La stazione della malinconia
“Fu un momento imbarazzante. Lei se ne stava timida, a testa bassa per dargli l’occasione di avvicinarsi, ma lui non poteva. Allora lei si voltò e andò via”
Anni ’60: Hong Kong.
Due coppie cercano una camera in affitto in un palazzo e, per una strana coincidenza, la troveranno sullo stesso piano, adiacente l’una all’altra.
Tra la signora Su Li-zhen Chun ed il signor Mo-wan Chow inizierà una serie di incroci sfuggenti sulle scale durante i rispettivi traslochi, così come in cucina o nella sala da gioco in cui si riuniscono gli abitanti dei due appartamenti.
Un microcosmo vivace che si accosta sulle note del walzer lento di Shigeru Umebayashi mentre dei loro rispettivi partners non si vedrà, per tutta la durata del film, che qualche particolare fisico: la schiena, le gambe, la nuca, le mani. Le loro voci si ascoltano sempre fuori campo.
Le inquadrature si compiacciono di singoli frammenti di vita tra ambienti di cui non si riesce che ad intuire le dimensioni, senza riuscire a vederle nella loro interezza: l’angolo di una camera riflesso in uno specchio, l’orologio sulla parete dell’ufficio, la lampada che illumina la pioggia improvvisa, la strada bagnata ed, infine, quegli incontri innocenti per l’acquisto del pasto serale in fondo alle scale di un anonimo vicolo.
La ripetitività di scene quotidiane che si susseguono l’una all’altra sono scandite in slow-motion da quel brano che con il suo violino traccia una lenta scia di dolce malinconia.
Le visioni integrali sono riservate alle mille variazioni sul tema dei vestiti della signora Chun ed alla sobrietà elegante del signor Chow, entrambi inamovibili come le rispettive pettinature, proposte secondo la moda anni ’60: capelli raccolti per lei, brillantina per lui. Non si scosteranno mai dal loro schema, neppure sotto la pioggia notturna che li avvicina, mutandone il destino.
E poi piccoli elementi, dettagli precisi, tendono a richiamare l’attenzione dell’altro su ciò che si è già sviluppato altrove: una cravatta ed una borsa.

“Qualcuno deve fare la prima mossa”
Entrambi congetturano e si interrogano, seduti l’uno davanti all’altra, su come è iniziata la relazione o su chi dei due ha iniziato.
Cenano in un ristorante ordinando le pietanze preferite dai loro rispettivi coniugi, camminano per le strade seguendo un copione costruito, di volta in volta, su due persone ormai distanti da loro, per comprenderne le ragioni o per prepararsi ad affrontare una verità che non arriverà mai.


“Non è colpa mia. Non perderò tempo a compatirmi. La vita è troppo breve. Bisogna cambiare”
Mo-wan è un giornalista che fa fatica a tirare avanti. Su Li-zhen è un’impiegata.
Lui pensa di scrivere un romanzo centrato sulle arti marziali, lei ama leggerli: piccole coincidenze, così come l’assonanza dei loro nomi.
Chow e Chun inizieranno così, insieme, a scrivere un romanzo su quell’argomento.
Il loro posto segreto sarà una camera d’albergo, come due qualsiasi amanti e le loro voci lente, sommesse, timide e timorose si inseguiranno su quelle pagine da completare.
Il corridoio di un albergo vivacizzato da teli rossi, il sedile posteriore di un automobile in cui si avvicinano le fedi scintillanti, un vicolo grigio in penombra, la pioggia, la musica, i vestiti della signora Chun, il fumo della sigaretta del signor Chow: un amore che si sta sovrapponendo ad un altro, in un’atmosfera quasi surreale, in decadenza, ma loro due non ne sono ancora coscienti.
“Dato che tra noi non c’è niente, è meglio evitare pettegolezzi. Non dobbiamo essere come loro”
Mo-wan è ammalato. Si è appena trasferito nella stanza d’albergo. Su Li-zhen corre da lui.
Storie che si sovrappongono mille volte nella finzione. Storie di amori celati. Storie di ritrosie reciproche e di sensi di colpa che non hanno ragione di esistere, almeno tra di loro.
