Storie di solitudine, di lettere spedite e mai aperte, o aperte in ritardo, di poliziotti che hanno perduto l’amore, di donne enigmatiche e sfuggenti, sullo sfondo di una Hong Kong dalle mille luci e dai frastornanti colori, ancorché spesso notturna e anch’essa sfuggente, dove la pioggia sostituisce le lacrime mai versate, trattenute in una dimensione che sfugge spesso il reale per farsi stadio intermedio che non è nemmeno sogno. O lo è solo in parte. Il primo film da esportazione del cineasta di Hong Kong Wong Kar-Wai, oggi notissimo in Occidente grazie a capolavori come In the mood for love e 2046, arrivato nelle sale italiane nel 1995, è un’opera bizzarra e a tratti surreale, che immagina due storie distinte che idealmente si sfiorano, si toccano incontrando il tema delle fragilità emotive, delle difficoltose cesure col passato e delle mai semplici ripartenze imposte dal mutamento della vita amorosa: dall’idillio al sentimento infranto, per un nuovo incontro, in una sorta d’eterno ritorno.
La prima storia vede protagonista il poliziotto matricola 223, appena lasciato dalla fidanzata May, che dopo il lavoro va in cerca di confezioni di ananas che hanno per rigorosa scadenza il primo Maggio. È il giorno del suo compleanno, l’ultimo data che si è concesso nell’attesa di un segnale di May che comunque non arriverà. Fatta indigestione di ananas incontra in un locale una donna enigmatica, in precedenza impegnata ad organizzare una spedizione di droga, con la parrucca bionda e coperta da occhiali scuri. È a poche ore dal suo compleanno e pensa di potersene innamorare: una breve conversazione e una notte castissima in un albergo, con lei che dorme e lui che guarda la tv, ingozzandosi ancora di cibo. Al mattino è l’ora: è il suo compleanno, l’amore è un ricordo ancora forte, il presente un’incognita: è il tempo per correre, sotto la pioggia. La seconda storia è ancora centrata su un amore perduto, quello del poliziotto matricola 663, che tutte le sere passa nel solito fast food a comprare la cena per l’amata, una hostess conosciuta durante un viaggio in aereo. Ma un giorno, invece delle solite pietanze, chiede del caffè freddo. È il segno che lei non c’è più. I suoi arrivi sistematici per un caffè, sempre alla solita ora, attirano l’attenzione della bella e giovane nipote del proprietario del locale, che per un gioco del destino – una lettera di congedo, con annesse chiavi dell’appartamento del poliziotto, lasciata dalla hostess nel fast food – prova segretamente a vivere la vita della donna amata dal poliziotto, cercando di reinventare un nuovo ordine nella casa della matricola 663. L’uomo non si accorge di nulla, ancora immerso nel malessere per quell’amore perduto che sta contaminando malinconicamente le sue giornate. Sono destinati comunque a incontrasi, ma in modo affatto lineare, sfuggente; ed è ancora una lettera non letta che crea distanze e incomprensioni: la California è lontana, o è più vicina di ciò che i due possibili, futuri amanti possono immaginare.

Il destino è buffo ed anche beffardo, gli avvicinamenti più complicati di ciò che ci mostra la macchina da presa, spesso protagonista ingannevole perché indirizzata dall’occhio di un cineasta che immagina il cinema come l’arte post moderna per eccellenza. Wong Kar-Wai è un grande regista, con una sua estetica riconoscibile che gioca su sperimentazioni sia visive che narrative mai banali o fini a se stesse. Fa ampio uso del ralenti sulle figure dei protagonisti, accelerando però i fotogrammi sullo sfondo: è un effetto visivo che trova il suo fondamento in una idea narrativa, ovvero rendere evidente il contrasto tra la dimensione sospesa – quasi uno stadio fisico immoto – dell’amato abbandonato e la velocità meccanica della vita che gli scorre al margine. Le storie sono distinte e distanti, si sfiorano per suggestione, si toccano li dove sopraggiunge la fine della prima e l’inizio della seconda; le accomuna l’uso della voce off, i "pensieri parlanti" dei protagonisti. È una scelta narrativa essenziale che dà forza all’opera del cineasta di Hong Kong, perché attraverso la voce fuori campo vengono portate alla luce le interiorità, altrimenti celate sotto una cortina di silenzio. Non c’è autocompiacimento, né autorialità a tutti i costi, perché Hong Kong Express, come la quasi totalità dei film di Wong Kar-Wai, è un’opera che scorre, che coinvolge, che diverte, che si lascia apprezzare per uno stile narrativo che strizza l’occhio a Quentin Tarantino senza dimenticare la lezione del cinema europeo di qualità. E poi ci mette tanto del suo, non solo assemblando diversi stilemi cinematografici, ma innovando in chiave quanto mai attuale il tipico action hongkonghese, in precedenza portato alla ribalta da John Woo (qui solo labili tracce: vedere il successivo Angeli perduti). La marginalità dell’azione consente a Wong Kar-Wai di filmare i silenzi e i sentimenti, l’amplificazione delle consuetudini e il crearsene di nuove: tutto diventa stasi o compulsività, o l’alternarsi dei due stati emotivi – non esistono dimensioni psicologiche intermedie - quando è finito un amore. È emblematico il caso della matricola 223, che sceglie il rituale dell’acquisto delle scatolette di ananas per circoscrivere un tempo ideale – allo stesso tempo reale e immaginario – in cui scegliere di vivere un’attesa che, appare logico alla ragione ma non al protagonista, non può avere l’approdo desiderato. Ragione e sentimento sono due territori distanti anni luce nell’idea narrativa proposta, le figure filmate da Wong Kar-Wai diventano personaggi d’un melodramma mai gridato ed esibito, quanto mai pudico anche nell’evidenza di una rappresentazione che non avvicina quasi mai i corpi. Le uniche vicinanze sembrano, al contrario, aumentare l’effetto solitudine e straniamento, ancorché proprio l’assenza di parole dovrebbe favorire il linguaggio dei corpi. I mondi non si incontrano, gli universi, come del resto le due storie narrate, si sfiorano soltanto perché la vita è caos e le informazioni facilmente si perdono: sono sempre troppe o troppo poche, inadeguate perché mai davvero dirette. È il caso delle lettere non lette per tempo, come si accennava, ma questa comunicazione mai facile e sovente interrotta trova la sua esemplificazione più immediata proprio nelle immagini: protagonisti sfocati, continue dissolvenze; tutto è scentrato e fuori fuoco, nemmeno l’immagine è chiara e non comunica ciò che dovrebbe. Tutto rischia di perdersi, in un riflesso, in un’allucinazione, in un sogno nemmeno incubo, in uno stadio onirico indecifrabile o difficilmente interpretabile.

