La maledizione degli affetti. La maledizione degli affetti. La. Maledizione. Degli. Affetti. Maledizione. Affetti.Non è un titolo che, non appena lo leggi, ti stende? Ti butta al tappeto. Knock Out. Quattro parole, quattro pugni in volto: articolo e preposizione di studio, i nomi ad affondare. Almeno, su di me ha avuto questo effetto. Difatti ho dovuto aspettare del tempo per poterlo leggere. L'avevo qui, sul computer, questo e-book, e ogni tanto l'aprivo, ne leggevo qualche brano, richiudevo. Credo di averlo letto, a pezzi e bocconi, come si dice, quasi tutto, ed alcuni capitoli più volte, prima che mi sentissi pronto a farne una lettura dalla prima all'ultima riga. Come se mi fossi allenato, per mesi, a resistere tutti i rounds del match.
Recensione idiota.
Ma insomma, com'è questa arte del piano B?
È un'arte artigiana, agricola, industriale, intellettuale, cazzona, pure.
Pure cazzona?
E certo. Quale arte non è un po' cazzona?
….
Una scrittura veloce, che non lascia quasi spazio al respiro, un romanzo colmo di personaggi e di azione, che riesce a prenderti e trascinare la lettura pagina dopo pagina. Sono storie che si intrecciano, quelle narrate in Piazza dell'Unità, che ruotano attorno ad immigrati, di prima e seconda generazione, ai loro sogni, le loro aspettative, e gli italiani che li osservano, come vicini di casa, poliziotti, insegnanti. Mentre però i protagonisti tra gli stranieri, diciamo così, rimangono gli stessi, gli italiani che ruotano al loro fianco sono quasi sempre diversi. Lo scrittore, Maurizio Matrone, è un ex-poliziotto con all'attivo vari romanzi, sceneggiature tv, saggi, e certo queste esperienze si riflettono nelle pagine che scorrono forti sotto gli occhi.
«Mio padre mi raccontò una volta una storia su Orson Welles, l'illustre regista di “Quarto potere”. Papà, o un suo collega, dovevano stare appresso a Welles mentre gironzolava in un pittoresco villaggio irlandese, nei primi anni Sessanta, registrando ogni sua parola mentre si trascinava da un pub all'altro. Gli anni di gloria erano ormai un ricordo per Welles, che si era ridotto a far sopravvivere la sua leggenda con sciocche comparsate in documentari turistici. Condizione che peraltro non sembrava modificare la percezione che aveva di se stesso. A chiunque incontrasse quel giorno regalava la stessa preziosa informazione: “Sono un genio”.
Già dal titolo si comprende che questo libro è un viaggio, un lungo viaggio compiuto dalla protagonista nei meandri dell'animo umano, un universo interiore affamato di affetto, di voglia di costruire e senso di solitudine. La protagonista è Lidia, una giovane e bella conduttrice della trasmissione radiofonica «Sentimentalisti anonimi», appuntamento notturno quotidiano fatto di telefonate, confidenze e confessioni di un multiforme universo di persone comuni accomunate dall'eterna insoddisfazione affettiva.
My heart is broke but I have some glue / Help me inhale and mend it with you / We'll float around and hang out on clouds / Then we'll come down and I have a hangover, have a hangover/ Have a hangover, have a hangover. Dumb, Nirvana.
Provocatorio, coprolalico, torrenziale e satirico, sconnesso e prepotente, Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 320 pp., euro 18) è l'esordio letterario del regista Paolo Sorrentino, partenopeo classe 1970, padre del divertissement anti-andreottiano e tarantiniano Il Divo e dell'elegiaco Le conseguenze dell'amore. Penalizzato
Collocato d'ufficio in congedo nel 2004, pensionato in ossequio a un decreto legislativo poco noto dopo trentacinque anni di servizio, Ennio Di Francesco racconta la sua storia in questo “Un commissario scomodo”, autobiografia nient'affatto romanzata ma, per dirla con Bobbio, “raccontata con vivacità, con tanti particolari riguardanti fatti, luoghi, persone, e con la passione di chi s'è dedicato con serietà e convinzione al proprio lavoro”. È stato un piccolo Serpico, per la nostra Polizia. Non ha combattuto la corruzione interna, ma la scarsa democrazia d'una struttura che non conosceva sindacato e non garantiva adeguati e dignitosi diritti ai suoi lavoratori.
“Amleto parla di morte, fallimento, indecisione. Pensiamo che sia deprimente? No, sappiamo che Amleto è una delle più grandi opere della storia e che tutti possiamo trarne un'esperienza grande e utile. Ma il rock'n'roll è una forma d'arte molto più giovane. Alcune persone prive di immaginazione, non sorprende, pensano che la musica che parla di temi oscuri e guarda alla morte e alla depressione e ai dilemmi esistenziali debba essere un'esperienza deprimente. Non è assolutamente così. Penso che vedere qualcuno che mette alla prova i confini dell'arte e crea qualcosa di nuovo sia...
Gual, narratore spagnolo classe 1973, laureato in Filologia Catalana, insegnante, ha pubblicato in patria raccolte di racconti (“Delirium tremens”, 2000 ed “Estem en contra”, 2007) e due romanzi: “Els tripulants” (2000) e questo “Ketchup” (2006), primo ad apparire in Italia. È un romanzo giovanilista, metropolitano e citazionista.
Brigitte Brault vive una parte della sua vita in terra di Francia, come una qualsiasi ragazza occidentale, con buone possibilità di avere un lavoro normale a cui dedicare le energie quotidiane e dimenticare così le questioni familiari dolorose e irrisolte. Brigitte vuole o forse pretende di più, sentendo di poter sacrificare se stessa e le sue personali ambizioni per un qualcosa che non ha ancora un nome né un volto.
Sono stato fortunato, perché ho potuto ascoltare questo romanzo, prima di leggerlo; ho potuto ascoltare qualche frammento letto dal vivo, nel corso della rassegna “Passaggi per il bosco”, Cagliari, 2009. Così, sfogliandolo, a distanza di qualche giorno, ho avuto la sensazione che Santoni stesse leggendomi il libro. Con la sua voce, e con la sua mimica. Ghignavo. L'opera, lì per lì, ne ha guadagnato; “Gli interessi in comune” sembra scritto per essere performato, e le circa sessanta presentazioni tenute dallo scorso anno all'altroieri, 26 luglio, ne sono credibile prova.
Osamu Dazai non era né un personaggio né tantomeno uno scrittore comune. Il suo percorso di vita e di scrittura rappresenta uno degli esempi più drammatici del panorama letterario giapponese della prima metà del Novecento. Iniziò a scrivere nel 1933, ma è solo nel dopoguerra, esattamente con questo romanzo, che la critica inizia a prestare attenzione all’autenticità del suo pensiero prima che alle sue sregolatezze.
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