Orso D’Argento a Berlino per la miglior regia e premiato al Tribeca Film Festival come Best Narrative Feature, About Elly è il nuovo lungometraggio del regista iraniano Asghar Farhadi, già premiato dalla critica europea per i precedenti Dancing in the dust (Festival di Mosca), A beautiful city (Festival di Varsavia) e Fireworks wednesday (Festival Internazionale di Locarno).
Vincitore del Premio Oscar 2010 come miglior film straniero, nonché del Goya per il miglior film straniero in lingua spagnola, è arrivato da pochi giorni nelle sale italiane Il segreto dei suoi occhi, del regista argentino Juan José Campanella, film talmente amato dai membri dell’Academy tanto da preferirlo al favoritissimo e pluripremiato (Palma d’Oro a Cannes, Golden Globe, Oscar europeo) Il nastro bianco, dell’austro-tedesco Haneke, e al sorprendente Profeta di Audiard. I motivi di questa fascinazione dei giurati nei confronti dell’opera del regista latino americano vanno ricercati non solo nella qualità complessiva del film, ma anche in una crescente presa di coscienza
Tre indizi fanno una prova, quattro sono una certezza. Il Festival di Cannes sembra amare il cinema di Daniele Luchetti, invitato per la quarta volta sulla Croisette dopo Domani accadrà, Il portaborse e Mio fratello è figlio unico, e unico regista italiano in concorso nella selezione ufficiale con La nostra vita, da pochi giorni nelle sale italiane.
Scoperto dal pubblico di casa nostra grazie al Far East Film Festival, è tornato da pochi giorni nelle sale italiane, con Vendicami, il regista di Hong Kong Johnnie To. Passato disinvoltamente dalla commedia al noir, To è riuscito, nell’arco di 30 anni, a costruire un cinema di genere che ha coniugato in modo semplice ed elegante qualità e intrattenimento, fondendo il respiro epico dei maestri Sergio Leone e Sam Peckinpah con i ritmi e le cadenze dell’action spettacolare contemporaneo.
Correva l'anno 2000 quando Iñárritu dava il via alla 'Trilogia sulla Morte” - Amores perros, 21 grammi,Babel - con questa pellicola dal sapore forte, che lascia in bocca il retrogusto amaro del sangue, come quando ci si ritrova a leccare una ferita.
A volte le cose più belle hanno inizio per caso e si contraddistinguono per la propria semplicità: i nuovi amori, un libro usato comperato ad un banchetto a poco prezzo, un film il cui titolo è stato consigliato da una persona incontrata dopo tempo in giro per la città. In questo modo, senza alcuna aspettativa o pretesa, arriva Ricky, una storia che vuole parlare di Diversità, di Libertà e Amore, come se non fossero già stati utilizzati metri e metri di pellicola per trattare, più o meno bene, gli stessi argomenti.
Per una volta coraggiosa e inusuale fu la scelta dell’Academy Awards, quando poco più di un anno fa decise di premiare con l’Oscar per il miglior film straniero il giapponese Okuribito – divenuto poi Departures, anche sul nostro mercato -, scalzando così dalle posizioni acquisite il favoritissimo Valzer con Bashir e la Palma d’Oro Entre les murs (La classe). Una vera e propria sorpresa, soprattutto per il tema trattato dall’opera di Yojiro Takita, evidente già dal titolo, che vista la cornice nella quale competeva difficilmente poteva riferirsi a un qualsivoglia horror o divertissement a base di cadaveri o fantasmi.
Gran Premio al Festival di Cannes, miglior film non anglofono ai Bafta 2010, candidato all’Oscar come miglior film straniero, e vincitore di ben 9 Premi César, tra i quali film, regia, sceneggiatura e attori maschili. Non solo premi ma anche una ottima accoglienza di pubblico per l’opera quinta di un regista, Jacques Audiard, amato e sovente premiato dalla critica (Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore), a cui piace definirsi artigiano ma che anche in questo suo ultimo, intenso lungometraggio dimostra di essere un autore capace di fondere il realismo con le divagazioni oniriche, l’intrattenimento col minimalismo, il ritmo con la riflessione e con il dubbio.
Peter Jackson è l’uomo delle imprese impossibili; o meglio, il regista degli adattamenti impossibili, o quantomeno improbabili, visto che dopo aver tentato – riuscendo a convincere e a tratti a strabiliare, sia pur rileggendo la fiaba in modo personalissimo – l’impresa di adattare cinematograficamente il maestoso capolavoro fantasy di J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli, si è lanciato in un’altra complicata rivisitazione di uno dei maggiori successi letterari degli ultimi anni, Amabili resti della scrittrice statunitense Alice Sebold.
Trasposizione abbastanza fedele dell’omonimo romanzo di Ian McEwan, Il giardino di cemento è il terzo film diretto dal regista e sceneggiatore Andrew Birkin, fratello della bellissima Jane Birkin, mito e icona artistica dei Settanta, e pertanto zio dell’affascinante Charlotte Gainsbourg, non a caso protagonista femminile della pellicola. Di non semplice adattamento, viste le tematiche e l’essenzialità narrativa di McEwan, l’opera venne ospitata in concorso a Berlino nel 1993 e vinse un meritato Orso d’argento.
“Ich habe fertig”, cioè “Io sono finito”, dichiarò Trapattoni al termine d'una memorabile conferenza stampa in Germania, qualche anno fa, guadagnandosi la simpatia di tutto il mondo: incazzato come una iena, aveva confuso il verbo “essere” con il verbo “avere”. Forse è una coincidenza o forse no, sta di fatto che il protagonista del libro di Brussig, scrittore tedesco classe 1964, moderatamente calciomane, ex grande tifoso della (scomparsa) Dinamo Berlino, si chiama proprio “Fertig” di cognome. Non c'è tifoso o appassionato di calcio nel mondo che al solo suono di quella parola non si ritrovi a ridere, ormai inconsciamente, istantaneamente.
Aspettative e preconcetti non pagano certo il biglietto al cinema – e questo è una fortuna viste le esose tariffe che vengono richieste dai multisala – ma ben sappiamo che essi ci fanno compagnia ogni qual volta desideriamo dedicarci alla fruizione della settima arte, immaginando trama, taglio e quant’altro della pellicola di cui abbiamo avuto l’occasione di visionare il trailer. Se poi il film è tratto dal più famoso romanzo di Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray, la nostra amica “Aspettativa” e il suo compagno “Preconcetto” cominciano ad acquisire quasi una loro consistenza, stringendoci sulla poltrona del cinema come se avessimo avuto la malaugurata idea di accomodarci proprio tra Platinette ed il Gabibbo.
C'era una volta, tanto tempo fa, una bella giovine di nobili origini che, proprio per i propri illustri natali, pur non sapendolo, recava sul capo un destino infausto, poiché sulla sua testa, nata per reggere il peso di una corona, era pronta ad abbattersi la lama della modernità, di una rivoluzione borghese che si sarebbe nutrita del suo sangue blu.
Questo sarebbe potuto essere un eroico e quasi epico incipit per raccontare...
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