Trama
In una clinica sanitaria prossima al fallimento soggiorna la ricca Emily. La donnona non più giovane, promette di finanziare il tutto alla sola condizione che possa scegliere lei stessa il personale. July, la giovane proprietaria della clinica è soffocata dai creditori e cede: la ricca donna pretende una sua antica conoscenza, il dottor Hackenbush…
Il film
Dopo Una notte all’opera i Marx Bros perdono il loro amico e produttore Irvin Thalberg, colui che aveva rilanciato il loro successo, colui che estese la loro arte al grande pubblico. La MGM che li aveva salvati dal fallimento del ’33 si mostrava ora molto fredda nei loro confronti, in particolar modo il boss Louis B. Mayer non li vedeva di buon occhio – odiava soprattutto l’umorismo arrogante di Groucho. Morto Thalberg i loro capolavori finiscono qui, con “A day a the races”, testamento non ufficiale: limes funereo, grande muraglia che presenta numerose falle, tanto grandi da non riuscire a porre davvero fine al cinema dei Marx. Questa avverrà nel ’49, dodici anni dopo, tra alti e bassi cui solo la cinefilia più fedele può accedervi.
Il canovaccio è molto simile ai film precedenti, in particolar modo, si intuirà, a "Una notte all'opera", di cui per molti versi è immagine speculare, gemello non troppo eterozigoto: basti notare i due titoli, la notte e il giorno, l’Opera e le corse. Due facce completamente diverse della stessa medaglia, dello stesso cosmo in cui i Marx propendono evidentemente per la notte tutt’altro che altolocata, e le corse dei cavalli in cui puntare gli ultimi centesimi dato il loro atteggiamento manifestamente proletario. Del resto è da quel mondo che provengono: il ghetto ebraico tedesco di Brooklyn in cui, tra bordelli e gioco d’azzardo, hanno memorizzato la vitalità e caoticità dei bassifondi. In "Una notte all'opera" Harpo e Chico si trovano, clandestini su una nave, a ballare tra gli immigrati italiani, in terza classe; in Un giorno alle corse Harpo suona il flauto seguito da dei popolani di colore, all’insegna del jazz più sfrenato. Di certo non trovano sfogo vitale all’Opera, tra zitelle mummificate e tenori pomposi. La musica di Verdi però non è disdegnata, anzi: le note del Trovatore accompagnano i Marx già da The Cocoanuts (1929) e Animal Crackers (1930). In fin dei conti i fratelli Marx erano, prima che attori, musicisti: ognuno di loro suonava almeno sei strumenti.

La trama del film non è così fondamentale se non fosse per l’autentica bizzarria, nota stonata che crea gli equivoci del plot, del ruolo di Groucho. Infatti il film comincia con una tragedia tinta di melodramma: come farà la bella Judy a salvare la sua clinica dal fallimento? Solo l’arrivo di un dottore, pressantemente richiesto dalla miliardaria di turno, porrà fine al problema. L’unica peculiarità è che il dottore, certo Hackenbush, in realtà è un veterinario. E le sole pastiglie che darà ai pazienti saranno pillole mastodontiche per cavalli. Questo incipit non è certo nuovo nei lavori dei nostri bizzarri eroi: Duck Soup inizia con le richieste di una finanziatrice attempata, sempre interpretata dalla giunonica Dumont, che pretende come capo di Stato un despota interpretato da Groucho.
La storia d’amore che la MGM ha voluto incastonare agli occhi dello spettatore odierno è piuttosto pacchiana. Ciò che resta effervescente, dopo settant’anni suonati, è in ogni caso la verve dei Marx. Qualcosa di irreversibile però segna questo film, dalla trama così simile ma altrettanto diversa del resto della loro produzione. Se Una notte all’opera si apriva con Groucho che cenava a sbafo due volte di seguito, Un giorno alle corse ci mostra Chico perfettamente integrato nel film in un ruolo drammatico. Particolare evidente: i Marx non sono più strafottenti nei confronti della trama, stavolta ci sono immersi del tutto: non più i Marx contro il cinema, ma i Marx dentro il cinema. Una specie di compromesso che però li vede ancora vincitori.
Harpo appare più tardi e anche lui è più buono rispetto al solito, anzi stavolta è uno dei personaggi chiave affinché il lieto fine possa verificarsi. Si pensi al loro atteggiamento anarchico in Monkey Business: non solo si prendevano gioco di chiunque, cattivi compresi, ma il finale veniva sdrammatizzato con una battuta di Groucho totalmente fuori luogo. I fratelli rivelavano tranquillamente che del film e del suo finale non gliene importava un bel niente.
Adesso le cose sono cambiate: la MGM non è come la Paramount con cui realizzarono i primi lavori. La Metro Goldwin Mayer si rivela un’industria in cui la libertà artistica ha ben poco spazio. Ogni film che le case produttrici realizzavano infatti erano frutti di una vera e propria catena di montaggio: non a caso sono gli anni dei classici perfetti che tutto il mondo invidierà. E i film dei fratelli Marx diverranno giustamente testi sacri per i futuri grandi comici internazionali.
Una particolarità del loro cinema rimaneva comunque la genuina matrice teatrale, anche sul set. I primi due film erano effettivamente delle trasposizioni cinematografiche dei loro successi a Broadway, eppure anche i successivi mantenevano un ritmo corale del tutto ineguagliato.
