
AMORE, PASSIONE – GELOSIA, VENDETTA
La brezza amorosa del Vento
Zhang Yimou, nato in Cina nel 1951, ha studiato all’Accademia del Cinema di Pechino, diventando in breve tempo uno dei registi cinesi di maggior successo, con una serie infinita di riconoscimenti internazionali, pur continuando a privilegiare la terra cinese nel suo lavoro.
Zhang Yimou, il regista dotato di eccezionali visioni estetiche, che ha regalato uno splendido affresco dell’ideale eroico in “
Hero”, sviluppa ne “La foresta dei pugnali volanti” una maggiore omogeneità narrativa e stilistica, senza l’uso di flashback ed immortalando un delirio cromatico in fasi discendenti.
Dimostrazione di un ritorno alle scelte del passato, è una storia più intima ad essere protagonista, non le splendide sfaccettature della “Verità” che aveva suddiviso in piccoli quadri racchiusi nell’indimenticabile cornice del precedente film. Lì si volava in tutti i sensi, qui si plana seguendo la brezza amorosa del vento per osservare, estasiati, la bellezza dell’insieme.

“Gli autentici fiori crescono in luoghi selvaggi”
Anno 859 d.C.
La Cina si trova ad affrontare momenti di crisi interna, tra la corruzione del Governo e l’incompetenza del suo Imperatore.
Come un gruppo assortito di Robin Hood asiatici, la Casa dei Pugnali Volanti si pone in contrasto con milizie ribelli, la cui fama è quella di rubare ai ricchi per dare ai poveri.
Il loro capo è stato ucciso. L’esercito imperiale delega due capitani, Leo (Andy Lau) e Jin (Takeshi Kaneshiro), per scoprire, entro dieci giorni, la nuova misteriosa guida dei Pugnali Volanti; per far questo arrestano Mei (Ziyi Zhang), la danzatrice cieca del locale “il Padiglione delle Peonie”, credendola affiliata, nonché erede del vecchio capo. I due orchestrano un piano per farsi portare, senza destar sospetti, direttamente nel covo dei ribelli.
Jin, con il nome suggestivo di “Vento”, fingerà di aiutare la ragazza a fuggire, mentre l’altro capitano li seguirà a distanza fin nella foresta di bambù.
Il loro viaggio cambierà il loro destino, tramutando le intenzioni ed i loro sentimenti.
“È affascinante battersi con chi non ti vede”
Il regista sembrava ormai essersi votato, anima e corpo, al genere wuxia. Wu indica le arti marziali e Xia il cavaliere errante, l’eroe di tutte le storie che lotta per un’ideale di giustizia, finendo per acquisire poteri straordinari non comuni agli altri uomini. In realtà, le evoluzioni dei racconti wuxia sono assai minori rispetto al precedente film.
L’uso della tecnologia, sebbene visibile, è una semplice aggiunta laddove le doti fisiche non possono arrivare; non sostituisce, ma supporta.
Le scene di combattimento sono equilibrate rispetto al resto, ma non per questo prive di minor suggestività.
Basta pensare alla scena nella foresta con guerrieri che si servono delle cime degli alberi come sentiero privilegiato per inseguire i fuggiaschi.
Un’ambientazione che assume tonalità di un verde acceso, forse poco realista, come se tutto fosse illuminato artificialmente da raggi laser.
I tronchi si trasformano in frecce eseguendo una sibilante danza nell’aria che richiama alla mente, anche se per pochi istanti, il combattimento finale in “La tigre ed il dragone” di Ang Lee. Del resto, nel genere wuxia è immancabile un duello in una foresta. Lascia senza fiato scorgere Mei appoggiata con i piedi tra un tronco e l’altro mentre devia quegli strani proiettili dotata soltanto di un’asta di bambù.
Altro segmento lo si scorge nel campo di fiori quando i soldati circondano i protagonisti di una fuga rocambolesca. Lì sono le spade ed i pugnali a sfidare le leggi della fisica, senza tralasciare le punte acuminate scagliate da qualcuno che li segue da lontano.
È la prima scena, al Padiglione delle Peonie, luogo che nasconde donne di leggendaria bellezza, a conquistare l’attenzione dello spettatore facendogli capire, già allora, che la storia si svolgerà con quel particolare movimento fluttuante.
Il balletto che si trasforma in una danza di morte entrerà nel mito per la bellezza dei movimenti e l’originalità degli espedienti scenici.
L’attrazione della casa viene invitata a compiere il “Passo dell’eco danzante” davanti al capitano Leo, sotto gli sguardi eccitati delle fanciulle che popolano il luogo.
La donna si serve delle lunghe maniche color pesca per ripetere il percorso dei fagioli che vengono gettati, uno ad uno, e poi tutti insieme contro una serie di tamburi posti in cerchio attorno a lei. Non fallisce neppure un colpo ed il risultato d’insieme è una coreografia di memorabile leggiadria.
