Una delle tendenze intime più occultate o dissimulate, per uomini e donne di qualsiasi d’età, è quella di agire preoccupandosi del giudizio altrui. Cercare un modo, il più possibile accettato dall’altro, di modificare in maniera socialmente più giustificabile i propri comportamenti pubblici, fino a nascondere del tutto i più imbarazzanti tic, le più ingombranti manie. Anche l’essere umano più sicuro in apparenza non è esente da questo moto spontaneo di protezione di sé rispetto al giudizio esterno, pubblico ma non sempre manifesto, che ci investe improvviso e che sovente mette a rischio la nostra salute emotiva.
Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, Almanya – Wilkommen in Deustschland si è rivelato, in Germania, un inatteso successo al botteghino, raccogliendo anche unanimi consensi di critica. Il film, diretto dalla tedesca di origine turca Yasemin Sandereli, co-sceneggiato insieme alla sorella Nesrin, ripercorre in forma di commedia, attraverso l’esperienza emblematica di una famiglia, la storia dell’immigrazione turca in Germania dal 1964 ad oggi, affrontando i temi classici dell’incontro, dell’identità, della società multietnica e dei profondi mutamenti delle culture che, incontrandosi, di influenzano.
La condizione precaria di larga parte della middle class americana è sempre più palese agli occhi degli scienziati sociali e degli studiosi che indagano, a vario titolo, l’argomento. I liberi professionisti hanno vita dura, se non scelgono di rincorrere il profitto a tutti i costi, e certe volte nemmeno la brama di denaro è sufficiente a riscattare una condizione economica che risente della più grossa crisi del sistema economico-finanziario dai tempi del crollo della borsa di Wall Street. Questa la premessa doverosa, nota ai più ma che è sempre bene ricordare, per introdurre una commedia riflessiva e agrodolce, presentata con successo all’ultimo Sundance Film Festival.
Parigi è considerata la città dell’arte per antonomasia, dagli americani amanti del Vecchio Continente, e forse non soltanto da loro. Parigi per costoro è il tempio dell’arte tout court: poesia, letteratura, pittura, musica, cinema, danza e tutte le contaminazioni immaginabili tra le arti sono possibili in questo luogo cantato, evocato, ritratto e descritto con dovizia di particolari, nel tempo, dagli artisti stessi che vi hanno soggiornato. Chiedere loro perché Parigi è così magica, unica, il simbolo dell’estetica e della bellezza, del fascino romantico, retrò e al contempo innovativo delle epoche che si succedono è una domanda quasi superflua.
- Hai letto la Bibbia, Pete?
- La Sacra Bibbia?
- Sì.
- Sì, mi pare di sì… comunque ne ho sentito parlare.
A cinque anni da Il Caimano, in linea con le pause artistiche che è solito concedersi Nanni Moretti tra un film e l’altro, arriva nelle sale Habemus Papam, ultima fatica del regista di Brunico, romano d’adozione, consumando finalmente l’attesa che genera ogni opera di un regista che, anche in questo caso, è destinato a far parlare di sé ben oltre l’enigmatico titolo scelto.
Torna Gianni Di Gregorio, a due anni di distanza dall’acclamata opera prima Pranzo di Ferragosto, vera e propria sorpresa di Venezia 2009 che mise d’accordo pubblico e critica. È nelle sale dall’11 febbraio, e in rassegna alla prossima Berlinale, con una nuova divertente commedia dal titolo Gianni e le donne. Sulla falsariga del film precedente, il regista romano porta sugli schermi una pellicola girata con pochi mezzi e molte idee, ambientata nuovamente in una Roma estiva che ha come scenario principe il popolare quartiere di Trastevere.
A un anno e mezzo dal suo debutto nelle sale americane, è uscito nei cinema italiani American Life, del regista britannico, Premio Oscar (American Beauty, sorpresa assoluta del 2000), Sam Mendes.
Torna Woody Allen, con una commedia sentimentale che riprende alcune tematiche a lui care, sviluppate attraverso diversi registri narrativi dal suo cinema più recente. E sorprendentemente (ma non poi tanto, a ben guardare) torna proprio a Londra, abbandonata da due film a questa parte e protagonista del filone più glaciale e pessimista – la trilogia Match Point, Scoop, Cassandra’s Dream - del regista newyorchese.
L’esplosivo piano di Bazil segna il ritorno dietro la macchina da presa da parte di Jean-Pierre Jeunet, a cinque anni di distanza dall’interessante e poco fortunato Una lunga domenica di passioni. È un ritorno alla commedia satirica per il regista transalpino, che in parte richiama alla memoria Delicatessen, film d’esordio che lo rese noto in patria e immediatamente oltre il territorio nazionale.
Ispirata alla pièce teatrale di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, la nuova commedia del regista francese François Ozon, Potiche – La bella statuina, arriva in sala dopo aver soddisfatto la critica nella sua passerella al Festival di Venezia.
"Figli delle stelle" è la nuova commedia di Lucio Pellegrini, regista che esordì dietro la macchina da presa lanciando sul grande schermo il duo delle Iene Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu (E allora mambo!, Tandem), e successivamente il quasi esordiente Riccardo Scamarcio (Ora o mai più). Dopo un periodo meno fortunato, Pellegrini è tornato alla ribalta nel 2008 col film-tv I liceali, che ha generato una seconda serie e conseguito un ottimo successo di pubblico.
Nella Selezione Ufficiale, ma fuori competizione, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma il nuovo lungometraggio della regista Lisa Cholodenko, già autrice di Laurel Canyon, con il quale vinse il Director’s Wiew Film Festival’s Dorothy Arzner Prize nel 2003. Opera centrata sul tema della famiglia allargata, I ragazzi stanno bene ha riscosso applausi convinti da parte di pubblico e stampa in sala, grazie all’approfondimento leggero ma non banale di un argomento sempre più attuale come quello delle “famiglie alternative”.
Applausi convinti al Festival Internazionale del Film di Roma per Burke & Hare, del sessantenne regista americano John Landis, che torna al lungometraggio per le sale dopo lungo tempo (da Blues Brothers – il mito continua e Susan’s Plan, ambedue datati 1998) con una commedia beffarda che non nasconde punte di cinismo e che si struttura come una vera e propria satira sociale, ambientata ad Edimburgo poco oltre l’inizio del diciannovesimo secolo.
“La commedia dei filosofi” è una breve pièce teatrale del giovane Camus, inedita in Italia. Secondo il curatore, Antonio Castronuovo, è una “precoce incursione critica verso precise posizioni”, scritta con ogni probabilità nel 1947: “I taccuini di Camus sono punteggiati nel 1947 di appunti sulle ambizioni degli esistenzialisti parigini, e ciò fa ritenere che l'operetta sia stata redatta proprio in quell'anno. La certezza poi che abbia inteso causticamente pungere proprio l'esistenzialismo – continua Castronuovo – risulta chiara dai temi che prende di mira: la libertà della scelta, la contingenza, l'autenticità, l'engagement” (p. 31).
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