Allen Woody

La dea dell'amore

Autore: 
Allen Woody
Intorno alla metà degli anni Novanta, Woody Allen ebbe un periodo assai ispirato che vide la nascita di commedie davvero divertenti e affatto banali: Misterioso omicidio a Manhattan (1993), Pallottole su Broadway (1994), La dea dell’amore (1995) e Harry a pezzi (1997) – con l’intermezzo musical (meno riuscito delle commedie) Tutti dicono I love you (1996). Tra queste, La dea dell’amore è certamente quella con la struttura narrativa più interessante.
 
Ispirata alla dea greca dell’amore Afrodite, la vicenda trae spunto dalla classica tragedia greca,  con tanto di coro a commento delle vicende terrene. Le vicende terrene narrate sono quelle di una coppia della borghesia newyorchese che decide di adottare un bimbo. Lenny (Woody Allen), cronista sportivo di mezza età, è inizialmente riluttante all’idea di portare in casa un pargoletto, ma si fa presto convincere dalla moglie Amanda (Helena Bonham Carter), giovane gallerista d’arte, che è la cosa migliore per far crescere un rapporto che comincia a risentire dei primi scricchiolii. Il bimbo cresce, sano robusto e intelligente, tanto che Lenny si trova a favoleggiare su quali possibili geni siano i veri genitori del bimbo; l’idea di scoprire la loro identità comincia ad ossessionarlo, ma se il padre è sconosciuto e lo resterà sempre, la madre, forse, è rintracciabile. Dopo aver sottratto illegalmente documenti privati sull’identità della vera madre del bimbo, avendo scoperto che si chiama Linda (Mira Sorvino), Lenny arriva finalmente ad incontrarla e, con sua sorpresa, non solo evince che non è quella cima che si immaginava, ma anche che è una prostituta e che lavora in porno movie. Dopo un iniziale sconcerto, comunque, se ne affeziona, tanto da volerla sottrarre dal “pappa” di turno, fino a prospettargli una nuova vita con un giovane - dal basso Q.I. - agricoltore coltivatore di cipolle cui è presentata come parrucchiera. Non tutto va come dovrebbe, dopo che i giovani si trovano e stanno per innamorarsi, il ragazzo, puritano più che mai, scopre il passato di Linda e se ne fugge via dopo averla picchiata. Ma anche Lenny non se la passa bene; la moglie lo sta lasciando, forse è innamorata di un altro uomo. La tragedia greca sta per consumarsi, con tanto di Cassandra che ogni tanto appare per evocare disgrazie. Eppure, questa è una commedia, una piccola fiaba in cui il fato, aiutato dagli dei, attraverso l’onda lunga di un destino buffo e (quasi) consolatorio, disegnerà una via per la felicità - o, sarebbe meglio dire, della serenità, che è cosa assai più complicata da trovare – per tutti i personaggi.
 
L’idea del coro e della tragedia greca è assai suggestiva e poco usuale, e consente ad Allen di costruire una storia che evoca in maniera buffonesca gli archetipi e i personaggi dei drammi classici: da Edipo a Cassandra, non manca proprio nessuno. Il coro non solo commenta i fatti, ma tenta di entrarvi a più riprese e attraverso singoli personaggi che fungono da flusso di coscienza per Lenny, interpretato magistralmente dallo stesso Allen. Questa strana interazione interviene soprattutto in momenti paradossali ed esilaranti, quando Lenny attraversa la difficoltà, il dubbio o l’imbarazzo (davvero divertente l’incontro tra Lenny e Linda in casa della giovane). Ottima, come al solito, la costruzione dei dialoghi, che sfiorano l’ardimento nelle pur ironiche divagazioni su fellatio e prese da dietro, e che culminano in splendide battute. Come quella che precede il dono di Linda a Lenny: “Non hai voluto un pompino, quindi ho deciso di prenderti una cravatta”. A contribuire a rendere questa commedia – in assoluto, e non solo tra quelle di Allen - tra le migliori degli anni Novanta, c’è la sorpresa Mira Sorvino, al tempo pressoché sconosciuta, ma capace di vincere, con questa sua prova davvero in parte, il prestigioso premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Ottima, come al solito, la fotografia dell’italiano Di Palma, azzeccato il doppiaggio della Sorvino.
 
MIRA SORVINO, LA BELLA DEA DELL'AMORE
 
La dea dell’amore è uno dei migliori Allen degli ultimi quindici anni, se non il migliore; narrativamente diverso dal suo ultimo, vero capolavoro (Crimini e misfatti – 1989), va a cercare sempre - e comunque - in territori consueti al nostro: i dilemmi, i vezzi e le manie della borghesia newyorchese. Messa sempre a nudo dalla sua particolare lente d’ingrandimento, qui filtrata da una verve comica davvero irresistibile che riesce decisamente a coinvolgere anche lo spettatore più dubbioso o renitente al suo cinema. Qui Bergman è lontano, qui, come in altre sue brillanti commedie, c’è l’Allen che scimmiotta se stesso e la sua classe sociale agiata e borghese, persa tra lettini degli psicanalisti e vuoti esistenziali più o meno ampi da colmare. Forse, al contrario di ciò che credeva l’austero custode della fede narrato da Eco ne Il nome della rosa, proprio il riso li (ci) può salvare. E vedere Allen, questo Allen più di altri, può essere un antidoto alla depressione.
 
Regia: Woody Allen. Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen. Direttore della fotografia: Carlo Di Palma. Costumi: Jeffrey Kurland. Scenografia: Santo Loquasto. Montaggio: Susan E. Morse. Interpreti principali: Woody Allen, Mira Sorvino, Helena Bonham Carter, F. Murray Abraham, Olimpia Dukakis, Michael Rapaport, Peter Weller, Jack Warden, Claire Bloom, David Ogden Stiers. Musica originale: Dick Hyman. Produzione: Robert Greenhut. Titolo originale: "Mighty Aphrodite". Origine: Usa, 1995. Durata: 93 minuti.
 
Léon, ottobre 2006.


ISBN/EAN: 
00

Commenti

Antidoto alla depressione. Bella definizione.
Grazie per la nuova scheda e in bocca al lupo per la prevista monografia alleniana.

Be', si. Io lo trovo un possibile antidoto alla depressione. Se non si ride (quasi sempre in maniera intelligente, poi) con alcune pellicole di Allen, immagino si stia messi proprio male.

La monografia andrà avanti, pescando un po' qua e un po' la, avanti e indietro nel tempo, senza un percorso preciso, ma facendomi orientare solo dal mio umore contingente;)

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