Wyler William

I migliori anni della nostra vita

Autore: 
Wyler William
Homer (Harold Russell), il marinaio cui sono state amputate entrambe le mani, Fred (Dana Andrews), il bombardiere che ha visto dal cielo Berlino, e Al (Fredric March), l’ex sergente in forza nel Pacifico, stanno tornando a casa. È finita la seconda guerra mondiale e per loro non ci sono posti sugli aerei di linea. Volano insieme nel vano merci di un cargo postale. Fanno conoscenza, abbozzano i racconti delle rispettive memorie di guerra.
Soprattutto sono gli uncini di Homer a suscitare inevitabili domande: come e quando è accaduto; se la famiglia sa; se la fidanzata sa. Sì, tutti lo sanno e lui ha una paura matta di affrontarli. Un conto è saperlo, afferma Homer, un conto è vederlo. Al e Fred comprendono bene il suo disagio, perché anche il loro ritorno è segnato da una strana riluttanza. Mancano da troppi anni: Al si chiede quanto siano cresciuti sua figlia e suo figlio; Fred pensa alla moglie sconosciuta, sposata venti giorni prima di partire. Quando sospira: «Sto tornando a casa, ma il sentimento è lo stesso che avevo alla partenza» è lui ad afferrare l’inquietudine che attanaglia tutti e tre.
Sorvolano i dintorni della loro città. Durante il conflitto le industrie fabbricavano materiale pesante: gli ex-soldati superano in silenzio una distesa di armi, aeroplani, mezzi di trasporto che ora giacciono in periferia pronti per la demolizione. Entro il primo quarto d’ora, dei centosettanta minuti totali, abbiamo capito che è grande cinema.
 
Al loro congedo, ignorano che si sarebbero rivisti molto presto, addirittura la sera stessa, e che avrebbero continuato a cercarsi in seguito, per godere di un senso di appartenenza smarrito, rinvenibile da nessuna parte eccetto che fra loro. Le difficoltà di re-inserimento sono notevoli. Ne è un indice preciso, e fondamentale, la qualità dei rapporti con l’altro sesso. Nei film sul reducismo, infatti, è manifesta l’equazione che vige implicitamente fra donna e società. Quanto più critiche sono le relazioni con le loro donne, tanto più problematici i processi di integrazione attraversati dagli ex-soldati; star bene con la propria compagna, viceversa, equivale a sentirsi accettati da tutta la società. In film come “Uomini” di Zinnemann o come in questo di Wyler, l’una pare essere la conditio sine qua non dell’altra.
 
Applichiamo, per un momento, lo schema ai tre protagonisti di “I migliori anni…”. Al è sposato con una donna premurosa (Mirna Loy) che lo accudisce e affianca passo dopo passo nelle sue scelte lavorative: Al si rimette in carreggiata, ritorna al suo posto in banca, anzi viene promosso.
Homer è travolto dall’insicurezza, fa di tutto per allontanare la fidanzata Wilma (Cathy O’ Donnell): lei non cede e insiste, Homer la sposa e ritrova l’equilibrio.
Il caso di Fred è più intricato. Subito emergono attriti con la moglie Marie (Virginia Mayo) che si manteneva servendo ai tavoli di un night. Quando Fred comincia a lavorare nel drugstore in cui era impiegato prima della guerra, seppure come assistente del suo ex-assistente, chiede a Marie di lasciare il lavoro e badare alla casa. Lei accetta, ma è una persona svogliata e spendacciona: la casa è un disastro, pretende di cenare fuori ogni sera. Nei confronti di Fred, poi, è abbastanza intransigente: disprezza il suo impiego, lo taccia di inettitudine, lo accusa di averle rubato i migliori anni della sua vita (è sua l’espressione che dà il titolo al film). Lo tradisce, infine lo pianta. Di fronte a tanta indomabilità, Fred è sull’orlo del ripiegamento totale e medita di abbandonare la città. Fino a che non incontrerà una nuova donna, assai più conciliante e protettiva (la dolce Teresa Wright specializzata nel ruolo) e molte delle nubi si dissolveranno all’orizzonte.
Per lui, come per gli altri due personaggi maschili, si dimostra essenziale l’incoraggiamento femminile. Solo attraverso una donna è possibile il salto, concreto e metaforico, dalla comunità cameratesca del tempo di guerra alla società del dopoguerra. Al e Fred, così amici in divisa, non a caso al loro ritorno vengono messi uno contro l’altro per l’intervento di una donna: è la società che decreta superata la comunità militare di (e per) soli uomini.
 
Tredici anni prima degli sfarzi di “Ben-Hur”, William Wyler firma un affresco dell’America postbellica che è indimenticabile per sincerità, eleganza, acume. Nel 1946 fu un trionfo e insieme uno shock. Gli otto Oscar vinti (tra cui quello, meritatissimo, a Fredric March) forse hanno contribuito a danneggiare, più che a perpetuare, la fama del film. A distanza di quasi sessant’anni però è tempo che la critica deponga certe imbarazzanti riserve e ne riconosca l’effettivo valore. La fotografia, straordinaria, è di Gregg Toland (“Quarto potere”).

 

Regia: William Wyler.

Titolo originale: The best years of our lives.

Tratto da un romanzo di: MacKinley Kantor.

Sceneggiatura: Robert E. Sherwood.

Direttore della fotografia: Gregg Toland.

Montaggio: Dan Mandell.

Interpreti principali: Dana Andrews, Fredric March, Mirna Loy, Harold Russell, Teresa Wright, Virginia Mayo, Cathy O’ Donnell.

Musica originale: Hugo W. Friedhofer.

Produzione: Samuel Goldwin Company.

Origine: Usa, 1946.

 

Pk.
ISBN/EAN: 
8032979610814

Commenti

"Solo attraverso una donna è possibile il salto, concreto e metaforico, dalla comunità cameratesca del tempo di guerra alla società del dopoguerra. Al e Fred, così amici in divisa, non a caso al loro ritorno vengono messi uno contro l?altro per l?intervento di una donna: è la società che decreta superata la comunità militare di (e per) soli uomini."

> Il nodo mi sembra sia qui. Da "comunità" a "società". Passo embrionale di un approfondimento puntuale e circostanziato, in futuro. Attendiamo. Danke Buck!

è il mio prox target visivo. Grazie che mi hai convinto.

Vedrai, Ryo, sarà un bel vedere.

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