Groucho Marx considerava Una notte all’opera e Un giorno alle corse (che sono due omonimi album dei Queen) i suoi film migliori. Diretti entrambi da Sam Wood, un ottimo regista, hanno avuto il sostegno e la supervisione principalmente da Irvin Thalberg celebre produttore della MGM che salvò i Marx dalla crisi al botteghino (Duck Soup fu un clamoroso insuccesso).

Otis B. Driftwood (Groucho) è socio in un’importante compagnia teatrale gestita dalla signora Claypool (Margaret Dumont) e dal tedesco Gottlieb (Ruman). Il loro artista più importante è Rodolfo Lasparri, un tenore italiano dispotico e arrogante che scarica i nervi sul suo servetto Tomasso (Harpo). Fiorello (Chico) è un italiano amico di Tomasso e di un promettente tenore, Riccardo Baroni (Allan Jones) a sua volta innamorato di Rosa Castaldi che canta col blasonato Lasparri. Su un transatlantico da Milano per il Nuovo Continente, Driftwood porta inconsapevolmente con se, dentro un baule, tre clandestini: Tomasso, Fiorello e Riccardo. Faranno amicizia sconfiggendo il presuntuoso Lasparri si affermeranno i talenti della nuova stagione teatrale: Riccardo Baroni e Rosa Castaldi.
I Fratelli Marx entrano a tutto tondo nel film.
Inizia con Una notte all’opera il secondo stadio della filmografia: cambiando casa produttrice, cambiano matrice linguistica ed entrano in piena regola nel cinema hollywoodiano. Tutto è più fondato, articolato ma non per questo meno confusionario. C’è stata una contestualizzazione del delirio.
Il primo ad apparire è, come quasi sempre, Groucho, atteso ad un tavolo da una donna, la Dumont, sta cenando lì accanto con un’altra. Scoperto, cena una seconda volta anche con quella che lo aspettava.
Il tema della fame è sempre presente nei loro film. In questo si ripete spesso: sulla nave Groucho fa un’ordinazione chilometrica; in albergo i quattro si riuniscono per far colazione; Harpo ci ciba di sigari e cravatte o beve interi litri d’acqua; la spaghettata italiana sul ponte della nave in terza classe è sintomatica.
Harpo sviluppa un lato malinconico della sua maschera, da malvagia e pungente a fanciullesca e melanconica da qui in poi. È sfruttato e malmenato da Lasparri e viene consolato da Rosa; nei precedenti film non si sarebbe fatto mettere i piedi in testa. Il personaggio di Chico è anch’esso meno cattivo ma non varia più di tanto. Zeppo ha abbandonato saggiamente il cinema e viene sostituito da Jones, la storia d’amore diventa il fulcro e la coppia è il valore sacrosanto cui i Marx, coi loro mezzi, devono salvaguardare. Il loro ruolo non è dunque soppresso, solo deviato, i punti di riferimento da insultare non mancano: Margaret Dumont nel suo personaggio più dichiaratamente negativo, Sig Ruman, reduce dai successi con Lubitsch, e infine il mondo teatrale, quel teatro per pochi costoso e difficile: l’opera lirica.
Groucho in carrozza passa davanti all’entrata del teatro e domanda al portiere “È finita l’opera?” “Non ancora signore”, poi rivolgendosi iroso al cocchiere dice: “Ehi, te l’avevo detto di non correre! Fai un altro giro dell’isolato, ma piano. E dillo anche al cavallo”.

Groucho è un pezzo grosso dell’ambiente teatrale ma il disimpegno e il totale disinteresse per il suo lavoro fa sì che presto diventi disoccupato, esattamente come gli altri tre. L’unico vagamente borghese è comunque lui, ama la bella vita, le donne, ma frequenta individui tutt’altro che benestanti; la coppia Harpo Chico è sempre alla ricerca di un pasto caldo. E tornando al discorso della fame cronica, in Una notte all’opera c’è la sequenza più famosa della loro cinematografia, una gag ad accumulo che è la sintesi della loro vis: in una cabina claustrofobica si accumulano man mano decine di persone, tra cui addetti alle pulizie che pretendono di lavare per terra, idraulici, manicure, una tizia che s’è sperduta, cameriere che devono rifare i letti, Harpo che dorme e si aggancia alle schiene delle ragazze, per finire con una serie di stewards che portano vassoi stracolmi, in un orgia di corpi aggrovigliati che, quando una donna aprirà la porta della stanza aspettandosi di trovare Groucho solo in pigiama, esplode un rigurgito caotico di corpi ammassati sulla moquette del corridoio.
La trama pone ai Marx la missione sovversiva di abbattere il potere del tenore affermato e far scoprire il talento di due innamorati. Il plot si sviluppa gradualmente.
Dopo la presentazione iniziale di tutti i personaggi, le storie di ognuno di intersecano, si formano i gruppi e si decide il da farsi: rivoluzione.