È un amore nato dalle coincidenze e dalla relazione fisica di altre persone, un fiore che sboccia dal tradimento.
Su Li-zhen non parla che con il medesimo tono, in ogni momento. Lei non rivela, non ne è capace, non sa ancora.
Lui è diverso. È il signor Chow che vuole credere in una vita diversa e, forse, sa ancora emozionarsi.
Scena dopo scena crescerà tra di loro un sentimento che non riescono a comprendere fino in fondo.
Non si soffermano neppure sul significato dei gesti, delle parole, degli occhi che comunicano. Continuano a scrivere insieme; continuano a recitare parti che non sono state scritte per loro, ma per quelle persone partire insieme per il Giappone, lasciando due vite ad Honk Kong nell’attesa di un qualcosa di indefinito da concludere, in un modo o nell’altro.
Lei è reticente a causa delle domande e dei pettegolezzi dei rispettivi proprietari degli appartamenti in cui vivono. Chiede di non vedersi per un po’. Lui non può fare a meno di accettarlo.
Ed intanto i giorni trascorrono senza sosta, sempre tra la cucina, la sala da gioco in cui si osserva altri vivere e si ascolta la musica della malinconia che si apre ai loro cuori come la corolla di un fiore alla luce del sole.
Lo sguardo di lei si fa più incerto.
Lo sguardo di lui si fa più triste.
Entrambi separati, entrambi vicini.
La morale, il rispetto delle convenzioni sociali, l’etica, il sacrificio, prenderanno il sopravvento per trasformare in impossibile un amore già certo.
Rispettoso ed elegante quel sentimento si fa sempre più cristallino, ma lei non può e lui va via, parte per Singapore.

“Il vero amore lo si può mancare se lo si incontra troppo presto o troppo tardi”, (2046).
Gli eventi inspiegabili della vita sono quelli che non dipendono dalle scelte che ognuno compie.
Gli eventi inspiegabili sono anche quelli scaturiti dal non saper riconoscere ciò che la vita stessa pone occasionalmente sul cammino di ognuno.
Come un sasso che ci si porta dietro, per un certo tratto, a volte più avanti di noi, a volte fastidioso, e lo si prende e lo si getta via, salvo poi accorgersi, quando non lo si trova più, che era un diamante grezzo, allo stesso modo accade con le persone.
“In the mood for love” è un flashback sul ricordo, plasmato sull’idea della rinuncia: per il rispetto dell’etica, per il timore di un nuovo abbandono.
L’interpretazione possibile è duplice, aperta ad entrambi gli aspetti, ma non è questo che conta davvero perché: “il passato è qualcosa che può vedere, ma non può toccare e tutto ciò che vede è sfocato e indistinto”, come tematica assai cara al regista e che aveva raccontato meravigliosamente anche in un’altra dimensione storica (“Ashes of time”).
Raffinato e fluido, incide nella storia con quel suo “andamento lento”, ma ritmico, tra quegli alti e bassi di sentimenti che crescono e poi si adagiano su loro stessi, come in un walzer lento.
Tony Leung (premiato a Cannes nel 2000 come miglior attore per l’interpretazione in questo film) e Maggie Cheung, quasi onnipresenti nei lavori del regista, insieme, costituiscono una coppia cinematografica del terzo millennio, poco omogenea nella loro fisicità che si sfiora appena tra le scale decadenti di una città che sta cambiando, Hong Kong. Il regista sfrutta la traccia dell’incontro tra Ho e Agent in “
Angeli Perduti” per svilupparla nella magia di una chimica mentale pronta a scattare.
Vige il silenzio tra due persone che non si rivelano mai. Le battute sono sempre indirette, improvvise quando sentono che l’altro sta per andare oltre, superando quel confine segnato dal muro invalicabile della morale.
Non serve altro, bastano i loro sguardi, le loro movenze, i singoli gesti per render concreta una sceneggiatura suggestiva che fa dell’equilibrio dei suoi elementi il suo capolavoro.
Dell’Oriente si perdono sempre più le tracce: dalle note di Nat King Cole (“Te Quiero Dijiste”, "Quizas, quizas, quizas”) al main theme di Shigeru Umebayashi che restano incise nella mente, da quei particolari di moda occidentale di non ben precisata provenienza. Non ci sono ideali eroici, sfide o duelli, ma l’analisi delicata di una storia che insegue il tempo in una combinazione di immagini e musica che non si dimentica.
