Un divertissement può aspirare a essere qualcosa di più dell’entertainment? Volando basso, ci si può sbellicare dalle risa e nel frattempo farsi venire qualche idea riguardo alla strana umanità condannata da demoni discordi all’esercizio (talora del tutto immaginario) della scrittura? Magari approfittarne per rivedere un po’ di aberrazioni in corso trasformate in abitudini ormai considerate normali? E rivederle per es. con un ceffone assestato a mestiere?
"Alla fin fine, ammazzare mia madre mi è venuto facile". Dopo aver letto un incipit del genere mi aspettavo scintille. Soprattutto se l'autrice di una frase d'esordio di tale vigore si chiama Alice Sebold ed ha già scritto "Amabili resti". Invece no. Forse è di nuovo tutta colpa delle aspettative eccessive che mi hanno spinta a cercare ne "La quasi luna" quel colpo di genio letterario che, purtroppo, non ho trovato.
Sembrerebbe un tipo alla Keating, quello del molto sopravvalutato "L’attimo fuggente", il professore (principale protagonista) del romanzo d’esordio dell’americano di origini russe Alexander Maksik, "Non ti meriti nulla".
Primo romanzo del padovano Matteo Strukul, “La ballata di Mila” [e/o, 2011] è una divertente trasfigurazione pop del drammatico scontro in atto tra malavita autoctona e malavita cinese, nel Nordest, una tarantiniana vicenda di femminina vendetta e un buon esempio di narrativa d'azione, in generale. Andiamo a farci quattro chiacchiere con Matteo. È questo signore qua.
Lorenzo, detto il Gladiatore, viene trovato morto, in una pozza di sangue, nell'ascensore di un palazzo di piazza Vittorio a Roma. I sospetti sembrano ricadere su Amedeo, uno degli inquilini. Ma chi è Amedeo? E perché avrebbe dovuto uccidere il Gladiatore?
Una vecchia assassina, scampata fortunosamente alla giustizia, si innamora di un bellissimo prete e lo tiene avvinto a sé con la confessione quotidiana dei propri omicidi. Un marinaio lontano da casa riceve la notizia della morte di una delle sue figlie: quale sarà delle quattro? Il messaggio via telegrafo non lo dice. In attesa di scoprirlo, il marinaio si tormenterà con un cinico pensiero: di quale figlia sentirebbe meno la mancanza? Due amici violinisti, uno geniale e angelico, l’altro meno dotato e arrivista, in seguito ad un drammatico incidente andranno incontro ad un completo ribaltamento di ruoli, in cui la purezza dell’uno si sfigurerà in rancore, e l’arrivismo dell’altro si trasfigurerà in carità.
Camelia vive a Leeds, in una strada anonima, dove l’inverno non sa finire, anche se i giorni sul calendario si succedono, il sole smuove il ghiaccio. Ha il nome di un fiore appariscente, originario dell’Asia, bianco, rosa, rosso acceso. Ma per lei i fiori non hanno diritto di voce: li recide, ne fa scempio, li calpesta con gli anfibi. Stessa cosa con i vestiti – getta quelli nuovi nel cassonetto da cui ne recupera altri, tutti sconvolti, con file di bottoni nel punti più impensabili o maniche in sovrannumero, interviene sui suoi propri come una novella Dr Frankenstein.
Che possa esistere la vita oltre la morte è la granitica certezza di quelli che credono nell'anima. Che possa esistere una forma di comunicazione tra i vivi e i morti è una speranza che alimenta le giornate di chi ha perduto qualcuno prima del previsto: prima che fosse “naturale”. Che l'aldilà esista come dimensione parallela, ed estranea alla presenza di un dio, è una visione più letteraria che religiosa. Alè, ci stiamo avvicinando allo spirito dell'opera. Che esista una forma di consolazione per le sofferenze e per le violenze ingiustamente conosciute in terra è un grande sogno di tutti.
Finalmente un grande romanzo fantastico tutto italiano: è in libreria, a circa dieci anni dalla pubblicazione della prima parte, la saga completa del Mangianomi (Salani, 496 pp., euro 16,80) di Giovanni De Feo, scrittore capitolino classe 1973, già Premio Solinas nel 2002, autore, con Marco Chiarini, del recente caso cinematografico L'uomo fiammifero, fiaba salutata da un notevole consenso critico a dispetto della ridotta circolazione della pellicola. Il Mangianomi sembra un curioso cortocircuito tra La storia infinita di Michael Ende, il Calvino della Trilogia dei Nostri Ant
LEZIOSA
Scrive Goffredo Fofi che questo "è un romanzo intenso e scabroso, che concentra in un breve arco di tempo una crisi femminile di per sé banale... ma quel che di antico o perenne c’è nella crisi di Olga è davvero scioccante, per crudezza di situazioni e di linguaggio, e contrasta nettamente con la melensaggine della letteratura femminile recente nel nostro paese". L'aggettivo “banale” mi sembra non sia mai stato speso con tanto buon senso: la trama della vicenda sfiora il rosa, e rischia in più di una circostanza di piombarci; sono la sensualità, la crudezza di qualche descrizione erotica e la buona lingua letteraria dell'autrice a tingere di discreta profondità una storia straordinariamente comune, semplice, elementare.
Allah non è mica obbligato. No, Allah non è mica obbligato a essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Una affermazione che ricorre sovente in questo libro, come un piccolo rito, un intermezzo ripetuto e necessario per dare giustificazione alle brutture e alle catastrofi che toccano gli uomini. Un racconto tracciato da un’unica voce, quella di Birahima, uno small soldier, un bambino soldato. Una narrazione iperbolica e vivace che colpisce per schiettezza e cinismo, ma anche per la leggerezza con la quale descrive alcuni tra gli eventi più sanguinosi della storia del continente africano: le guerre tribali che hanno ucciso ed uccidono milioni di persone ogni anno.
Due le voci narranti de “L'eleganza del riccio”. Renée: Mi chiamo Renée e ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l'alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante. Vivo sola con il mio gatto, un micione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né lui né io facciamo molti sforzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili.
Perché la letteratura dovrebbe necessariamente sondare la rispettabilità degli spiriti? E per quale motivo “l’immorale” non può divenire “poetico”?
Un piccolo e delizioso libro, di uno scrittore notevole e talentuoso, ce ne dà dimostrazione.
Il sole dei morenti è la struggente cronaca di una deriva. Di un abbandono della vita, di tutte le scelte passate e future, degli amori, dell’Amore, della ricerca di una felicità possibile.
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