La parte finale si svolge totalmente in teatro, Groucho è stato licenziato e non può più accedere al quel mondo, così il triunvirato si scatena nel provocare imprevisti per posticipare lo spettacolo e disturbare; ricattano, rapiscono, saltano tra i palchi in galleria. Mentre Groucho balza da un punto all’altro tra il pubblico, Harpo e Chico si intrufolano nella scena, dove il primo soprattutto, si esibisce in una fantomatica fuga tra le sulle scenografie utilizzando funi come liane, facendo uscire di sé decine di poliziotti. Il caos si placherà nella conclusione dove finalmente i Marx l’avranno vinta.
Il finale del film propone una lungimirante previsione: fino ad ora nell’immagine conclusiva gli ultimi personaggi ad apparire erano i Marx, adesso invece cedono il posto a Rosa e Ricardo, mentre concedono un bis al pubblico nel teatro.
Qualcosa è effettivamente avvenuto. Non più i Marx salutano il loro pubblico, non sono più loro i protagonisti assoluti, distruttori e dannatamente disfattisti, ma divengono co-protagonisti dei buoni e antagonisti dei cattivi. Certo nel combattere i loro avversari saranno gustosamente perfidi; malgrado Una notte all’opera sia uno dei capolavori è anche un’anticipazione della loro fine, si è dinanzi alla purezza della sconfitta.
Regia: Sam Wood.
Soggetto: James Kevin McGuinness.
Sceneggiatura: Morry Ryskind, George S. Kaufman, Al Boasberg.
Direttore della fotografia: Meritt B. Gerstadt.
Interpreti principali: Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx, Margaret Dumont, Sig Ruman, Allan Jones, Kitty Karlisle, Walter Wolf King.
Montaggio: William LeVanway.
Musica originale: Herbert Stothart, Walter Jurmann, Bronislau Kaper.
Produzione: MGM.
Origine: USA, 1935. B/N
Durata: 92 minuti.
Titolo originale: “A night at the opera”.
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Commenti
Quando arriva sera e ho qualche ora, arrivo, mi piazzo qua, cerco le scritture del Martello, popcorn e via. E' praticamente come stare di fronte a uno schermo che proietta cose decisamente intelligenti e sempre chiare.
L'unico problema è che la mia tastiera è pienia di briciole, da un po'.
M'attendo enormi cose dall'interiorizzazione extra-recensoria del concetto di "purezza della sconfitta". Grande, cazzo.
Io voglio solo contagiare, niente di più.
This is the way, step inside.
E’ stata ritrovata una copia “uncut” ungherese con due sequenze inedite, del film. Spero di essere ancora vivo quando tale copia riuscirà a circolare in Italia, tra qualche decade o molto più.
http://www.marx-brothers.org/marxology/
Grande notizia, hammer...
Mi permetto di aggiungere qualche riga a proposito del film, scritta da una persona che non ha bisogno di presentazioni…
“‘Una notte all’opera’ è un vero tesoro testuale. Se, per qualche dimostrazione critica, avessi bisogno d’una allegoria in cui scoppi la meccanica folle del testo carnevalesco, questo film me la fornirebbe: la cabina della nave, il contratto strappato, la baraonda finale degli scenari, ognuno di questi episodi (tra gli altri) è l’emblema delle sovversioni logiche operate dal testo; e se questi emblemi sono perfetti, è in fondo perché sono comici, dove il riso è ciò che, con un giro finale, libera la dimostrazione dal suo attributo dimostrativo. Ciò che libera la metafora, il simbolo, l’emblema della mania poetica, ciò che ne manifesta la potenza di sovversione è lo strampalato, questa “storditezza” che Fourier ha saputo mettere nei suoi esempi, a dispetto d’ogni perbenismo retorico (Sade, Fourier, Loyola, 97). L’avvenire logico della metafora sarebbe dunque il gag”
Roland Barthes.
http://www.mymovies.it/dizionario/critica.asp?id=143366
"L'avvenire logico della metafora sarebbe dunque il gag"
> micidiale.
hihihihi hanno preso la mia recensione sostituendo alcuni vocaboli e infilando qua e là qualche altra parola. Anche le foto sono le stesse, certo l’ordine è un po’ cambiato.
http://www.cini.it/uploads/box/39261e89e03387abf0e9c5ec20c56750.pdf
http://www.agendavenezia.org/it/evento-15669.htm
Ah, la vita la vita :))))
Be' il lato buono è che così son stato a Venezia senza spendere nulla.
Io dico per esempio “Duck Soup fu un clamoroso insuccesso" mentre nel depliant della rassegna leggiamo "Duck Soup era stato un clamoroso insuccesso”. Forse hanno ragione loro. Mi sa che li assumo come editor.
Io non sarei in grado di prenderla con filosofia. Mi incazzerei di brutto.