Yamada Yoji

The Twilight Samurai

Autore: 
Yamada Yoji
  “I giorni dei samurai stanno per finire…”
  
Yoji Yamada dà il via, con questo film, ad una trilogia dedicata alla figura dei samurai dello scrittore giapponese Shuhei Fujisawa, , inedito in Italia: The Twilight Samurai (Tasogare Seibei, 2003), The Hidden Blade (Kakushi-ken: Oni no Tsume, 2004), Love and Honor (Bushi no Ichibun, 2006).
Mentre il mondo occidentale veniva investito dall’uragano “L’ultimo samuraidi Edward Zwick, dal Giappone giungeva sinuoso, nell’ombra, il riflesso autentico di un’epoca: il samurai-crepuscolo, l’altra faccia  degli ultimi giorni dello shogunato Tokugawa, una manciata di anni prima dell’avvento della Restaurazione Meiji.
Lo stile è diverso. L’angolazione è diversa. Non è esaltazione del guerriero, né ostentazione delle sue capacità sul campo di battaglia, davanti all’avversario, ma è il profilo umano a restituire un’altra visione del bushid?. Le spade sono pressoché invisibili, quasi assenti i momenti epici, i duelli fulminei e silenziosi, l’atmosfera rarefatta, le luci smorzate, i suoni essenziali, prediletti gli spazi interni più che la scenografia naturale. Il samurai, il bushi è in penombra. Emerge la profondità dell’essere umano e con essa il ritratto di una società che si estende fino all’oggi.
A rendere ancora più incisiva la differenza nella rappresentazione delle due visioni, quello epico del film di Zwick e quello malinconico di Yamada, è la scelta di un attore presente in entrambi i film, a contrasto: Hiroyuki Sanada. Nell’uno, Ujio, l’imperturbabile guerriero tutto d’un pezzo, fiero e valoroso come l’immagine di una leggenda. Nell’altro, il mite Seibei Iguchi, il samurai-crepuscolo, ammorbidito nel sorriso e timido nello sguardo. Entrambi non cedono. Mai.  Attore straordinario, nell’una e nell’altra rappresentazione.  
 
Clan di Unasaka, al nord.
Seibei Iguchi registra le merci in un magazzino di proprietà del castello. È un burocrate, come tutti gli altri suoi colleghi che servono il paese curando gli approvvigionamento per i tempi di guerra.
La sera, dopo il lavoro, torna a casa, rifiutando l’offerta dei colleghi di allegre bevute in compagnia. Preferisce tornare dalle figlie e dalla madre malata. La moglie è morta da poco tempo, di tisi, e lui è pieno di debiti e con una casa da mandare avanti.
La voce narrante è quella di Ito, la figlia minore.
È un samurai di basso rango, o almeno lo era. La sua spada, l’anima, è un ricordo. Ha dovuto venderla per far sopravvivere la famiglia. L’onore è oscurato da un presente che ne ha cancellato la memoria storica.
Lui è un solitario. Ed è per questo che viene soprannominato “crepuscolo”. I suoi colleghi lo prendono in giro per il suo aspetto sciatto, per la sua assenza alle bevute serali. Il contrario di quanto avviene nella moderna società giapponese in cui il padre di famiglia che lavora, il salaryman come viene chiamato, risente delle pressioni sociali e si trova a vivere per la società in cui lavora. Frequenti le uscite con il capo ed i colleghi per la conclusione di una giornata di lavoro. Non si può dissentire, pena l’esclusione sociale. Ed è così che questi uomini trascorrono spesso le notti fuori, in modesti alberghi o in capsule hotel, perché troppo ubriachi per riuscire a ritrovare la strada di casa o perché hanno perso l’ultimo treno per le sterminate periferie delle metropoli giapponesi. L’assenza dalla “famiglia” è inevitabile. Sono loro i moderni samurai del Giappone.
 
E questo film non può che far pensare ad un dissenso nello stile giapponese,  lieve, mai ad alta voce, e, quindi, ad una critica non tanto velata per un costume profondamente radicato nella società.
La sciattezza è il contrasto critico del perfetto “colletto bianco”. Seibei è in antitesi al modello nipponico. Si dedica con meticolosità al lavoro rifuggendo le distrazioni e trova la felicità, la realizzazione di se stesso nel duplice ruolo di padre e madre. Al crepuscolo torna a casa. Cura la madre anziana,  l’orto, sbriga le faccende domestiche e, soprattutto, trova il tempo e la gioia di giocare con la figlia minore e di dialogare con quella più grande. Rincuora la scena in cui, attorno al fuoco, sente la figlia maggiore recitare Confucio e le ricorda che, da giovane, lui doveva impararne a memoria i testi. La figlia domanda se sia davvero utile, per lei, da donna, imparare a leggere. Seibei non la rimprovera né la sprona, risponde semplicemente che certamente il cucito le potrebbe essere  utile “ma imparare dai libri ti dà la capacità di pensare. Per quanto possa cambiare il mondo, con la capacità di pensare riuscirai a sopravvivere in qualche modo. E questo è vero sia per i bambini che le bambine”.
 
Seibei ha un rapporto speciale con le figlie, le rende partecipi dei suoi pensieri e delle sue scelte, come quella di rifiutare un’altra moglie scelta dal presuntuoso prozio. Lui non sembra aspirare ad alcun cambiamento. La sua serenità, anche nella povertà, è quella delle figlie. La sua felicità si rispecchia in loro. Non cerca altro. Non è ambizioso.
Eppure si fa trascinare dagli eventi in un vortice senza ritorno. Prima si lancia nel duello d’onore per difendere Tomoe,  l’amica d’infanzia, dai soprusi dell’ex marito e, subito dopo essersi fatto notare per la sua abilità, viene inviato ad uccidere Yogo Zenemon, funzionario “ribelle” che si rifiuta di fare hara-kiri.
 
