esercizio del discernimento – sebbene non sia l’estetico il regno delle certezze, men che meno la letteratura. Insomma sarebbe il caso di sforzarsi volta per volta per cercare quel punto di rottura rispetto alla semplice gradevolezza che ci consenta di definire come letteratura un romanzo, poniamo, rispetto ad oggetti consimili.
“Lei avrà un Momento Zero, signor White. Lei morirà. Oh, mi creda, sarà il giorno più bello di tutta la sua vita. Sarà rigenerante. Sembrerà tutto vero, tutto reale. E del resto sarà tutto vero, sarà tutto reale. Ci occuperemo di ogni dettaglio, anche di quello apparentemente più insignificante. Perché morire è una faccenda di dettagli, signor White. È questione di particolari” [Di Persio, “Momento zero”, p. 48].
Esordio dell'outsider abruzzese Donatella Di Pietrantonio, da Penne, “Mia madre è un fiume” è una vertiginosa discesa nel passato d'una madre. La madre non è soltanto la mamma della narratrice, malata d'un male che le sta strappando via i ricordi e la memoria, e prima o poi finirà di nutrirsi della sua essenza. La madre è la terra della narratrice, quell'Abruzzo che andrà incontro a una brusca metamorfosi nel periodo che va dalla tragedia della Seconda Guerra agli anni Sessanta-Settanta, quelli del boom e della prima crisi, stravolgendo abitudini, mestieri e cultura contadina originaria e abbracciando benessere, prassi e tecnologie industriali.
"La rivoluzione del 1908 scoppiò a luglio. Eruppe in una furia cieca, sradicando istituzioni vecchie di secoli, abbattendo anziani tiranni come fossero alberi, sconvolgendo completamente l'ordine politico e sociale. La confusione era tale che nessuno era in grado di dire cosa fosse cosa e chi fosse chi. Nel frattempo gli esiliati del vecchio regime ritornavano, nave dopo nave.
"La ballata di Trenchmouth" è la storia picaresca e camaleontica della vita di un uomo di centootto anni, già inventore, addestratore di serpenti, cecchino, boscaiolo, giornalista, suonatore d'armonica, facile a cambiare identità, nome e ruolo. L'uomo più vecchio della West Virginia. Si chiama Early Taggart, è nato nel 1903 da una fanatica che credeva di poter parlare col diavolo, e non aveva tutti i venerdì. Sua madre ha provato a ucciderlo quando era in fasce, è riuscita soltanto a rovinargli i denti. Taggart, già da bambino, soffre la "trenchmouth", una malattia delle gengive e dei denti che colpiva i soldati nelle trincee. La sua matrigna impara a sedare le sue sofferenze con un dito di acquavite.
Marilù Oliva debutta nella narrativa con Perdisa Pop nel 2009 pubblicando l’ottimo Repetita, nerissima storia di nevrosi e sesso che racconta un’infanzia di abusi e solitudini, ma scrive da tempo per riviste letterarie e web-magazine come Thriller Magazine e Carmilla.
Romanzo fantasatirico di un'esordiente tedesca, Eva Baronsky, classe 1968, “Il signor Mozart si è svegliato” (Elliot, 2010) è un divertissement giocato sulla falsariga d'un espediente classico della letteratura tedesca: quello della favola di Peter Klaus, pastore che s'addormenta e si risveglia vent'anni più tardi in un mondo che stenta a riconoscere. È una favola presente, con ovvie varianti, in molte letterature; è tornata a scintillare di vitalità, in Occidente, post “Rip van Winkle” di Washington Irving. Era il 1819.
"Sesso e lucertole a Melancholy Cove" è quanto di più delirante e citazionista potesse uscire dal cilindro spesso e colorato del cappellaio matto Christopher Moore. Pine Cove è la classica cittadina per bene, fatta di qualche leggero imprevisto, di una pace costituita dai volti familiari e dalle loro eccentricità, dove il buon agente (eletto grazie all’appoggio non disinteressato dello sceriffo Burton) Theo Crowe vive la sua lenta vita, scandita da grosse dose di Marijuana.
“Per giorni, mesi, anni, il dottor Capelli d'Angelo ha continuato a dirmi che la casa non si era mossa – che le case non si muovono, è una cosa impossibile – è tutto frutto della tua immaginazione. Occhio sinistro. Non è colpa tua, diceva. La mente si adatta per sopravvivere, diceva. Eravamo nel suo studio. Ancora. Sempre. Parole, così tante. Pioveva fuori dalla finestra, dall'altra parte della grata metallica, la finestra in mezzo a tutti i suoi diplomi. Seguivo delle lezioni, all'ospedale. Mi impegnavo sodo per conseguire un diploma. Sì, proprio così, non faceva altro che cercare di soffocare queste cose, e più ci provava più io le credevo vere. E credevo in lui. Perchè lo amavo.
“Chiamatemi Bill”, non Ismael. Viviamo un tempo ben differente, e del massimalismo di Melville non è rimasto niente; questa è un'epoca letteraria minimalista, essenziale; e più che le balene bianche sono le povere trote ad affascinarci. Meglio se abnormi e un po' guerce. Ci contentiamo di poco, forse perché vorremmo pescare e basta. Pescare e basta? “Pescare non vuol dire soltanto prendere del pesce”. Pescare, è starcene da soli a pensare. È un sentiero di meditazione, e di rigenerazione interiore. A ben guardare, stando a quanto insegna Bill, è tutto lì. Entriamo in “My Moby Dick” (1978; IT, 2010) di William Humphrey (1924-1997), scrittore americano innamorato della filosofia e dell'arte della pesca.
Primo discepolo ed erede di Mircea Eliade, borgesiano e manganelliano artefice di nuovi mondi, assassinato a soli 41 anni in circostanze misteriose nei bagni dell'Università di Chicago, lo storico delle religioni Ioan Petru Culianu (1950–1991), è stato sin qua abbastanza trascurato dall'editoria nostrana; a restituire un principio di giustizia alla sua memoria è questo Rotolo diafano (Elliot, pp.
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