Mosca, 1948. La genetica è dichiarata fuori legge. Stalin decreta che l’insieme di questo fondamentale settore della biologia contemporanea è una scienza borghese, reazionaria e fascista. Insegnanti e ricercatori sono allontanati dal proprio lavoro, perseguitati, imprigionati e a volte assassinati. All’origine dello scisma, dalle conseguenze catastrofiche per la scienza e l’agricoltura sovietiche, un uomo: Trophim Lyssenko, fondatore del mitchourinismo, la «biologia proletaria», una «scienza di classe» (dalla quarta di copertina)
Daniel Dennett, in questo libro datato 1996, si cimenta nell’impresa di spiegare l’idea pericolosa di Darwin, la teoria dell’evoluzione; non si limita a cimentarsi con gli aspetti scientifici della teoria. L’intento è anche tracciare un bilancio filosofico, capire cosa cambia nella nostra concezione della natura, una volta compresa la teoria, e in quale misura l’idea sia davvero pericolosa.
Dopo un avvio decisamente positivo delle teorie eugenetiche, che aveva portato alla loro diffusione in quasi tutta l'Europa, dalla scandinavia fino all'Italia, le tecniche eugenetiche hanno subito una nettissima battuta di arresto. Complici i regimi di inizio '900 e le loro pratiche efferate, il termine eugenetica è oggi contornato da un aura decisamente negativa:
Poche teorie sono più note e più discusse della teoria dell’evoluzione di Darwin. Ma cos'è davvero l’evoluzione? L’evoluzione è il risultato di due forze: la selezione e la deriva genetica. Ed ecco subito che la cosa si complica.
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