Il primo episodio crea l’occasione di una riunione di anime, tra Seibei e Tomoe che si fa sempre più presente, anche se in modo discreto, nella sua vita ed in quella delle figlie. Il dialogo a due, Seibei – Tomoe, è la parte romantica del film in cui rare sono le parole esplicite tra i due. Tutto è costruito sulle attenzioni reciproche, sulla dolcezza che sprigiona dalle amorevoli cure della donna e sul rispetto e la considerazione che ha per lei il samurai. Ed è per non farle patire la povertà che la lascia andare. Splendida è la vestizione di lui che abbandona, per un momento, i panni del contadino-burocrate e riprende le sembianze dell’antico samurai.
 

Il secondo episodio mette a confronto due volti di antichi guerrieri che hanno affrontato le identiche sofferenze, ma con un’unica differenza: Yogo non ha più neppure la figlia e di lei, bella e candida come la neve, continua a mangiare le ceneri rimaste per portarla via con sé, dentro di sé.
Yogo è il guerriero che non riconosce più il tempo dell’onore e rifiuta di fare hara-kiri per obbedire a qualcuno di cui non riconosce il valore. L’incontro tra i due è quanto di più atipico ci si aspetterebbe tra due bushi che devono, per forza di cose, trovarsi con le spade sguainate, l’uno contro l’altro.
 
Seibei “Zenemon Yogo, per ordine del clan vengo a prendere la tua vita”.
 
Yogo “Io vorrei che tu mi lasciassi andare, se non ti dispiace”.
 
Seibei lo rimprovera. Non si aspetta una risposta così dal miglior spadaccino del clan. Eppure Yogo ha un’altra sorpresa per il modesto “crepuscolo”. Non gli chiede di combattere, ma di parlare un po’…
 
 
Ed è così, nella sua drammaticità, nella penombra del crepuscolo che si conclude il commovente scontro/incontro tra due generazioni uscite entrambe perdenti dagli ultimi giorni dei samurai.
Da una parte Seibei capace di tornare a casa, dopo un duello, come un qualsiasi giorno di lavoro e di accompagnare le figlie a raccogliere i fiori profumati tra i prati. Yogo, dall’altra parte, è colui che non accetta il cambiare dei tempi e si distrugge nel ricordo di ciò che fu.
 
Durante la guerra di Boshin spararono a mio padre e lui morì”.
 
Seibei non è stato un uomo sfortunato. Amava le figlie e la bella e dolce Tomoe lo amava. Non ha mai avuto desiderio di successo nella vita. La sua vita è stata corta, ma piena.
 
Ed io sono stata orgogliosa di avere avuto un padre come lui”.
 
Elegiaco.

 

Regia: Yoji Yamada.
Soggetto: Shuhei Fujisawa.
Sceneggiatura: Yoji Yamada, Yoshitaka Amada.
Montaggio: Iwao Ishii.
Fotografia: Mutsuo Naganuma.
Scenografia: Mitsuo Degawa.
Interpreti principali: Hiroyuki Sanada (Seibei Iguchi), Rie Miyazawa (Tomoe), Nenji Kobayashi (Choubei Hisasaka), Tanaka Min (Yogo), Osugi Ren (Toyotaro Koda), Itou Miki (Iguchi Kayana), Hashiguchi Erina (Iguchi Ito).
Produzione:Hakuhodo.
Origine: Giappone, 2002.
Durata: 129 minuti.
Titolo originale:Tasogare Seibei”.
Premi: nomination Academy Award- Best Foreign Language Film, 2004. 12 Wins in the Japanese Film Academy Awards, including Best Director, Best Film, Best Screenplay, Best Actor and Best Actress.
 
 
 
Movida, 26 febbraio 2009.
 
Yamada in Lankelot
 
 



ISBN/EAN: 
8032700992943

Commenti

in debito con questo film. Era un mio inedito che giaceva...incompiuto...

olè;)
ave movi, ben ritrovata.

"Yoji Yamada dà il via, con questo film, ad una trilogia dedicata alla figura dei samurai dello scrittore giapponese Shuhei Fujisawa, , inedito in Italia: The Twilight Samurai (Tasogare Seibei, 2003), The Hidden Blade (Kakushi-ken: Oni no Tsume, 2004), Love and Honor (Bushi no Ichibun, 2006). "

> Quando si dice: articolo seminale...

"?Durante la guerra di Boshin spararono a mio padre e lui morì?.
Seibei non è stato un uomo sfortunato. Amava le figlie e la bella e dolce Tomoe lo amava. Non ha mai avuto desiderio di successo nella vita. La sua vita è stata corta, ma piena.
?Ed io sono stata orgogliosa di avere avuto un padre come lui?.
Elegiaco"

> e questo film come l'hai scoperto? Sei una miniera:)

E' stato grazie all'Ultimo che è arrivato in Italia (disponibile in Italia, quindi). In corsa per l'Oscar 2003, quale miglior film straniero...l'ho rintracciato e me ne sono innamorata...dopo aver ammirato lo stesso attore nell'Ultimo.

Avevo iniziato a scriverne per il vecchio Lank, ma non ho fatto in tempo ad inviartela.
Oggi era doveroso...visto l'Oscar recente al Giappone (Departures) :))))))

la trilogia è bellissima. Seminale? Ovvio...non mi piace lasciare le cose a metà o 1/3 in questo caso. Poco alla volta...

Anteprima di prossimi pezzi! Magnifico:).
Daje Movi, stai dando spettacolo. Sul serio.
Complimenti di cuore.

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