Dell’Oriente resta una pennellata finale: sfruttando gli spazi per una volta aperti dei templi di
Angkor Wat, in Cambogia, mentre le immagini televisive ci mostrano il generale De Gaulle in visita ufficiale, simbolo di un colonialismo che sta per concludersi, il giornalista Chow si troverà a raccontare il suo segreto, in piena solitudine, alla presenza di un solitario monaco che lo osserva dall’alto.
I personaggi che fanno da sfondo, in ombra, incideranno sul microcosmo di una coppia smembrata che, se non si riconosce contemporaneamente e non lotta per ciò che è chiaramente visibile, sa però sacrificarsi nel nome dell’integrità morale.
Nell’idea di voler comunque essere distanti da ciò che l’altra metà della coppia ha fatto loro, perdono di vista il reale facendo respirare, al di qua dello schermo, una storia tra le più intense, perché incompiuta.
“Se avessi un altro biglietto, verresti via con me?”
A questa domanda non c’è che il silenzio ed il “treno della vita” è pronto a lasciare quella stazione con uno dei due passeggeri a terra.
Passerà ancora in quel punto preciso, ma le coincidenze si perderanno ancora per una manciata di secondi.
In uno dei due resterà un ricordo vivo e tangibile di ciò che ha lasciato andar via.
Nell’altro ciò che la memoria sa costruire, pezzo per pezzo, rotaia per rotaia, vagone per vagone: il suo segreto.
“Un tempo quando uno aveva un segreto da nascondere andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurrava lì il suo segreto. Richiudeva il buco con del fango così, in seguito, sarebbe rimasto sigillato per l’eternità”
Regia: Kar-wai Wong.
Soggetto e sceneggiatura: Kar-wai Wong.
Fotografia: Christopher Doyle.
Montaggio:William Chang.
Scenografia: William Chang.
Interpreti principali: Tony Leung Chiu Wai, Maggie Cheung.
Musica: Mike Galasso, Shigeru Umebayashi.
Produzione: Block 2 Pictures.
Distribuzione: Teodora Film.
Origine: Hong Kong/ Cina, 2000.
Durata: 97 minuti.
Titolo originale: “Fa yeung nin wa”.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Wong Kar-wai in Lankelot
Commenti
http://www.youtube.com/watch?v=I0tMmsUEGOY&feature=related
?Un tempo quando uno aveva un segreto da nascondere andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurrava lì il suo segreto. Richiudeva il buco con del fango così, in seguito, sarebbe rimasto sigillato per l?eternità?
http://www.youtube.com/watch?v=NdReiC3heu8&feature=related
(sto uscendo, ma intanto mi unisco ai tuoi pensieri per quella dedica. Bellissimo gesto)
"Un microcosmo vivace che si accosta sulle note del walzer lento di Shigeru Umebayashi mentre dei loro rispettivi partners non si vedrà, per tutta la durata del film, che qualche particolare fisico: la schiena, le gambe, la nuca, le mani. Le loro voci si ascoltano sempre fuori campo."
> E' la musica ciò che mi è rimasto di questo film. Sembrava un balletto.
"?Un tempo quando uno aveva un segreto da nascondere andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurrava lì il suo segreto. Richiudeva il buco con del fango così, in seguito, sarebbe rimasto sigillato per l?eternità?"
> Tutto questo mi fa venire in mente un frammento di mitologia greca, che ho ricordato anche nel libro dei Radiohead - in uno dei momenti più divertenti del libro, credo:))).
(gran bella scheda, come sempre. Applausi per la competenza e la precisione di Movida!)
4. ma allora l'hai visto?
5. scoprirò!!!
(grazie,ma non farmi arrossire)
sì sì:).
anni fa. E non è stato il solo;).
7. e non dici niente! bravo!ed io che attendevo...certo è che se ricordi solo il balletto...ehm... :)))...
quello è in effetti tutto un altro tipo di problema:)))))
che belle musiche. e che
che belle musiche. e che bellissime inquadrature. CINEMA