Phyllis Dietrichson è il prototipo della dark lady. Con l’astuzia di una risposta allusiva e con la tracotanza del suo erotismo, irretisce. Quando rivela di sentirsi tenuta al guinzaglio da un marito brutale, che non di rado la maltratta, intenerisce. Appena trapelano i suoi sordidi piani, e prorompe lampante la sua perfidia, spaventa. Nella Fiamma del peccato (“Double Indemnity”, B. Wilder, 1944), è una strepitosa Barbara Stanwyck a darle corpo; e a fondare, esemplarmente, canoni e stili della figura femminile nel film Noir.
Tutti vogliono Laura e Laura è morta. La vuole il suo viscido fidanzato, Shelby Carpenter; ne è ossessivamente innamorato l’editorialista Waldo Lydecker; ne viene stregato il detective Mark McPherson. Laura è intelligente, Laura è vitale, Laura è intrigante. È il racconto di Lydecker che le dà forma, sono le sue parole a plasmarne la figura: come se Laura fosse un’opera d’arte, una sua creatura, il suo capolavoro. Laura è un’immagine incantevole, che frantuma la scorza da duro di McPherson per mirarvi al cuore.
Nel sottolineare il potere suggestivo dello scorrere di ogni singola inquadratura di questo gioiello di primo ordine della cinematografia mondiale, non si può evitare un salto nel passato (come del resto avviene nel film) verso un genere che così tanto ha offerto in passato. Bisognerebbe sperimentare una diminuizione dei contrasti del teleschermo sino a raggiungere la gradazione di grigi e provare ad analizzare una scena a caso per accorgersi dell'enorme lavoro su luci, scenografie, abiti, e montaggio.
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