Collocato d'ufficio in congedo nel 2004, pensionato in ossequio a un decreto legislativo poco noto dopo trentacinque anni di servizio, Ennio Di Francesco racconta la sua storia in questo “Un commissario scomodo”, autobiografia nient'affatto romanzata ma, per dirla con Bobbio, “raccontata con vivacità, con tanti particolari riguardanti fatti, luoghi, persone, e con la passione di chi s'è dedicato con serietà e convinzione al proprio lavoro”. È stato un piccolo Serpico, per la nostra Polizia. Non ha combattuto la corruzione interna, ma la scarsa democrazia d'una struttura che non conosceva sindacato e non garantiva adeguati e dignitosi diritti ai suoi lavoratori.
“Amleto parla di morte, fallimento, indecisione. Pensiamo che sia deprimente? No, sappiamo che Amleto è una delle più grandi opere della storia e che tutti possiamo trarne un'esperienza grande e utile. Ma il rock'n'roll è una forma d'arte molto più giovane. Alcune persone prive di immaginazione, non sorprende, pensano che la musica che parla di temi oscuri e guarda alla morte e alla depressione e ai dilemmi esistenziali debba essere un'esperienza deprimente. Non è assolutamente così. Penso che vedere qualcuno che mette alla prova i confini dell'arte e crea qualcosa di nuovo sia...
Gual, narratore spagnolo classe 1973, laureato in Filologia Catalana, insegnante, ha pubblicato in patria raccolte di racconti (“Delirium tremens”, 2000 ed “Estem en contra”, 2007) e due romanzi: “Els tripulants” (2000) e questo “Ketchup” (2006), primo ad apparire in Italia. È un romanzo giovanilista, metropolitano e citazionista.
Brigitte Brault vive una parte della sua vita in terra di Francia, come una qualsiasi ragazza occidentale, con buone possibilità di avere un lavoro normale a cui dedicare le energie quotidiane e dimenticare così le questioni familiari dolorose e irrisolte. Brigitte vuole o forse pretende di più, sentendo di poter sacrificare se stessa e le sue personali ambizioni per un qualcosa che non ha ancora un nome né un volto.
Sono stato fortunato, perché ho potuto ascoltare questo romanzo, prima di leggerlo; ho potuto ascoltare qualche frammento letto dal vivo, nel corso della rassegna “Passaggi per il bosco”, Cagliari, 2009. Così, sfogliandolo, a distanza di qualche giorno, ho avuto la sensazione che Santoni stesse leggendomi il libro. Con la sua voce, e con la sua mimica. Ghignavo. L'opera, lì per lì, ne ha guadagnato; “Gli interessi in comune” sembra scritto per essere performato, e le circa sessanta presentazioni tenute dallo scorso anno all'altroieri, 26 luglio, ne sono credibile prova.
Osamu Dazai non era né un personaggio né tantomeno uno scrittore comune. Il suo percorso di vita e di scrittura rappresenta uno degli esempi più drammatici del panorama letterario giapponese della prima metà del Novecento. Iniziò a scrivere nel 1933, ma è solo nel dopoguerra, esattamente con questo romanzo, che la critica inizia a prestare attenzione all’autenticità del suo pensiero prima che alle sue sregolatezze.
“Il sonno ormai imminente aveva stretto la sua presa su di me e ora gli angoli del materasso sembravano tutti scomodi e fuor di sesto. Voltandomi bruscamente, mi accorsi di quale fosse il problema: aveva lasciato l’album sul letto. Cercai di spostarmi, ma le pillole mi avevano paralizzato i muscoli, e potei soltanto provare a colpire il volume, centrando la copertina con un ginocchio e spargendo ai quattro venti le foto e i ritagli di giornale. Mia madre uscì dalla stanza. Mi addormentai tra gli scomparsi: la carta tagliuzzata, lo scotch e la colla scurita, tutti i lori volti amabili e perduti” (p. 66).
Il misterioso James Fogle, autore di un libro soltanto, narrato in terza persona per acquisire il necessario distacco dalla sua drammatica esperienza esistenziale, dedica l’opera ai tossici che bazzicavano il suo giro nel 1974. Agli amici che morirono allora, o qualche tempo dopo; e alla luce dei suoi occhi. Una donna. Anfetamina, morfina, speed, Numorphan, Dilaudid sono i comprimari di un romanzo cupo e credibile: l’apoteosi e la discesa negli inferi di una persona che viveva sbagliando, e nell’errore manteneva un’etica. Un codice. Barbaro, o almeno essenziale: ma di codice si trattava.
Quello di Risè è, sicuramente, un libro di cui si è già parlato, tanto da generare subito toni allarmistici in un paese così permeabile come il nostro. La copertina, possibile evocazione del martirio nel chiodo che trafigge la foglia sul legno, è, forse, l’unico spiraglio di compassione per una pianta che, nel corso dei millenni, è stata tramandata come una sorta di “maiale vegetale” per il suo complessivo utilizzo da parte dell’uomo. Non solo droga, se di questo si tratta, ma anche ottime fibre, risorse bio-energetiche a basso costo e applicazioni terapeutiche, nonché importanti risvolti agro-alimentari. Argomenti che Risè, consapevolmente o meno, si guarda bene dall’affrontare.
Un noir contro la droga sulle orme di Scerbanenco
Vario, poliedrico e ben scritto, il romanzo di Troisio “La ladra di pannocchie” si articola in tre parti diverse per ambientazione e tematiche: la prima, intitolata “Ladra di frutta” si svolge a Conche, paese situato “alla confluenza delle province di Venezia, Padova e Rovigo” e introduce il personaggio–cardine di tutta la narrazione, Nerina.
Commenti recenti
5 ore 1 min fa
5 ore 6 min fa
5 ore 11 min fa
5 ore 17 min fa
6 ore 48 min fa
8 ore 55 sec fa
8 ore 25 min fa
8 ore 37 min fa
8 ore 59 min fa
9 ore 1 min fa