Chuck Noland (Tom Hanks) è un diligente e intransigente manager della FedEx. Fedele a una visione del mondo fondata sull’insolubile agone con il tempo e sull’inviolabile dogma della produttività, trascura la sua vita sentimentale per dedicarsi anima e corpo alla sua missione. E così, tra un’invasione mercantile della Piazza Rossa (dall’ovvio retrogusto di occupazione culturale ed economica) e una rieducazione al lavoro di quegli scioperati degli ex sovietici (Noland, a suo modo, è lo Stakanov d’America), si ritrova a trascorrere il Natale, a casa, con un occhio rivolto alla propria compagna (Helen Hunt) e un altro puntato sull’orologio. L’inevitabile strabismo non dà luogo, apparentemente, a nessun conflitto di coscienza: neppure s’intravede rammarico o dispiacere, tanta è la dedizione alla propria professione. E così, quando Chuck s’imbarca su un aereo di linea FedEx, terminando il suo Natale in macchina, fa appena in tempo a salutare la promessa sposa gridando: “Torno presto!”.
Nel corso del viaggio, per ragioni francamente indecifrabili, l’aeroplano è costretto a un ammaraggio. Chuck è l’unico sopravvissuto. Riesce a scampare alla tempesta e s’abbandona, stremato, su un piccolo gommone di salvataggio.
Al suo risveglio, è disteso su una spiaggia. Chiama soccorso, nessuno risponde.
Lungo la riva, ossi di seppia del disastro della notte precedente, diversi plichi della FedEx: ovviamente, intatti. Confezionati, evidentemente, in confezioni infrangibili, sigillate a dovere, impermeabili alle intemperie, sembrano addirittura essere sabbia-repellenti. Noland non ha neppure tempo d’apprezzare la miracolosa efficienza della sua azienda – probabilmente, giudica scontata la resistenza dei pacchi FedEx – perché, per prima cosa, appurato che il cercapersone è fuori uso e che l’orologio s’è fermato, deve orientarsi e trovare aiuto.
Invano: si trova su un’isola. Deserta.
Ed è a questo punto, dopo un principio onestamente snervante e bolso, che ha inizio il film e si possono apprezzare le scelte del soggettista e sceneggiatore William Broyles Jr.
Non incontreremo Venerdì da educare a suon di Bibbia, né cannibali né strane creature dalla dentatura aguzza e dagli artigli affilati: non appariranno tesori dei pirati né antiche iscrizioni rupestri vergate da (non sempre) illustri predecessori. Chuck Noland è naufragato in un’isola deserta, nel cuore del Pacifico, dal clima incerto, dalla vegetazione rigogliosa e dalla povera fauna.
Deve provvedere direttamente alla sua alimentazione, imparare ad accendere il fuoco, trovare un riparo, risolvere il mistero delle noci di cocco (ma come diavolo…) (che sia una citazione da “Il Signor Robinson – Mostruosa storia d’amore e d’avventure” di Sergio Corbucci, con un Paolo Villaggio in gran spolvero?) e quello della cottura del pesce crudo. Dovrà improvvisarsi dentista, free-climber, sarto (look tribale entro una manciata di giorni), fuochista (intonando, manco a dirlo, “Light My Fire”), infermiere (frequenti le abrasioni, le lacerazioni e gli squarci: soprattutto nei primi giorni), pescatore (con fiocina artigianale). Ad aiutarlo, il magico e sorprendente contenuto dei molti plichi FedEx, che apre senza scrupoli – con l’eccezione di uno. Beh, l’etica professionale non si potrà mica corrompere per un naufragio lungo quattro anni: che pretendete. Nelle confezioni, trova dei pattini affilatissimi, dei nastri vhs, scartoffie e un pallone. Da pallavolo. Della Wilson. Questo pallone diventerà uno dei protagonisti della pellicola. Silenzioso testimone dei primi tentativi d’accendere il fuoco, muto e impassibile mentre Chuck si ferisce in più parti, non appena macchiato dal suo stesso sangue, con una provvidenziale manata, sembra assumere connotati umani. Ergo, il pallone della Wilson diventa l’amico Wilson.
Wilson assisterà, parlando da questo punto in avanti una lingua che il solo Chuck intende e il pubblico stranamente non ascolta, alla creazione del fuoco – diventando una sorta di nume tutelare della sorte del naufrago. Compagno di mille avventure, tra piogge, tempeste, noci di cocco che proprio non vogliono aprirsi e pesci non sempre invitanti, rimarrà al fianco del suo mentore e creatore, muto ma solerte e servizievole Golem, per quattro, interminabili anni.
Censurato dal regista il tentativo di suicidio di Chuck, accennato con discrezione giusto poco dopo il momento del passaggio tra la narrazione degli eventi dei primi giorni e quelli dei primi giorni del quarto anno (l’ellissi è effettivamente un po’ impietosa), subito si va a osservare il suo nuovo tentativo di fuga dall’isola.
