Seconda metà dei Settanta, è l’epoca dei capolavori alleniani. Dopo il pluripremiato Io e Annie (unica pellicola di Woody a vincere l’Oscar come miglior film) e l’intimista e bergmaniano Interiors (che ebbe molte candidature), Woody Allen costruisce il suo film maggiormente rappresentativo – e, per certi versi, autobiografico -, una commedia esistenziale che omaggia la sua amata New York con uno sguardo sulla sua isola felice: Manhattan.
Ike Davis (Woody Allen), quarantenne autore televisivo, ha due divorzi alle spalle ed una vita lavorativa che sembra non soddisfarlo più. Vive a Manhattan, frequenta Tracy, studentessa diciassettenne di lui innamorata, e incontra spesso Yale e Emily, una coppia d’amici sposati che, agli occhi di Ike, costituisce l’esempio di unione perfetta. Cosi non è, Yale tradisce Emily, essendosi follemente invaghito di Mary (Diane Keaton), scrittrice e critica costantemente sopra le righe. L’incontro tra Ike e Mary crea nel confuso e ossessivo universo interiore dell’autore televisivo un sentimento d’attrazione-repulsione. Al primo, casuale incontro Mary gli distrugge, in pochi secondi, alcuni suoi miti dell’arte e della letteratura, tra i quali soprattutto Fitzgerald e Bergman, suscitando in Ike un moto d’insofferenza quasi insopprimibile. Eppure, nonostante l’accaduto, Ike rimane progressivamente attratto da Mary, la quale si trova in crisi per il suo ruolo d’amante; talmente attratto che, quando Yale gli confida che vuol stoppare la relazione extra coniugale e che Mary è a lui interessata dal primo incontro, senza molti scrupoli – nonostante il garbo – si libera della studentessa innamorata, consigliandole di fare esperienza con i pari età. Della confusa vita di Ike, fa ancora parte Jill, la seconda moglie, un tempo bisessuale e divenuta lesbica durante il matrimonio. Jill convive con una donna (quella per cui lasciò il marito), allevando il figlio avuto con Ike, percependo i dovuti alimenti ed essendo in procinto di dare alle stampe un libro – con tutti i retroscena - sulla sua vita coniugale. Ike è furibondo per il libro, il quale una volta arrivato nei negozi diviene un vero e proprio best seller che nulla risparmia del privato del povero autore televisivo. C’è la nuova relazione con Mary a consolarlo, ma anche questa sembra aver vita breve: Mary e Yale si accorgono di essere ancora innamorati. Sconsolato, immobile sul lavoro, oppresso dai dubbi laceranti dell’esistenza, Ike andrà a ricercare l’amore laddove vi era purezza di sentimento; forse ingenuo, immaturo, sognante, ma vero e senza nevrosi, leggero come può esserlo solo quello di una ragazza che si apre alla vita.
Forse, volendo scegliere, il capolavoro di Woody Allen. Certamente, insieme a Io e Annie e Crimini e misfatti, il film più denso, pregnante, convincente e ben costruito del folletto newyorchese. Manhattan è un omaggio ad una delle sue fonti più alte d’ispirazione, quella New York borghese e contraddittoria che vive quasi isolata (su un’isola, appunto) dal resto del mondo, e che del mondo crede di essere il centro, persa nel suo piccolo universo di nevrosi, aspirazioni, felicità fuggevoli e crisi esistenziali. Un mondo di pseudo intellettuali che si parla addosso, che ha bisogno del lettino dello psicanalista per consolare un ego sempre perdente nel confronto con la realtà. È un mondo sostanzialmente nichilista (spesso edonista), anche laddove ci si spaccia per amanti dell’arte e della condivisione del bello. New York di fine millennio – siamo nel 1979, si può ben dire che si chiude un’era – è un groviglio di dubbi e inadeguatezze sentimentali; l’amore – il sesso, la vicinanza fisica - riempie i vuoti di angosce borghesi ancora lontane dai problemi del millennio entrante – molto più seri e complicati da risolvere (crisi economica, e il tristemente famoso 11 Settembre 2001).
Allen si muove a suo agio nello scenario proposto, lo conosce bene, lo respira da quando, giovanissimo, divenne un famoso autore televisivo. Molti, difatti, gli elementi autobiografici, dall’instabilità sentimentale, al lavoro, al rifugio nella psicanalisi, alle radici ebraiche (ebreo di famiglia russo-austriaca, nella realtà), tutto concorre a far si che Manhattan sia per Allen un modo di mostrarsi al suo pubblico oltre la maschera buffonesca spesso portata in precedenza. Senza dimenticarsi, naturalmente, il suo marchio di fabbrica. I dialoghi, rimarchevoli come e più del solito, dosati alla perfezione tra ironia e velata malinconia, vibranti nel dar ritmo ad una pellicola dai tempi perfetti, costruita su una finissima sceneggiatura a due mani, nonché su una fotografia in bianco e nero di Gordon Willis che toglie il fiato, tanto da rendere - la grigia e inespressiva, dico io, avendola visitata – New York un posto quasi magico. Ottime le prove degli attori, con Diane Keaton ancora una volta una spanna sopra a tutti. Tra le tante perle d’intelligenza di scrittura, vi lascio solo una piccola, esemplificativa suggestione – in un botta e risposta, quasi in conclusione, tra Tracy e Ike: “… tu ti credi Dio”. Risposta di Ike: “A qualche modello dovrò pur ispirarmi”.
L’intreccio amoroso è solo un pretesto narrativo per consentire al regista newyorchese un’analisi che cerchi oltre la superficie di fatti e personaggi. Egli non trova scuse per i suoi protagonisti, li connota all’estremo della meschinità (pur mai cattiva) in un contesto opulento e senza ideali, ma sempre in cerca di un’idea che lo salvi dalla noia, più che dagli ingombranti assoluti dell’esistenza. Era la fine dei Settanta, il periodo che preludeva al riflusso - o meglio, il riflusso in America già era in corso da un po’, l’Europa arriva sempre dopo, essendo sempre stati, ed essendo ancora gli States coloro che dettano i modelli di costume dominanti –, quello che vide Allen consacrare le sue opere tra le immortali della settima arte. Un anno dopo Manhattan uscì l’ottimo, mal compreso e ipercriticato Stardust memories, ispirato a 8 ½, capolavoro autobiografico di Federico Fellini, che sembra concludere un tempo d’ispirazione irripetibile per il nostro. Mai più tornato a questi livelli, quantomeno con la stessa continuità di quel periodo.
Regia: Woody Allen. Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen, Marshall Brickman. Direttore della fotografia: Gordon Willis. Montaggio: Susan E. Morse. Scenografia: Mel Bourne. Costumi: Albert Volsky. Interpreti principali: Woody Allen, Diane Keaton, Michael Murphy, Mariel Hemingway, Meryl Streep, Anne Byrne, Michael O’Donoghue, Karen Ludwig, Damion Sheller, Wallace Shawn. Musica originale: Tom Pierson.
Origine: Usa, 1979. Durata: 96 minuti.
Commenti
"Forse, volendo scegliere, il capolavoro di Woody Allen. Certamente, insieme a Io e Annie e Crimini e misfatti, il film più denso, pregnante, convincente e ben costruito del folletto newyorchese." - uno dei due film è corsivo e grassetto, l'altro solo corsivo. Cosa significa? E' voluto?
Voluta, voluta. Non ci hai fatto caso ma è una prassi che uso sempre: l'opera ripetuta nella recensione non va più in grassetto, pur restando corsivo;)
Bene, impaginando cominciamo a fare i botti, eh? Grande.