Un segreto c’è ed è presto svelato: i Marx erano animali da palcoscenico e avevano un bisogno fisico del pubblico. Prima che il cinema li rapisse lavoravano in scena così tanto che in alcune stagioni recitavano le loro opere anche tre volte al giorno. Il mistero dei baffi dipinti di Groucho è legato a questa forsennata sarabanda sui palchi: per non perdere tempo al make up con la colla sul viso e i baffoni posticci, arrivò a disegnarli col cerone, dimezzando i tempi. La MGM, che certo non si sognava di perdere un centesimo con un fiasco al botteghino, diede occasione ai tre fratelli di portare per i teatri la sceneggiatura dei film e testare le risate del pubblico. Durante il 1936 i Marx portarono Un giorno alle corse in numerosi teatri e a fine stagione, dopo un successo clamoroso, le battute improvvisate avevano sostituito in gran parte il copione hollywoodiano. Sicuri del successo – che non tardò – poterono cominciare le riprese. Questo aneddoto pone dei dubbi sulla paternità dei loro film che, ufficialmente, sembrava essere di registi o sceneggiatori anonimi.
Il ritmo forsennato è presente qui per l’ultima volta, avvolto in un vortice che rapisce e confonde: Harpo e Chico sotterrano le impudicizie della trama sotto chili di carta da parati fradicia, non senza concedersi sculacciate oscene alla bella di turno; Groucho cerca di intrecciare due relazioni alla volta, l’una diurna per puri scopi finanziari, l’altra notturna per dare adito a un rapporto carnale che non ci sarà. È comunque impareggiabile vederlo invitare la bella vamp nella sua stanza e offrirle una barattolo di pomodori pelati ancora chiuso.
Come spesso in Walt Disney i Marx sono impareggiabili nel trasformare gli oggetti in altri totalmente distanti: esempio eclatante è il numero musicale di Harpo al piano. Dopo un isterico sfogo sui tasti, questi esplodono come pop corn al cielo, le gambe si frantumano e il pianoforte si distrugge. Harpo, senza porsi troppi problemi, dal piano a pezzi estrae un’arpa e comincia a suonare per la gioia dei presenti.

Ancor più che nel festoso finale, il film raggiunge il suo apice nella sequenza in cui il veterinario Hackenbush visita la donnona pomposa dinanzi a un luminare della scienza. Qui i Marx, che nel film hanno ruoli piuttosto distanti fra loro, abbandonano la recitazione, si scordano del film, della trama e del cinema stesso, divengono Groucho Harpo e Chico e regalano al pubblico uno dei frangenti più caotici della storia. Sullo schermo ci sono tre macchine impazzite che, come scoiattoli tra le fronde, s’insinuano dappertutto, smontano, sollevano, si lavano le mani in maniera ridondante, estenuante, all’insegna dell’esaurimento totale. Loro no, sono inesauribili, ma ciò che trovano davanti lo ribaltano come un ciclone in un centro abitato. Infermiere denudate, illustrazioni mediche oltraggiate, cavalli e colombi nell’ambulatorio e l’allarme antincendio che allaga la stanza e annebbia la vista. I tre insieme sono distruzione ma una catastrofe buona, anzi sublime, che come ai tempi d’oro smonta la trama lineare per farne polvere. Per l’ultima volta, purtroppo.
Quando la trama viene restituita, tutto riprende il suo corso. Ma ogni volta che appaiono i tre lasciano il segno. Poco prima dei titoli di coda rimane scolpita nella memoria l’insolente dichiarazione d’amore di Groucho.
“Oh, Emily…se mi sposi non guarderò mai più un altro cavallo”
Regia: Sam Wood
Soggetto e sceneggiatura: Robert Pirosh, Gorge Seaton
Interpreti principali: Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx, Margaret Dumont, Sig Ruman, Allan Jones, Maureen O’Sullivan.
Montaggio: Frank Hull
Costumi: Dolly Tree
Fotografia: Joseph Guttemberg
Produzione: MGM.
Origine: USA, 1937. B/N
Durata: 111 minuti.
Titolo originale: “A day at the races”.
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Commenti
Maledetto Wordpress, mi ha fatto penare.
"la MGM non è come la Paramount con cui realizzarono i primi lavori. La Metro Goldwin Mayer si rivela un'industria in cui la libertà artistica ha ben poco spazio. Ogni film che le case produttrici realizzavano infatti erano frutti di una vera e propria catena di montaggio: non a caso sono gli anni dei classici perfetti che tutto il mondo invidierà . E i film dei fratelli Marx diverranno giustamente testi sacri per i futuri grandi comici internazionali".
> E così siamo arrivati a Martello che racconta i dietro le quinte, produttori inclusi & loro relativa estetica. Potente:)
"Oh, Emily, se mi sposi non guarderò mai più un altro cavallo"
> ahahah
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Millionaire_Waltz
www.youtube.com/watch?v=BeCfCHKcQHQ
L'avevo appena messo. Telepatia :)
;)
gran pezzo hammer.
Vorrei avere la tua memoria... :)
Ce l'hai ce l'hai...;)
E' tutta inconscia, purtroppo. Tu sei Super ego che sgozza l'Es. Beato te :)