Chuck è provatissimo: avrà perso circa venti chili. In compenso, è molto atletico e lancia la fiocina con la precisione di un campione olimpico. Di norma, ci prende. Una notte, s’infuria con Wilson perché parla troppo e non lo lascia dormire: in realtà, il frastuono è provocato da un nuovo rifiuto sbarcato sugli scogli, direttamente dagli States. È una cabina mezza rotta, che Chuck adotterà come vela su una zattera, incollata con il nastro dei Vhs di quattro anni prima (rimasti, chiaramente, immuni a qualunque agente esterno), per abbandonare finalmente l’isola.
Con il fido Wilson come polena e l’ultimo pacco integro della FedEx come zavorra, s’imbarca e dice addio all’isola. Fin quando, dopo qualche giorno di navigazione, il pio Golem decide di farla finita e si lascia andare, cullato dalle onde, per tornare – chissà – a monologare per il pubblico dei granchi dell’isola perduta. Chuck si lancia tra le onde, in un disperato (ma non troppo) tentativo di recuperare il tondo amico. Accortosi di non poterlo recuperare, piangendo s’abbandona sulla zattera. Alla deriva.
Recuperato da una nave, giorni dopo, viene restituito alla vita d’ogni giorno, dopo una brillante cerimonia tenuta dalla FedEx.
La sua compagna, lacerata dalla malinconia per averlo perduto per sempre, s’è sposata e ha figliato. Dunque non può accettarlo.
Così, dopo un sommesso congedo, ancora intorpidito dall’accoglienza dei vecchi colleghi della FedEx e un po’ contrariato per il rinnovato isolamento sentimentale, si dirige, a bordo della sua macchina, un nuovo Wilson al suo fianco, a consegnare il famoso unico pacco mai consegnato.
Finalmente trasandato (ma crediamo sia colpa del precedente trasporto aereo, non certo dell’incuria del manager), il plico raggiunge la sua destinazione.
Chuck è finalmente uomo? No, è sempre stato uomo. Soltanto, reso più silenzioso dalle ultime esperienze, un pallone Wilson al suo fianco, adesso può fermarsi a un crocicchio, in una strada deserta, e decidere di non prendere più nessuna direzione: per aspettare quel che le onde della vita porteranno alla sua riva. Del resto, l’ultima e profonda morale di questo personaggio ricorda un po’ quella del tizio che giurava che la vita fosse una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita: e alla fine impari a non dire mai più “torno presto” (e a dubitare della qualità delle opere di Zemeckis interpretate da Tom Hanks).
APPUNTI
C’è qualche buona intenzione, qualche pregevole silenzio, qualche apprezzabile fotografia nelle notti dell’isola. C’è un attore protagonista sostanzialmente solo di fronte alle telecamere (con Wilson) per quasi tutto il film: capace di perdere decine di chili per interpretare la seconda parte della pellicola. C’è un’intuizione della necessità di raccontare le autentiche difficoltà di un naufrago in un’isola deserta; c’è la trovata del pallone come amico per giustificare la necessità di Chuck di dialogare. Ma non basta: il film rimane ad un livello di superficialità che dispiace percepire tanto naturalmente, considerando quel che avrebbe potuto essere se non si fosse limitato a voler essere una guida per la sopravvivenza e una smaccata pubblicità per due aziende. Bastava cambiare un paio di lettere e l’impressione di uno spot di diverse ore sarebbe stata meno nitida.
Regia: Robert Zemeckis. Soggetto e sceneggiatura: William Broyles Jr. Direttore della fotografia: Don Burgess. Montaggio: Arthur Schmidt. Interpreti principali: Tom Hanks, Helen Hunt, Nick Searcy, Wilson the Volleyball. Musica originale: Alan Silvestri. Produzione: Tom Hanks, Robert Zemeckis, Jack Rapke, Steve Starkey. Origine: Usa, 2000. Durata: 143 minuti. Info Internet: The Robert Zemeckis Encyclopedia / The Gods of Filmmaking. Recensioni: Tempi Moderni / Clarence / Repubblica / Pigrecoemme.
Lankelot Franchi, gennaio 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
A dire la verità a me non è piaciuto per nulla: è superficiale, anche se devo riconoscere che sobbarcarsi in pratica un film intero non dev'essere facile per un attore.
La trovata carina è quella del pallone Wilson, per il resto non ci trovo niente di notevole. sarà che a me nonpiace neanche la storia di Robinson Crusoe.
Oddio, non mi sembra di aver scritto che ho un totem con la locandina di questo film:)
Continuo a rimpiangere lo Zemeckis che ormai è un classico...
tu dici quello del primo Ritorno al Futuro. Assolutamente sì.
Gf, in effetti concordavo sul tuo parere al film.
Ritorno al futuro era molto divertente e simpatico, il primo naturalmente.
3, 4. C'è un film di Z. che io considero un classico immortale... Roger Rabbit. Quante volte l'ho rivisto? E' uno dei miei pochissimi must.
Adoro Roger Rabbit, è un film che non mi stanco mai di rivedere!!
(sistemata la locandina)
8, danke:)
6, Roger Rabbit, bisognerebbe scriverne:)