In questo libro Elie Wiesel raccoglie tredici scritti nei quali condensa la sua esperienza e la sua addolorata testimonianza sulla Shoah. Un libro edito per la prima volta nel 1966, poco più di venti anni dopo l'apertura dei cancelli di Auschwitz. Tra i disperati resi finalmente liberi da quell'inferno c'era anche lui, Elie Wiesel, la cui esistenza, da quel momento in poi, ha rappresentato una continua riflessione, la perenne lotta contro il senso di colpa del sopravvissuto, la ricerca infruttuosa di una risposta allo sterminio di milioni di esseri umani, la spiegazione logica, storicamente ed umanamente valida che, come è costretto ad ammettere egli stesso, non esiste.
Parigi, 16 luglio 1942, durante l’occupazione tedesca della Francia. Sarah Starzynsky, una bambina ebrea di dieci anni, sta giocando con il fratellino Michel quando, all’improvviso, sente bussare con energia alla porta; lì per lì pensa che sia il padre, salito dal suo nascondiglio in cantina.
Dopo 70 anni il soldato inglese, Denis Avey, decide di raccontare, insieme al giornalista della BBC Robert Broomby, la sua storia di guerra. Prende così via un lungo racconto che ci porterà a rivivere una lunga parte della storia dell'ultima guerra mondiale. Chi parla è Denis Avey, oggi novantatreenne, un soldato che si autodefinisce fin dall'inizio una persona ribelle e determinata. La sua storia inizia il 22 gennaio del 2010, giorno dell'assegnazione dell'onorificenza 'Eroi dell'Olocausto', da parte del premier inglese dell'epoca Gordon Brown. Denis Avey era stato incluso tra i ventisette inglesi che si potevano fregiare di quella medaglia d'argento 'per i servigi resi all'umanità'.
Benedetto XVI ha recentemente affermato che il 2012 sarà, nonostante gli auspici nefasti di cui si vocifera di continuo e gli spread, l’anno della fede. Ma non sarebbe stato meglio, chessò, proclamare un anno del ‘mea culpa’ o meglio ancora uno della riconsiderazione, nonostante il pontificato di Woitila e l'attuale di Papa Ratzinger, del Concilio Vaticano secondo? Il bel saggio di Emilio Gentile Contro Cesare (Cristianesimo e totalitarismo nell’epoca dei fascismi – Feltrinelli 2011) ci offre la possibilità di fare chiarezza su alcuni punti che la miopia contemporanea, se non la cattiva coscienza, se non una muffetta ideologica persistente, ci ha impedito finora di considerare.
A quanto ho potuto constatare, "Un caso di ordinario coraggio" è l'unico libro di Pascale Roze tradotto in italiano. La scrittrice francese, nata a Saigon nel 1954, ha conquistato il prestigioso Premio Goncourt per "Le Chasseur Zéro", suo romanzo d'esordio, nell'ormai lontano 1996 ma di lei non avevo mai sentito parlare. Eppure merita.
La lettura di "Un caso di ordinario coraggio" (titolo originale "Itsik", anno 2008) è stata spontanea e continua, durata esattamente il tempo di un breve viaggio in treno. Le pagine scorrono docili e avvincenti, si arriva alla fine del romanzo senza quasi accorgersene.
Ho conosciuto la strage di Babij Jar qualche tempo fa leggendo "La pianista bambina" di Greg Dawson. Poco tempo dopo, vagando tra gli scaffali di una libreria di Roma, sono incappata in questo libro il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio. Kuznetsov c'era. Aveva solo 12 anni quando l'esercito tedesco invase Kiev, la sua città: il 19 settembre 1941 i nazisti entrarono nella capitale dell'Ucraina. L'occupazione si protrasse per due anni e due mesi prima che l'esercito di Hitler decidesse di ritirarsi.
Simone Simonini è il protagonista de "Il cimitero di Praga". Unico personaggio inventato di una serie piuttosto corposa di personaggi realmente esistiti. Simone Simonini è un uomo che racchiude in sé alcuni dei difetti più insopportabili del genere umano: misogino, xenofobo, antisemita, qualunquista, opportunista, ipocrita, traditore, assassino, falsario di professione e falso per indole. La sua personalità è quasi odiosa eppure riesce, proprio per essere la summa di tante irritanti "alterazioni", a diventare a tratti persino divertente.
Nel giorno della memoria si dimentica spesso Emanuele Artom. Forse perché ebreo sì, ma partigiano. Meglio ancora: nella suddivisione a compartimenti del dolore o si appartiene ad una categoria o ad un’altra. Sarebbe ricordata la sua figura, a imperituro ricordo, se fosse stato deportato (rischio a cui andò incontro spesso) e finito in un campo di concentramento. Morì invece, perché sfinito dalla sevizie e dalle violenze a cui fu sottoposto sin dal giorno della sua cattura il 26 marzo del ’44, il sette di aprile dello stesso anno.
Quando si parla della Shoah, delle deportazioni, dei campi di sterminio nazisti, dei massacri perpetrati ai danni degli ebrei, dei milioni di esseri umani finiti nei forni crematori viene spontaneo chiedersi: perché queste persone hanno subito tanta violenza senza tentare alcuna reazione? Perché non si sono difesi con la forza? Se gli ebrei avessero rivolto contro i nazisti la stessa prepotenza e la stessa aggressività (armata e non) che i nazisti usarono contro di loro, la Storia avrebbe avuto un epilogo diverso? Alcuni esperti e alcuni storici immaginano di sì. Ma i fatti andarono diversamente poiché il popolo ebraico non reagi mai. Meglio: quasi mai.
"Persecuzione" è una rete di filo spinato che cade addosso al lettore e che non riesce ad essere scrollata via. Anzi, più si tenta di districarsi da questa trappola letteraria e più il filo spinato stringe, ferisce, apre la carne.
Angelo Fortunato Formiggini, brillante e pionieristico editore e letterato modenese, si suicidò nel 1938. Si suicidò non perché fosse disperato, non perché fosse ammalato, non perché fosse solo. Si suicidò perché era ebreo, e perché voleva protestare contro le leggi razziali: voleva gridare alla nazione tutto il suo dissenso, tutta la sua rabbia e tutta la sua angoscia per quel che stava diventando l'Italia. E cadendo dalla Torre Ghirlandina di Modena, gridò per tre volte la parola "Italia". Antonio Castronuovo, biografo e saggista autore di questo "Libri da ridere" (Stampa Alternativa, 2005) non ha dubbi: "Un uomo può giungere a suicidarsi per protesta.
“Ascolta: io Davide, messia, re d'Israele, la notte scorsa ho fatto un sogno. Ho sognato che volavo sopra i monti della Giudea, luminosa trasparenza. Non che mi fossi trasformato in angelo o in aquila: restavo l'uomo che sono. Ma un vigore incomparabile mi circolava di nuovo nelle membra, sicché con l'agitare le braccia mi tenevo sospeso sulle gialle solitudini. Le rotondità del paesaggio, col bizzarro fatto di concepirle soffici quando nessuno più di me ne conosce la durezza, m'introducevano nel corpo una frenesia di piacere. Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità, e l'indicibile godimento, di fecondare la terra” (Incipit di “Davide”).
Penso che nessuna recensione su “Modernità o Olocausto” possa essere realmente esaustiva né rendere pienamente il senso intimo di questo saggio. Le tematiche affrontante sono tante e tali che sviscerarle tutte e con la profondità che meriterebbero è opera decisamente complicata, forse nemmeno compatibile con un semplice lavoro critico.
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