Uno dei film meno noti dell’acclamato cineasta cinese Zhang Yimou – a volte, sorprendentemente, addirittura omesso dalla filmografia ufficiale su alcuni siti web – fu la sua prima coproduzione con l’occidente. A metà dei Novanta, dopo l’ennesimo consenso della critica internazionale (Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes, nonché premio a Ge Yu come miglior attore) ottenuto con Vivere! (1994), sempre arruolando la musa Gong Li, Yimou costruì un insolito gangster movie ambientato negli anni Trenta, a Shanghai, città simbolo della mafia cinese. Nell’immaginare una simile struttura narrativa, il regista orientale, come si noterà scorrendo la pellicola, non incontra l’action movie classico e la carneficina a tutti i costi, ma le atmosfere malinconiche e melodrammatiche (più inclini certamente al proprio modo di far cinema) del Sergio Leone dei C’era una volta – non solo in America, che ha corrispondenza temporale e di genere col film in questione, ma anche la precedente pellicola del regista romano (C’era una volta il West, girato in realtà parecchi anni prima di C’era una volta in America), che usa più o meno gli stessi tempi e la stessa struttura narrativa dell’opera successiva. Proprio con l’epica di Leone, il cinema di Zhang Yimou trova la sua affinità, una corrispondenza estetica – riscontrabile anche in altre opere di noti registi asiatici - che ci dà la misura di quanto il cinema del regista romano abbia influenzato le ultime generazioni di cineasti orientali. Ma andiamo a conoscere la storia, prima di proseguire nella nostra analisi.
Shuisheng, ragazzino di quattordici anni proveniente dalla campagna, approda a Shanghai, accompagnato dallo zio, per entrare alla corte del più potente boss mafioso della città. La Triade è un’organizzazione che controlla l’intero centro urbano, e fa capo ad uno spietato personaggio che tutti devono trattare con la massima deferenza. È cosi anche per il giovanissimo contadino, parente alla lontana del feroce boss, dirottato da subito a servir le grazie della capricciosissima pupa del padrone, cantante-ballerina nel locale più esclusivo di Shanghai. Dopo un difficile approccio alla donna – odiata, come del resto tutto il contesto che lo accoglieva -, il timido e un po’ imbranato adolescente, prima d’allora totalmente estraneo alla vita urbana, acquisisce piena consapevolezza del contesto pericoloso vissuto, in conseguenza della morte dello zio, sacrificatosi per salvare il padrone da un attentato. Cosi immaginando un futuro votato alla vendetta. Costretto però a nascondersi su un’isola sperduta, insieme alla donna, al padrino e ad alcuni uomini fidati della comunità malavitosa, si troverà, suo malgrado, al centro di una controversa spirale di sotterfugi e vendette, consumate all’interno della Triade stessa.

Un film poco noto, come detto, ma sempre in puro stile Zhang Yimou. La qualità estetica è come di consueto elevata, affidata alla ricerca della narrazione per immagini, quadri emotivi densi come affreschi pittorici, regalati al pubblico attraverso l’occhio di un regista che dimostra ogni volta la sua provenienza artistica: la fotografia. Già direttore della fotografia, il Yimou regista fa proprio della fotografia l’elemento fondamentale e imprescindibile del suo cinema, regala intensi primi piani ai protagonisti, assolutizzando l’efficacia del volto come strumento indispensabile per trovare il feedback con lo spettatore. A differenza delle opere precedenti, fa ampio uso della soggettiva, con la quale apre e chiude la pellicola sul volto del ragazzino, catturando il suo sguardo e restituendolo in duplice chiave emotiva allo spettatore: in principio smarrito e in conclusione arrabbiato, dolente, combattivo. È un’opera che cerca lo sguardo prima di ogni altra cosa, che focalizza i suoi motivi non tanto sull’impianto di genere, un gangster movie assai atipico, quando sul rapporto tra i due protagonisti (l’adolescente e la donna del boss), cui concede assoli meditativi e “dialoghi senza parole”, concentrandosi sull’espressione dei volti come forma di linguaggio costante e simbolica, per larghissima parte della pellicola. Si muove su un territorio difficile, Yimou, col rischio di costruire freddezza e generarla nello spettatore, eppure talmente a suo agio con questo modo di rappresentare le sue storie che quasi non ci si accorge degli abbondanti silenzi. Chi è abituato a fruir della sua arte cinematografica non si stupirà certo di queste consuetudini, seppur trasportate in una vicenda lontana da quelle precedentemente narrate, tutte ambientate nel tempo e nei contesti della dittatura maoista o dell’ordine tradizionale preesistente, trovando comunque tra le righe quella critica, mai venuta meno, alle convenzioni più spregevoli della sua terra: la difficoltà d’emancipazione della donna in ambienti dominati dall’uomo.
