Zinnemann Fred

Da qui all'eternità

Autore: 
Zinnemann Fred

Prima di entrare in guerra, nel 1941, nell’esercito statunitense: 

- fiorivano gli ufficiali vacui e sadici;
- i migliori rifiutavano le promozioni;
- le sbronze erano all’ordine del giorno;
- le risse non si contavano;
- le rese dei conti fra soldati finivano a coltelli
- ed era facile che ci scappasse il morto;
- era incoraggiata la menzogna
- e spopolava l’adulterio.
 
Questi, in compendio, i crimini e le infamie che ebbero corso nella base americana Schofield di stanza a Honolulu. Poi arrivarono le sirene, le navi spezzate in due, i muggiti degli aeroplani a stormi, i boati delle bombe, il panico, le fughe. Poi, con furia biblica arrivò Pearl Harbor e lavò vià le impurità. Il messaggio di Zinnemann è secco e aspro: le forze militari americane, alla vigilia del conflitto, erano un ambiente malandato, corroso da invidie, fiacco. Ed è un messaggio pronunciato nel 1953: in piena guerra fredda; anzi con una guerra vera alle spalle, quella di Corea, quindi in un clima bisognoso di ben altre dimostrazioni di patriottismo. Hollywood invece ha ancora sulla pelle le dolorose bruciature provocate dalla caccia alle streghe. La HUAC (House of Unamerican Activities Committee), il massimo strumento dell’inquisizione maccartista, ha distrutto la carriera a decine di valenti sceneggiatori, attori e attrici, registi. Il cinema americano è spaventato: ha subito umilianti invasioni di competenza. Oltre le professioni di assoluta docilità, cova un profondo rancore verso quella classe politico-militare che ne ha voluto palesare la sudditanza in modo tanto brutale. Premiare con otto Oscar l’antipatriottismo di “Da qui all’eternità” era un segno di rivalsa, probabilmente una vendetta simbolica. Di sicuro lo era il premio alla sceneggiatura di Daniel Taradash, dura, spietata, ironica, che voleva essere ancora più fedele al best-seller di James Jones di quanto la censura di fatto le consentì: ma omosessualità dei superiori, promozioni ai più cattivi di essi, erano temi davvero impossibili da digerire per lo stomaco della Columbia del tempo.
 
Robert E. Lee Prewitt (Clift) non viene trasferito di compagnia, come nel libro, perché riluttante alle avances del suo precedente capitano: Zinnemann e Taradash sono costretti a lasciare nel vago i motivi del suo approdo a Schofield. Di lui si sa che è un campione di boxe pentito: in un incontro ha reso cieco un suo amico con un banale colpo e ha deciso di smettere. Il guaio è che il capitano della sua nuova compagnia, lo spregevole Holmes (Ober), è un fanatico del ring, alacre organizzatore di tornei interni e di nient’altro, che demanda la conduzione reale della compagnia al bravo sergente Warden (Lancaster); e che obbliga Prewitt a corvè mortificanti, come punizione al suo rifiuto di combattere ancora. Holmes è una sciocca nullità, tanto preso dai suoi guantoni e dalla sua brama di promozione da non accorgersi neppure dei ripetuti tradimenti della moglie Karen (Kerr), che inizia una tormentata relazione anche col sergente Warden. Nel frattempo, fra solenni ubriacature in compagnia dell’amico Maggio (Sinatra), Prewitt cerca consolazione nelle ragazze del New Congress Club, un circolo di intrattenimento “a tutto tondo” per i militari dell’isola: se Prewitt vi incontrerà Lorene (Reed), una giovane americana che gli starà vicino nei giorni più difficili nonostante le infantili velleità di miglioramento sociale («I want a proper life, with a proper house, a proper husband and proper children»), Maggio nello stesso Club litigherà col sergente del settore disciplinare “Fatso” Judson (Borgnine) e saranno scintille dalle tragiche code.
 