Il suono degli strumenti segue le sue movenze interrompendosi di fronte all’immobilismo più totale che segna la conclusione di ogni prova. Una ballerina dotata di perfetto autocontrollo per mantenere l’equilibrio in ardimentosi passi. In tale occasione Ziyi Zhang non ha utilizzato alcuna controfigura, perché abilissima nella danza in cui si allena fin da piccola. E si deve ringraziare tale sua particolare dote perché il risultato è molto più naturale di quanto sarebbe avvenuto altrimenti.

“Come il vento viaggio per il mondo, leggero ed invisibile”
Diversamente che in “
Hero”, quindi, la storia non viene spezzata in singoli frammenti come varianti di un’unica visione, ma è un unico quadro che si preferisce dipingere portando l’evoluzione cromatica a servizio di ciò che sarà il destino dei suoi protagonisti.
Tacere dell’uso simbolico del colore significa escludere buona parte della rappresentatività del modo di narrare le cose di Zhang Yimou, anzi di tratteggiarle.
Suoni ed immagini sono argomentazioni molto forti e ben delineate: il sibilare delle spade, dei pugnali e delle frecce che tagliano l’aria, il fruscio delle cime degli alberi e delle maniche fluttuanti della seta indossata al Padiglione delle Peonie, le voci degli animali, l’eco dei tamburi durante il passo dell’eco danzante, il rumore del bambù tagliato.
E poi la musica di Shigeru Umebayashi fortemente ispirata e costruita ad arte per ogni singola azione, per ogni mutamento interiore che si delinea sulla scena.
Jin: “Ti credevo infuocata come il vulcano, invece sei fredda come il ghiaccio”
Mei: “Cosa dovrei aspettarmi da chi si paragona al vento?”
Si privilegiano gli esterni per esaltare, con le sfumature della natura, la tensione narrativa, il crescendo delle emozioni, la trasformazione graduale che avviene nel cuore dei protagonisti fino a sfociare in una passione liquida che travolgerà il senso del dovere.
Il viaggio, attraverso i campi prima e nella foresta poi, si pone, quindi, come percorso intimo tra i due coraggiosi guerrieri, il capitano Jin e la danzatrice cieca Mei.
Tre giorni è il tempo di durata del viaggio verso il covo dei Pugnali Volanti, ma nel delinearsi della storia si assiste al mutamento delle stagioni come se l’esistenza si dilatasse per dar modo a tutti coloro che sono coinvolti di procedere gradualmente: dalla primavera (il Padiglione delle Peonie) all’estate (il campo), dall’autunno (la foresta) all’inverno (la nevicata finale). Tutto scorre e si trasforma.
Mei: “dicevate che il vento non si può fermare.
Jin: “una brezza giocosa può farlo se ne ha il desiderio”
Mei: “perché siete tornato?”
Jin: “perché non riesco a starti lontano”
Questo cammino verso un destino costruito passo dopo passo viene sottolineato dal
colore, come già fortemente manifestato in
Hero. In quest’ultimo era netta la scelta per ogni singola variante della verità, ne La foresta dei Pugnali Volanti c’è una scelta graduata che si sviluppa nel corso del film.
Nelle scene iniziali si prediligono accostamenti multicolori. Il Padiglione delle Peonie è il luogo adatto, con i suoi raffinati arredi. Si scorgono tinte vivaci che, con molta grazia, sono abbinate ad elementi di scena. Pensiamo alle ragazze del locale con i vestiti verdi che si chinano sulla parte del pavimento su cui risalta la stessa tinta. E poi al primo abito azzurro e turchese di Mei che fluttua accostandosi alle farfalle che abbelliscono il suolo, riprendendo persino piccoli intarsi di colori diversi. E poi ancora, nel passo dell’eco danzante, Mei indossa un abito dalle varie gradazioni color pesca che si ripetono nel rosone centrale posto al centro della grande sala, nonché nell’insieme dei tamburi posti in cerchio. La luce, a seconda delle situazioni, esalta i vari elementi.
Si va poi per sfumature, lasciando pochi colori fino all’arrivo della foresta di bambù dove, per l’appunto, domina il verde: nell’atmosfera, nella casa, negli abiti dei Pugnali Volanti, nei loro cappelli, nei sentimenti di speranza.
Quello è il momento della verità, in cui i tradimenti si svelano, le carte si scoprono da ogni lato del tavolo.
Le opposte fazioni si ritrovano insieme, ma non tutto è ciò che appare: un gioco ad incastri che sta per consumare le sue mosse finali.