Anche qui la sua musa, Gong Li (scoperta giovanissima in un’accademia di recitazione, e divenuta per qualche anno sua compagna di vita), nonostante il film sembri centrato altrove, sta a rappresentarci la donna convenzionale del tempo, infine ribelle contro una vita di agi e di vizi, comunque scelta come sola possibilità d’emancipazione sociale, ma mai portatrice di felicità. L’epilogo del film è suggestivo e assai significativo, ed è un compendio di abilità tecnica e narrativa, in cui tutti i protagonisti giocano a volto scoperto, in cui il male riesce comunque a spuntarla; e non potrebbe essere diversamente, perché la posta in gioco non è solo la vita, ma la ricerca dei motivi essenziali per cui, oltre il gioco delle apparenze e delle maschere, va vissuta.
Seppur meglio in altre prove precedenti, Gong Li è sempre apprezzabile, essendosi dovuta confrontare con un personaggio difficile da interpretare, proprio perché ambiguo, fragile e sfuggente, di natura complessa e imperscrutabile. Ottime tutte le prove d’attori, e menzione positiva per il giovanissimo protagonista, cui il cineasta cinese non regala che pochissime parole, filmando il suo sguardo smarrito e inquieto dal principio alla fine, per lasciarlo impresso nello spettatore nell’indovinata ultima sequenza, quando rovesciato ci fulmina, ci incenerisce, ci commuove. Lasciandoci un dubbio irrisolvibile.
Nonostante l’opera sia poco nota, e non la migliore di Yimou (che ci ha fatto godere di una cinematografia di qualità sopraffina, tanto per farvi capire), La Triade di Shanghai è comunque un film che conferma, sotto tutti punti di vista, l’indiscutibile talento autoriale di un grande cineasta, a suo agio nel confrontarsi con ogni genere: vedete gli iperbolici Hero e La foresta dei pugnali volanti, se ancora non l’avete fatto. Per ripercorrere la carriera di un vero artista, un film che vi invito senza riserve a riscoprire.
Regia: Zhang Yimou. Soggetto: tratto dal romanzo di Li Xiao. Sceneggiatura: Bi Fei Yu. Direttore della fotografia: Lu Yue. Scenografia: Cao Jiuping. Montaggio:Du Yuan. Interpreti principali: Gong Li, Wang Xiao Xiao, Sun Chun, Li Xui Jian, Li Bao-Tian. Musica originale: Zhang Guangtian. Titolo originale: “Yao a yao yao dao wai pe qiao”. Produzione: Shanghai Film Studios, Alpha Films, UGC Images, La Sept Cinema. Origine: Cina / Francia, 1995. Durata: 109 minuti.
Léon, maggio 2007.
ZHANG YIMOU in LANKELOT:
Commenti
Il film è attualmente fuori catalogo: http://www.bol.it/video/scheda/ea803270099103.html
Integro intanto l'archivio (e ti segnalo un antico commento su "La foresta dei pugnali volanti")
"Nonostante l’opera sia poco nota, e non la migliore di Yimou (che ci ha fatto godere di una cinematografia di qualità sopraffina, tanto per farvi capire), La Triade di Shanghai è comunque un film che conferma, sotto tutti punti di vista, l’indiscutibile talento autoriale di un grande cineasta, a suo agio nel confrontarsi con ogni genere: vedete gli iperbolici Hero e La foresta dei pugnali volanti"
Ricordo soltanto HERO. Non ne ero rimasto folgorato, ma non mi era dispiaciuto, soprattutto per la fotografia. Interessante il parallelismo che proponi con Leone, piuttosto ti pongo un grande quesito a cui rispondere. Come fai a definire "autore" uno che non scrive i suoi film, e nemmeno li monta? Non è contrario ai manuali?
No, non è contrario. Se non vogliamo essere immotivatamente ortodossi. Autore perchè usa la macchina da presa come pochi. Autore perchè con il suo sguardo costruisce un testo sul testo: è la caratteristica dei grandi artisti. Autore è perchè in sostanza assembla le varie arti di un film mostrandoci la sua inconfondibile firma. Il regista, se è grande regista, è sempre autore.
Questo volevo sentire:).
Mi piace. Danke.
Grazie a te. Come ben sai oggi, poi, la contamizazione tra le arti - e tu, in questo, sei a tuo modo un grande esempio - è fondamentale per gli artisti di ogni genere. Anche i vecchi tromboni se ne stanno facendo una ragione:)
E' una speranza che ho sempre custodito.
Il mio padre putativo, Guido Morselli, credeva nella confederazione dei generi. Ho sempre pensato - sarò forse involontariamente postmoderno - che è quella la strada, e provo nel mio piccolo a batterla:).
Grazie per questo tuo nuovo contributo. Sei il secondo protagonista di lankelot di tutti i tempi, prendine atto, quanto a dedizione e contributi come te nessuno prima:). Onore al merito.
(4 anni e circa 250 persone, tra .com e .eu, possono testimoniarlo;) )
Ma dai? secondo? mica lo sapevo. Non so nemmeno quanti pezzi ho postato (non l'ho mai contati). Proprio a Maggio festeggio i due anni con voi. E ne sono veramente orgoglioso:)
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=1191.0 ecco i dati.
Orgoglio nostro.