Che la politica non fosse rose e fiori, che fosse il luogo principe di compromessi, mediazioni e piccoli grandi ricatti; che in un grande partito convivano diverse anime e diversi interessi, che la concorrenza interna ad esso sia spietata, dal vertice alla base, non ce lo doveva certo spiegare George Clooney, che al suo quarto lungometraggio dietro la macchina da presa sceglie un thriller politico dal taglio esplicitamente morale per convincere il pubblico e i membri dell’Academy che si possono fare film che coniugano impegno civile e intrattenimento.
A otto anni dal discusso Irreversible, film in cui sesso e violenza erano presentati in modo esplicito e disturbante, il quarantottenne regista e sceneggiatore argentino, trapiantato in Francia, Gaspar Noé torna a far parlare di sé con una pellicola ambiziosa e di difficile lettura immediata, in cui centrali sembrano essere i temi della morte e della vita dell’anima, nel momento in cui la stessa lascia il corpo: un dramma psichedelico e allucinogeno, a detta dell’autore, che nell’immaginare la pellicola non nasconde di aver fatto uso di droghe.
Tratto liberamente dal celebre poema di Goethe, Faust di Sokurov, vincitore senza discussioni all’ultimo Festival di Venezia, è – a detta del regista, che ci tiene a segnalarlo subito nei titoli di testa – l’ultimo tassello di quella che ha definito la tetralogia del potere.
La fine del mondo secondo Lars von Trier. Ecco cosa potrebbe sembrare a prima vista Melancholia, nuovo tassello di una cinematografia eccessiva, disturbante, furba, ammiccante ma sicuramente sempre originale di uno dei più acclamati e discussi cineasti europei contemporanei. Il regista danese, anche stavolta, nella presentazione consueta a Cannes, non si è fatto mancare i motivi di polemica, con le dichiarazioni su Hitler (“in fondo lo capisco, mi fa simpatia”) e sugli ebrei (“Israele è un dito al culo”, oppure “Credevo di avere origini ebraiche, invece ho scoperto di essere un vero nazista”), mentre la sua protagonista, Kirsten Dunst, sussurrava uno sbigottito “Oh my God!”. Lars von Trier, nazista?
Sempre presente nelle rassegne festivaliere degli ultimi anni, il cinema coreano sembra essersi specializzato in storie di vendetta, sovente truce ed efferata, generata da ingiustizie palesi perpetrate ai danni di chi è apparentemente destinato a non potersi difendere in alcun modo.
Che senso ha oggi la poesia, in un mondo che ha progressivamente perso i significati reali delle parole e che non è più abituato a guardare veramente le persone e le cose? In questo tempo che va veloce e che fagocita fatti, parole ed emozioni con impressionante e noncurante rapidità c’è un regista coreano, Lee Chang-dong, che rivendica il diritto di interrogarsi ancora sul termine poesia, sul suo significato più profondo e recondito, sulla possibilità di guardare oltre la cosa in sé, di penetrarla per recuperare un orizzonte di senso certamente più prossimo alla natura umana in una società che sfugge con meschinità il dolore ed è dimentica delle piccole gioie che la vita può offrire.
Nel 2005 lo scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro, già autore dell’indimenticabile Quel che resta del giorno, diede alle stampe Non lasciarmi, un’opera sconvolgente e distopica ambientata nel Regno Unito in un recente passato alternativo. Un romanzo potente, angoscioso e visionario, che pone inquietanti interrogativi al lettore in merito a temi come l’anima e la natura umana, l’amore e la possibilità di corrispondersi anche a dispetto di un destino ingiusto e feroce, l’arte e il suo essere specchio dell’interiorità degli uomini, o di coloro che sono creati a loro immagine.
«Life is just what happens to you/
While you're busy making other plans» [John Lennon, Beautiful boy].
Gran Premio della Giuria come miglior film e premio per la migliore sceneggiatura al Sundance, vincitore del Festival di Torino, sette candidature agli Indipendent Spirit Awards e ben quattro candidature all’Oscar nelle categorie più importanti: miglior film, attrice protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura non originale. Stiamo parlando di Winter’s Bone (in italiano trasformato in Un gelido inverno), affascinante noir dai risvolti drammatici ambientato nel cuore dell’America rurale, diretto da Debra Granik e ispirato al romanzo omonimo (edito in Italia da Fanucci) di Daniel Woodrell.
In fondo la morte è stata sempre una inseparabile compagna di viaggio dei personaggi dei film di Clint Eastwood, se si vuol ripercorrere brevemente anche solo a fuggevole memoria la carriera dell’ottantenne regista statunitense. Una morte non da temere né da scansare, quella evocata più volte dal cantore crepuscolare delle contraddizioni d’America, e tanto meno è mai stata quell’innominabile ingombro che è nei fatti divenuta per la società occidentale di massa che insegue, più o meno consapevolmente, lo spettro (quello si, ben più mortifero e pericoloso) di un benessere illusorio che si cela dietro infinite maschere.
Dopo la poco convincente parentesi americana con Noi due sconosciuti, la cinquantenne regista e sceneggiatrice danese Susanne Bier torna in patria con un film pensato e costruito appositamente per concorrere nelle rassegne festivaliere. In un mondo migliore è in effetti il classico film a cui la critica non rimane insensibile, sia per i temi trattati che per il ritorno a un cinema indipendente che porta ancora con sé qualche traccia del Dogma e del maestro Lars von Trier.
"Mi chiamo Claudio Pedretti, e posso dirlo con certezza: io non ho mai capito cos’è l’amore”. Questo l'incipit del romanzo "Le mani in faccia" un viaggio personale di un uomo, Claudio Pedretti, attraverso una vita. All'orizzonte, l'amore, il faro che scalda o raffredda la vita di tutti.
“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”. È questo il leitmotiv, la frase che il protagonista dell’ultimo grande successo targato Bollywood pronuncia a più riprese per affermare un principio identitario non così scontato agli occhi dell’America post 11 settembre. My name is Khan è l’ultimo film del giovane regista indiano Karan Johar, uscito nelle sale ad Abu Dhabi il 10 febbraio scorso. Dopo aver incassato molto sia in madrepatria che in Gran Bretagna, Stati Uniti, Oceania e Medio Oriente, la pellicola è stata presentata fuori concorso all’ultima Berlinale e al Festival Internazionale del film di Roma.
Evento speciale all’ultimo Festival di Roma, The Social Network è la nuova pellicola di David Fincher, regista di film divenuti cult come Seven e Fight Club, nonché del pluricandidato all’Oscar, ma meno convincente, Il curioso caso di Benjamin Button. Atteso con viva curiosità anche in Italia, dopo aver riscosso ottimi consensi di critica negli States – c’è chi lo ha definito il film dell’anno -, The Social Network è la cronistoria della creazione di Facebook, il fenomeno sociale più rilevante degli ultimi anni, attraverso lo scontro tra brillanti studenti di prestigiose università americane che se ne contendono la primogenitura.
Tra gli Extra, fuori concorso, il Festival di Roma ha presentato X (Minus by Minus), del regista giapponese Hajime Izuki, film dal taglio neorealista che indaga storie di solitudine urbana alla periferia di Tokio. Siamo in un sobborgo di Osaka, nel quale vive e lavora Takashi, tassista trentacinquenne e separato che non vede il figlio da anni ed è gravato da molti debiti. Trascorre le sue giornate stancamente, evitando incontri di qualsiasi tipo. Un giorno sale sul suo taxi una strana donna, che lo invita in casa per colmare il senso di vuoto che la attanaglia. Kyoko ha perduto un figlio, e sembra volersi consolare con la compagnia dell’uomo.
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