Diario tardivo, provinciale e retorico di una disastrosa, depressiva e umiliante stagione politica – quella dell'Italia forzista, a un passo dal tracollo, a un soffio dal ventennio – “Sentimenti sovversivi” è un libro scritto con dignità, angoscia e sentimento ma con una differita abbastanza eccessiva. L'attacco frontale al berlusconismo andava pubblicato almeno quindici anni fa: almeno dieci anni fa: almeno cinque anni fa. Addirittura almeno tre anni fa. Adesso è un po' superfluo: peraltro è un po' troppo facile. Comodo non ancora: il sultano sta ancora là, il potere della sua famiglia e dei suoi scherani fa ancora paura, le sue televisioni provvedono alla causa con la potenza e l'invadenza di sempre, il parlamento obbedisce ai comandi, somaro.
Un diario come terapia, un diario per non tacere, per non abbassare sempre la testa. Pagine per disobbedire e denunciare. Suad Amiry scrive per sé stessa, la pubblicazione è fuori dai suoi progetti, l'unico desiderio è quello di raccontare le ripetute invasioni di Ramallah da parte dell'esercito israeliano, tra il 17 novembre 2001 e il 26 settembre 2002 e poi, a ritroso, fino al 1981 per ricostruire la storia della propria vita. Perché il mondo fa finta di non accorgersi della progressiva cancellazione della Palestina e invece serve conoscere e capire. Non si può fingere di non sapere che c'è un popolo che vive sotto occupazione da decenni e a cui sono negati i più elementari diritti.
Una straordinaria e famosa pittrice messicana: Frida Kahlo. Una scrittrice ed esperta d'arte ecuadoriana: Olivia Casares. Una traduttrice ed ispanista napoletana (condirettore della rivista “Latinoamerica”): Alessandra Riccio. Una illustratrice di talento: Mariella Biglino. Un poker di donne alla quale si aggiunge, almeno nel caso specifico, un'altra donna, la sottoscritta, che legge “Memoria in chiaroscuro. Diario apocrifo di Frida Kahlo”, edito dalla Iacobelli, casa editrice romana grazie alla quale possiamo leggere, per la prima volta in traduzione italiana, un libro di Olivia Casares.
Pietro Calabrese non è stato un giornalista qualunque. Uomo colto che non amava mettersi in mostra, come fanno molti colleghi, con trombonesca erudizione. Apriva il suo bagaglio di conoscenza per comunicare ai lettori forti emozioni. Era un giornalista vecchio stampo che sfoderava l’arma dell’emozione per raccontare con straordinaria imparzialità il proprio tempo.
Negli articoli di Calabrese non si buttava niente. Da giornalista di razza riusciva a catturare l’attenzione dei suoi lettori, che lo apprezzavano per l’ironia e la lungimiranza delle sue analisi. Pietro non si sottraeva alle critiche e al confronto serrato. Amava con grande passione il suo mestiere e scriveva soprattutto per i suoi lettori, con i quali aveva un filo diretto.
Cabrera Infante conosce L’Avana sotto la dittatura di Machado, un losco figuro che definisce come una via di mezzo tra lo zar Nicola II e Kerensky. Vive L’Avana sotto Batista e lotta per la libertà insieme a molti intellettuali moderati e di sinistra, ma non crede che per risolvere i problemi basti modificare il colore della dittatura. Resta deluso da Castro, non se la sente di collaborare a un’idea che non condivide e per questo finisce la sua vita in esilio. Cabrera Infante non ama Alejo Carpentier, ma la sua non è la solita gelosia letteraria tra scrittori di genio che non si comprendono.
Notizie stravaganti, eventi e fatti di cronaca al limite del verosimile. E tuttavia reali, e molto italiani. Mauro Covacich, classe 1965, all'epoca (1999) giovane scrittore, viaggia per l'Italia per raccontare cosa succede senza inventare niente; committenti, “Panorama”, “Il Corriere della Sera”, “Diario”. Ne deriva questa raccolta di articoli dal vago retrogusto dell'intelligente esercizio di stile, foto di tante storie raccolte nella penisola – con particolare sensibilità nei confronti del confine orientale – e campione della tecnica di scrittura giornalistica di un buon letterato.
Durante i diciotto mesi trascorsi sottoterra tenni un diario, oggi conservato nell’Holocaust Memorial Museum di Washington, DC. Avevo poca luce, pochissima carta e solo un mozzicone di matita. Registrai sul diario tutto quello che potei, ma anche se ho parlato spesso della mia vita, non mi era mai venuto in mente di metterla per iscritto.
“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
Nei “Fogli di via Veneto” c'è più di qualche passo di straordinario interesse, a dispetto della – consueta – natura frammentaria del testo. In prima battuta, in queste pagine si può ricostruire un (piccolo, ma romantico) spaccato della vita degli artisti romani negli anni Cinquanta e Sessanta: Flaiano raccoglie tutta una serie di aneddoti (protagonisti, Maccari, Cardarelli, Fellini, Brancati), commemora le morti (Brancati, 1954; Cardarelli, 1959; Longanesi, 1957) e descrive via Veneto e Roma com'erano prima degli anni del boom.
“Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare.
Non date retta a chi dice altrimenti”
Thea Laitef è stato uno scrittore e un poeta iracheno, nato a Samarra poi migrante, in tutta l’Europa, per motivi politici. Arrivò da esule in Italia all’inizio degli anni Ottanta, per scappare dalla sua terra così provata dalla dittatura prima e dalla Guerra del Golfo poi.
Questo suo racconto è il racconto di un viaggio, del suo viaggio personale che è però anche viaggio esistenzial, inteso come crescita interiore e progressiva presa di coscienza dell’impossibilità di poter vivere nel suo paese natio.
“Sono giorni che passeggio per Roma con l'aria sfranta. Mi fermo sotto i platani del Tevere. Guardo dalla spalletta dei ponti, con gli occhi forati, l'acqua scura. Sotto i rami che mi sembrano più scoloriti del solito, come se avessero le febbri malariche, sono in attesa di una donna che non mi pare di aver conosciuto mai...” (Incipit “Filo da torcere”).
“Noi matti siamo fiori e uccelli. Io e quelli come me siamo fiori e uccelli”, ma “la pazzia non esiste. Esistono invece gli effetti collaterali delle medicine che ci propinano” (Schiavetti, “La schizofrenia non esiste”, p. 20 e p. 62).
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