Due uomini sono pronti a contendersi l’amore di una donna. Erano amici prima, forse, o avrebbero potuto esserlo. Questo era ciò che ci era stato mostrato, ma il destino ha scelto diversamente.
Ecco che di fronte alla tragedia dell’odio, della vendetta tutto diventa bianco di una neve innaturale, pronta a spezzar via i colori autunnali della foresta che aspetta il ritorno di qualcuno di loro.
Anche per questo film, il verde ed il bianco sono i colori utilizzati per raccontare l’ultimo stadio della storia.
La battaglia tra l’esercito imperiale e gli affiliati dell’Alleanza è sfumata, non si vedrà più nulla delle loro vicende. Al suo posto una lotta spietata per qualcosa di più intimo si sta per svolgere tra i singoli protagonisti. Non più due, ma tre.
La neve che tutto imbianca non potrà che essere l’unico elemento neutrale alle fazioni in causa.
Zhang Yimou sembra voler rimarcare che tutto passa, spazzato via dall’inverno come se il duello si svolgesse in un tempo indefinito.
Non è solo questo. È il monocolore, mandato dalla provvidenza, che gli serve a meglio evidenziare il sangue che si sparge su quel bianco. Non la violenza, ma l’intensità dei sentimenti messi in gioco.
Una scena molto intensa e, per certi versi, commovente si delinea ai nostri occhi.
I cambiamenti interiori hanno raggiunto l’ultimo stadio, quello della pienezza, quello della libertà, ognuno a suo modo.
“Per te ho sacrificato 3 anni della mia vita. E tu in 3 giorni ti sei innamorata di lui”
Il film è esteticamente perfetto, dunque, facendo superare presto il cambio di fotografia di “
Hero” che ritengo ineguagliabile. Ci si sente probabilmente a proprio agio per una storia più occidentale che si sviluppa con grazia ed intelligenza, a tratti anche ammiccante.
Gli episodi di combattimento sono isolati come puri esercizi stilistici che non ripetono l’esaltazione di “
Hero”. Zhang non vuole più stupirci in tal senso. Qui li mette in secondo piano, seppur mirabilmente orchestrati. La differenza si nota, tanto che questo film incontrerà più consensi tra i detrattori del genere, sebbene la sceneggiatura non brilli con la stessa originale intensità.
“La foresta dei Pugnali Volanti” è una storia d’amore in evoluzione, di cambiamenti interiori che interessano il microcosmo, non l’assetto generale degli “uni contro gli altri”.
Non ci sono e non ci saranno nuovi adepti contro l’Imperatore. Non ci saranno guerre per la giustizia o contro la corruzione tra quei tre che si troveranno su un campo innevato.
Ci sono solo stati emotivi che transitano verso luoghi di profondità.
Le leggi della fisica stravolte, i pugnali che seguono traiettorie definite dalla mente, combattimenti acrobatici e danzanti tra cielo e terra, sono solo picchi narrativi che nulla aggiungono al motivo principale, da un lato l’amore e la passione, dall’altro la gelosia e la vendetta.
Un grande riconoscimento alle figure femminili, alla posizione e alla forza delle donne con grande attenzione alla generosità dei sentimenti.
Non ci sono ideali che tengano, non ci sono lotte sociali da poter mantenere, quando la forza del cuore passa travolgendo il resto.
Straordinaria la scena della separazione, con Jin fermo a cavallo verso un destino che lo porrà contro la donna amata, lei a terra, con il vestito verde disegnato sul suo corpo, la testa inclinata in avanti, tutti e due di schiena, immersi in un’ambientazione diversa, già innevata per il primo, con gli splendidi colori autunnali per la seconda.
“Combattiamo per due opposte fazioni. Se ci incontreremo uno dei due dovrà morire”
Intensa come mai l’avevamo vista Zhang Ziyi, finalmente protagonista in un film internazionale, con un volto di candida porcellana su cui le riprese si dilungano parecchio. Aggraziata e fulminea, possiede una fisicità di tutto rispetto, danza compresa, con doti espressive non di poco conto, se si considera la molteplicità di cambiamenti che avvengono nel suo animo e, soprattutto, se si tiene presente che recita la parte di una donna cieca.
Takeshi Kaneshiro, nato a Taipei, da madre cinese e padre giapponese, un vero divo in tutta l’Asia, grazie alla versatilità delle lingue di cui è padrone, noto in Occidente soprattutto sulle scene di Kar Wai Wong, è il perfetto bel giovane capace di grandi gesti d’amore e di generosità. Il suo viso e, soprattutto, i suoi occhi sono molto vivaci e si prestano ai mutamenti voluti dalla sceneggiatura.