Non soltanto “Da qui all’eternità” si è approcciato alla guerra con la robusta vena critica di film come “Orizzonti di gloria” e “I giovani leoni”, di quattro-cinque anni più tardi; ha anche educato il grande pubblico a un realismo più violento e sensuale; di conseguenza ha abbassato gli standard generali di ipocrisia in vigore a Hollywood, che ne è uscita rinforzata, responsabilizzata di fronte all’attualità. In breve, “From here to eternity” è il prodotto di una Hollywood matura, distante da ciò che era prima e da ciò che è tornata, nel complesso, a essere ora. Irripetibile il cast: Lancaster, Kerr, Clift, Sinatra, Reed, Borgnine, stelle indiscusse al loro meglio. Un anno dopo “Mezzogiorno di fuoco”, la scrittura di Zinnemann riesce a ripetersi nel suo inflessibile rigore; e le geometrie perfette con cui viene ricostruito il fatale attacco giapponese, smascherano i “Pearl Harbor” di oggi in tutta la loro tecnologica pochezza.
 
Patrick Karlsen.
 
Regia: Fred Zinnemann.
Titolo originale: From here to eternity.
Tratto da un romanzo di: James Jones.
Sceneggiatura: Daniel Taradash.
Direttore della fotografia: Floyd D. Crosby, Burnett Guffey.
Montaggio: William Lyon.
Interpreti principali: Burt Lancaster, Montgomery Clift, Deborah Kerr, Donna Reed, Frank Sinatra, Philip Ober, Ernest Borgnine.
Musica originale: George Duning, Freddy Karger, James Jones, Morris W. Stoloff, Robert Welles.
Produzione: Columbia Pictures.
Origine: Usa, 1953.
Durata: 118 minuti.
 
Filmografia di Fred Zinnemann.
 
Delitto al microscopio (1942); Occhi nella notte (1942); La settima croce (1944); La mamma non torna più (1946); Atto di violenza (1948); Odissea tragica (1948); Uomini (1950); Teresa (1951); Mezzogiorno di fuoco (1952); Da qui all’eternità (1953); Oklahoma! (1955); Un cappello pieno di pioggia (1957); La storia di una monaca (1959); I nomadi (1960); … e venne il giorno della vendetta (1964); Un uomo per tutte le stagioni (1966); Il giorno dello sciacallo (1975); Giulia (1977); Cinque giorni, un’estate (1982).

ZINNEMANN in LANKELOT:
ISBN/EAN: 
8013123153203

Commenti

"Il messaggio di Zinnemann è secco e aspro: le forze militari americane, alla vigilia del conflitto, erano un ambiente malandato, corroso da invidie, fiacco. Ed è un messaggio pronunciato nel 1953: in piena guerra fredda; anzi con una guerra vera alle spalle, quella di Corea, quindi in un clima bisognoso di ben altre dimostrazioni di patriottismo" > splendido coraggio. Avevo dimenticato questo tuo pezzo.Grazie per l'interessante ripubblicazione. Mi rituffo subito nella lettura...

"Ha educato il grande pubblico a un realismo più violento e sensuale; di conseguenza ha abbassato gli standard generali di ipocrisia in vigore a Hollywood, che ne è uscita rinforzata, responsabilizzata di fronte all?attualità. In breve, ?From here to eternity? è il prodotto di una Hollywood matura, distante da ciò che era prima e da ciò che è tornata, nel complesso, a essere ora". > Dimmi, adesso Hollywood cos'è? Pensi a Pearl Harbour? Mi viene in mente la bella eccezione de La Sottile Linea Rossa, nell'immediato passato. Poco altro sul serio...

Parlando di film bellici dire che è un realismo che troviamo ben presente soprattutto ne "Il nudo e il morto", romanzo e versione cinematografica di Walsh. "Da qui all'eternità" ha caratteristiche più da kolossal, forse sbaglio, ma vi ho sempre trovato qualche analogia con i personaggi di Mailer. Se non vedo errato la scena sulla spiaggia tra Burt Lancaster e Debora Kerr, in una delle solite classifiche del cavolo imbastite da riviste di settore, è stata votata come una delle più erotiche della cinematografia anni '50..come cambiano i tempi....

"Prima di entrare in guerra, nel 1941, nell?esercito statunitense:

- fiorivano gli ufficiali vacui e sadici;
- i migliori rifiutavano le promozioni;
- le sbronze erano all?ordine del giorno;
- le risse non si contavano;
- le rese dei conti fra soldati finivano a coltelli
- ed era facile che ci scappasse il morto;
- era incoraggiata la menzogna
- e spopolava l?adulterio."

> Notevole. E degno di memoria e di comparazione con diversi fatti presenti.

buck! ocio qua

Immagino che non sia cambiato molto. Notevole soprattutto lo spunto di Homolupus, da approfondire.

[Zinnemann] locandina!

[Zinnemann] locandina!

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