Zhang Yimou

La città proibita

Autore: 
Zhang Yimou
Dopo Hero e La foresta dei pugnali volanti, con l’intermezzo rurale e intimista di Mille miglia… lontano, torna Zhang Yimou. Torna con La città proibita (titolo internazionale Curse of the Golden Flower), pellicola che idealmente chiude un’apparente trilogia wuxia (lo ripeto, per coloro a cui questo termine fosse del tutto estraneo, è una sorta di cappa e spada in salsa orientale), terza storia che Yimou ambienta nella Cina imperiale e fortemente tradizionale. Perché dico apparentemente? Perché il film in questione, a differenza dei due precedenti, concentra i motivi della sua storia non tanto e non solo nelle pirotecniche e funamboliche acrobazie marziali, ma su una struttura narrativa che è una via di mezzo tra una tragedia greca e un dramma shakespeariano.
 
Cina. Decimo secolo dopo Cristo. Nella città imperiale regna la potentissima dinastia dei Tang. L’imperatrice (Gong Li) è afflitta da circa un decennio da un male oscuro che l’imperatore si è preoccupato di far curare dal medico personale per mezzo di un particolare infuso chiamato “il rimedio”. I codici tradizionali, all’interno della città, sono osservati con estremo rigore; l’imperatore ha diritto su tutto e su tutti, persino i figli, tre principi maschi, sono a lui reverenti in maniera impressionante. Il primogenito, principe ereditario, ha però una diversa madre, morta subito dopo la sua nascita. Tra il primogenito e l’imperatrice c’è più che un affetto filiale (seppur non di sangue), e l’imperatore deve averlo scoperto, visto che l’infuso propinato alla sovrana contiene un veleno che agisce sul cervello. Nel momento in cui, grazie alla confidenza ricevuta dalla moglie del medico personale del sovrano (che si scoprirà essere la precedente moglie dell’imperatore, evidentemente ancora in vita), l’imperatrice scopre di essere costantemente avvelenata, immagina una vendetta che intende ribaltare gli equilibri di potere della dinastia. Assieme al figlio mezzano, organizza una rivolta che deve simbolicamente consumarsi nel giorno di un solenne rituale, la “festa dei crisantemi”. La posta in gioco è altissima: l’epilogo sarà tragico, per tutti.
 
Prima di tutto una considerazione d’obbligo. Siamo dalle parti del grande cinema, quello che resta impresso nella memoria dello spettatore amante per lunghissimo tempo. A rendere La città proibita non solo un film epico e appassionante, ma un percorso unico tra sogno e realtà, contribuisce una scenografia che difficilmente troverete altrove; la pellicola è un viaggio ipervisivo (e ipervisionario) in un caleidoscopio di colori cangianti che frastorna, acceca e restituisce meraviglia ai nostri sguardi. È poesia in immagini, non vedo diverso modo per descrivere queste due ore ipnotiche a contatto con la perfezione stilistica. Perché non c’è alcun dubbio in merito da questo punto di vista, quello dell’impatto dell’immagine: credo sia impossibile far meglio. Zhang Yimou, come detto altrove, era direttore della fotografia prima di divenir regista. Questo aspetto in parte spiega l’accurato stile delle sue opere – come avrete capito, anche in questa pellicola, la fotografia è il fondamento base su cui il regista cinese edifica la sua arte -, ma certo non ci spiega l’oltre, quel plusvalore che rende i dipinti di celluloide di Yimou immagini di viva intensità. Ecco che subentra il regista, l’autore con la a maiuscola, colui che costruisce con impareggiabile maestria un testo sul testo, che riesce a far parlare ogni singola scena solo attraverso l’uso della macchina da presa, senza bisogno di parole. Ecco che quindi gli si può perdonare anche qualche eccesso di stile (il lungo indugiare sul dettaglio: ma immagino che si sia anche trattenuto, visto l’artificio visivo costruito) a scapito dell’indagine psicologica, o il semplice approfondimento di alcuni personaggi fondamentali alla narrazione (mi riferisco al giovanissimo terzogenito dell’imperatore e alla sua prima moglie). Gli si può anche perdonare una prima parte senza troppo slancio, tutta centrata sul magnificare in immagini – fin nel dettaglio, appunto - la città proibita e i suoi riti ancestrali. Che poi, in fondo, sono pecche lievi, delle quali si può ragionare a mente fredda, perché a caldo, come ripeto, si è letteralmente rapiti dalla complessità visiva dell’opera. Nella seconda parte, dopo un contegno che riflette la misura in cui erano costretti i personaggi, l’opera deflagra, come deflagrano le passioni, gli odi e le vendette. L’azione arriva, dirompente come la si attendeva, ma dimenticatevi la soave leggerezza dei combattimenti in volo del precedente La foresta dei pugnali volanti, dimenticatevi le pose marziali e solenni dell’incantevole Zhang Ziyi, perché qui, oltre a qualche sequenza in volo decisamente meno aggraziata, c’è il contatto fisico, il sangue e una battaglia di massa (che si avvale dell’ausilio della computer grafica, naturalmente) che ricorda da vicino – come effetto visivo – quella de Le due torri e de Il ritorno del Re (seconda e terza parte della saga di Jackson ispirata al Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien).
 