Andrew Lau, anch’egli grande divo di Hong Kong, una vera macchina da guerra, versatile nell’essere attore (Infernal Affairs, per l’Occidente), regista e cantante, è più defilato rispetto agli altri due perché questo il suo personaggio richiede (un vero peccato). Si trova perfettamente a suo agio prima nei panni dell’amico, in quello dell’alleato che li segue proteggendoli da lontano, poi nell’amante respinto ed infine nel vero antagonista capace di sfogare nel modo più atroce la sua vendetta.
Presentato con notevole anticipo, accompagnato dalla sorpresa che è stata “
Hero”, “La foresta dei Pugnali Volanti” è film da vedere con la mente sgombra dal ricordo precedente che rimane, a mio giudizio, insuperabile. Anche qui domina la poesia, ma è la storia ad essere diversa, meno originale.
“Per essere libera come il vento”
Pagine già pubblicate in ciao.it. e Lankelot.com
Regia: Yimou Zhang.
Soggetto e sceneggiatura: Yimou Zhang, Li Feng, Wang Bin.
Direttore della fotografia: Zhao Xiaoding.
Scenografia: Huo Tingxiao.
Montaggio: Cheng Long.
Effetti visivi: Lindsay Adams, Vaughn Arnup,Jason Billington.
Costumi: Emi Wada.
Interpreti principali: Takeshi Kaneshiro (Jin), Andy Lau (Leo), Ziyi Zhang (Mei).
Musica originale: Shigeru Umebayashi.
Distribuzione: Bim.
Origine: Cina/Hong Kong.
Durata: 119 minuti.
Anno: 2004
Titolo originale: “Shi mian mai fu”, “House of Flying Daggers”, “Lovers”, candidato all’American Academy Awards 2005 per la migliore fotografia.
ZHANG in LANKEL


Commenti
"La foresta dei Pugnali Volanti? è una storia d?amore in evoluzione, di cambiamenti interiori che interessano il microcosmo, non l?assetto generale degli ?uni contro gli altri?.
Non ci sono e non ci saranno nuovi adepti contro l?Imperatore. Non ci saranno guerre per la giustizia o contro la corruzione tra quei tre che si troveranno su un campo innevato.
Ci sono solo stati emotivi che transitano verso luoghi di profondità"
dal 2002 fan di Kaneshiro (ehm!), dal 2003 ammiratrive di Andy Lau (ammirazione professionale)....un sogno vederli sul grande schermo insieme :)
http://www.youtube.com/watch?v=CcXCq6JgF_c&feature=related
1 - Io invece sono un fan di Zhang Ziyi, in tutti i sensi;) La adoro, è bellissima. Il film è anch'esso visivamente meraviglioso. Zhang Yimou un grande artista della messa in scena.
Altra scheda eccezionalmente completa:).
"Diversamente che in ?Hero?, quindi, la storia non viene spezzata in singoli frammenti come varianti di un?unica visione, ma è un unico quadro che si preferisce dipingere portando l?evoluzione cromatica a servizio di ciò che sarà il destino dei suoi protagonisti.
Tacere dell?uso simbolico del colore significa escludere buona parte della rappresentatività del modo di narrare le cose di Zhang Yimou, anzi di tratteggiarle. "
> Giurerei d'averlo visto e successivamente rimosso. Quindi, quando scatta "Hero", arriva pure "La foresta", è deciso. Bel lavoro Movi
Le confesso, Movida, che
Le confesso, Movida, che prima di leggere le sue recensioni nel vecio Lankelot sul cinema orientale, non avevo mai assistito alla proiezione di questi film. Ma, alla visione di alcune immagini inserite ne "La foresta dei pugnali volanti", soprattutto quella della ballerina tutta vestita di blu che si presenta e, se non erro, di un'altra - ora scomparsa- sempre della protagonista vestita di rosa circondata da tamburi, mi hanno conquistata, e, dopo aver letto la sua esemplare recensione, mi sono assicurata il DVD e l'ho visto. E' stato come entrare in un mondo sconosciuto ma bellissimo, che ha frantumato ogni attesa per la grande raffinata bellezza visiva. Credo mi sia piaciuto molto perché supera il gusto orientale, per appagare l'universale. La danza della ballerina, cieca, che deve individuare con l'udito il tamburo su cui è stato lanciato il fagiolo e colpirlo con le lunghe maniche, quasi a riprodurne il suono, è un momento di indimenticabile grazia, eleganza, armonia ed equilibrio.
"Intensa come mai l'avevamo vista Zhang Ziyi finalmente protagonista in un film internazionale, con un volto di candida porcellana su cui le riprese si dilungano parecchio. Aggraziata e fulminea, possiede una fisicità di tutto rispetto, danza compresa, con doti espressive non di poco conto, se si considera la molteplicità di cambiamenti che avvengono nel suo animo e, soprattutto, se si tiene presente che recita la parte di una donna cieca". Ecco, sì. Grazie.
Raffaella