 
Esaurito l’aspetto scenico e visivo (a proposito, splendidi anche i costumi), è bene soffermarsi anche sullo script, tratto da un dramma teatrale di Cau Yu. Siamo dalle parti di Sofocle, dell’Edipo Re in particolare ma anche dell’Antigone, nonché vicini ai drammi di William Shakespeare, soprattutto nell’epilogo. Vi dico ciò per darvi la misura della storia portata sullo schermo da Zhang Yimou, cosi da spiegare perché questo film non è, a dispetto della facile pubblicità esterna, un wuxia. È un dramma cupo, asfissiante, angosciante, parzialmente stemperato dall’azione (non cosi presente come immaginavate) e affatto offuscato dalla cifra stilistica. La bellezza dell’opera risiede proprio qui, nella capacità di Yimou di fondere l’arte visiva con un dramma classico, rendendo – impresa titanica – claustrofobici e opprimenti i colori più sgargianti. Nella città proibita dominano il rosso, prevalente nelle rifiniture, e il giallo dei crisantemi, connotando cromaticamente ogni inquilino della real dimora, nonostante gli spazi amplissimi in cui si consumano i riti. Il cineasta cinese cerca il particolare per poi liberarlo in quadri maestosi, usando tutte le tecniche di ripresa possibili,  trasmettendo una continua sensazione d’assenza, di vuoto nella perfezione, di perfezione del vuoto stesso, attraverso campi lunghi, riprese dall’alto e panoramiche che restituiscono sempre un’immagine pietrificata. Viene nullificata la dinamica. Tutto molto orientale, se ci pensate bene.
 
Per far amalgamare alla perfezione l’architettura visiva e il tipo di narrazione scelta ci volevano personaggi più che mai in parte. Come non richiamare allora l’antica musa? Torna Gong Li, a distanza di qualche film – dopo aver assaporato Hollywood, ma senza troppo entusiasmo -, e torna regalando una prova superlativa in cui alterna misura, sgomento e rabbia, in cui regala allo spettatore una performance che esalta la sua poliedricità espressiva. Discorso simile - forse un gradino lievemente sotto - è possibile farlo per Chow Yun-Fat, attore notissimo anche ad Hollywood, per i numerosi action movie girati in America, che regge ottimamente il confronto con la grande attrice cinese. Buonissime prove anche per il resto del cast, nessuno stona e tutti sono ben incardinati nel personaggio affidato loro.
 
Che altro dirvi? Credo di avervi sufficientemente illustrato i motivi per cui La città proibita è un film assolutamente da non perdere. Dico di più, è un delitto non vederlo in sala. Questa è arte, signori, arte pura, dal punto di vista visivo può fargli concorrenza, per vie pur molto differenti, solo il Lynch di INLAND EMPIRE e Mulholland Drive. Richiamato anche il maestro Lynch, non serve che aggiunga altro. Se amate la settima arte, questo è il film per voi.
 
Curiosità: Per La città proibita è stato costruito il più grande set che la Cina ricordi. é anche il film cinese più costoso di sempre (45 milioni di dollari), nonché il più grande incasso nazionale (due milioni di dollari nellle prime cinque ore di uscita). Per fabbricare la Vestaglia del Drago indossata da Chow Yun-Fat e la Gonna della Fenice di Gog Li, 40 artigiani hanno lavorato per due mesi.
 
Regia: Zhang Yimou. Soggetto: tratto dal dramma teatrale di Cao Yu. Sceneggiatura: Zhang Yimou. Direttore della fotografia: Zhao Xiaoding. Scenografia: Huo Tingxiao. Montaggio: Cheng Long. Costumi: Yee Chung Man. Interpreti principali: Chow Yun-Fat, Gong Li, Jay Chou, Chen Jin, Liu Ye, Li Man, Ni Dahong Jiang, Qin Junjie. Musica originale: Shigeru Umebayashi. Produzione: Beijing New Picture Film Co., Edko Film Ltd, Elite Group Enterprise, Film Partner International. Titolo originale: “Man Cheng Jin Dai Huang Jin Jia”. Origine: Cina / Hong Kong, 2006. Durata: 118 minuti.
 
ISBN/EAN: 
8032807020174

Commenti

Per voi l'ultimo Zhang Yimou, appena uscito nelle sale. Esperienza estetica notevole.

Ne parli con un trasporto incredibile. Assieme aumenta la mia curiosità. Ottimo lavoro...

"su una struttura narrativa che è una via di mezzo tra una tragedia greca e un dramma shakespeariano."

> in che senso?

nel senso che c'è il discorso edipico, la tragedia familiare, e il pathos drammaturgico dell'opera shakespeariana.

é un film visivamente incredibile, raramente ho visto quualcosa di altrettanto suggestivo. Però se noti diversifico i piani: storia, introspezione e visività sono trattati singolarmente, e non tutti convincono alla stessia maniera. Certo però che qui l'immagine da sola fa tanto, quasi tutto. è una cosa abbastanza rara. Per questo sono rimasto cosi colpito. Zhang Yimou ha un senso del cinema (della fotografia e dell'uso della macchina da presa) che è davvero notevole. Vedere i suoi film in sala è un godimento doppio, da appassionati di cinema, evidentemente.

in altre parole è cinema. Finalmente.
Penso a questo tuo "l'immagine da sola fa tanto, quasi tutto" che spiega qualunque cosa. Bene, rimedierò. Magari è la volta che torno al cinema;)

5- Guarda, Franco, per un film del genere, da amante dell'arte in sé (come sei tu), ci si può anche scomodare. Magari un paio di film l'anno, ma quelli giusti;)

roger:)

Chow Yun-Sun Fat era l'attore preferito di John Woo nei primi film girati ad Hong Kong. Film di una violenza inaudita, dai quali però traspariva già il talento di questo attore, secondo me sottovalutato.

http://www.imdb.com/title/tt0092263/

http://www.imdb.com/title/tt0094357/

Grandi films di genere. O era Ghezzi o Filmissimi, li passavano spesso.

Secondo me a quella serie di film si è un po ispirato Tarantino. L'unica cosa fastidiosa di quei film è che Woo faceva dei primi piani con fermo immagine sugli attori che duravano un'infinità di tempo.

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