Non solo il tempo che ci ospita ma anche il destino, questi i due giocatori che bluffano sul tavolo da poker dei sentimenti. Siamo costretti a bluffare anche noi, a volte; siamo sovente vittime di un involontario auto inganno: l’amore è un gioco d’azzardo, esposto ai rischi di una comunicazione sempre edulcorata e mai veramente libera. Ma non v’è pessimismo assoluto nella doppia parabola di Wong Kar-Wai, allorché lo stesso destino può restituire, per vie sempre molto tortuose, ciò che in passato aveva tolto. Certo bisogna cominciare a leggere le lettere, o perlomeno i segni visibili che incontriamo sulla nostra strada.
L’innovativo stile registico, l’azzeccata colonna sonora (tra i pezzi da ricordare, il tormentone Calfornia Dreaming dei Mamas and the Papas, e la rivisitazione di Dream, noto hit dei Cranberries), l’intensa fotografia e l’ottima prova degli attori (la coppia Tony Leung - Faye Wong è decisamente ispirata) fanno di Hong Kong Express un film che si eleva decisamente dalla media. E ciò può sorprendere solo chi non conosce la cinematografia di Wong Kar-Wai, che si compone di opere di rara bellezza visiva e di inconsueta efficacia narrativa, al pari di quelle dell’amico e collega Zhang Yimou, altro grande regista che dà lustro al cinema orientale contemporaneo.
Regia: Wong Kar-Wai. Soggetto e sceneggiatura: Wong Kar-Wai. Fotografia: Christopher Doyle, Keung Lau Wai. Montaggio: William Chang, Kai Kit-Wai, Kwong Chi-Leung. Scenografia e costumi: William Chang. Interpreti principali: Tony Leung, Faye Wong, Takeshi Kaneshiro, Brigitte Lin, Chen Jinquan, Valerie Chow, Kwan Lee-Na, Songshen Zuo, Zhen Liang, Zhiming Huang. Musica: Frankie Chan, Roel A.Garcia. Produzione: Jet Tone Production Co. Ltd. Titolo originale: "Chung hing sam lam". Origine: Honk Kong, 1994. Durata: 102 minuti.
Léon, febbraio 2008.
Commenti
Ecco il primo film di Wong Kar-Wai arrivato in Italia (non dunque il suo primo in assoluto), nel 1995. é il primo di alcuni film orientiali (tutti garandi registi) che vi presenterò nel mese di Marzo.
(ave ottimo! ecco qui l'archivio Wong, integrato)
"Il primo film da esportazione del cineasta di Hong Kong Wong Kar-Wai, oggi notissimo in Occidente grazie a capolavori come In the mood for love e 2046, arrivato nelle sale italiana nel 1995, è un?opera bizzarra e a tratti surreale, che immagina due storie distinte che idealmente si sfiorano, si toccano incontrando il tema delle fragilità emotive, delle difficoltose cesure col passato e delle mai semplici ripartenze imposte dal mutamento della vita amorosa: dall?idillio al sentimento infranto, per un nuovo incontro, in una sorta d?eterno ritorno."
> Davveri senti "In The Mood For Love" un capolavoro?
(ottima intro)
3- é considerato tale, soprattutto in Europa. é un film splendido, dal punto di vista figurativo soprattutto. Come anche lo è "2046" (che è ancora più bello secondo me, ancorché sia ritenuto migliore "In the mood for love"). Che Wong Kar-Wai, al pari di Zhang Yimou, sia un maestro assoluto dell'immagine per me è evidente. Capolavori o meno, sono certamente due dei migliori film dell'ultimo decennio.
Altra domanda.
"Siamo costretti a bluffare anche noi, a volte; siamo sovente vittime di un involontario auto inganno: l?amore è un gioco d?azzardo, esposto ai rischi di una comunicazione sempre edulcorata e mai veramente libera."
> Solo l'amore? Oppure ogni sentimento, per via della natura del linguaggio?
Ogni sentimento, naturale. Per via della natura del linguaggio: qui era il sentimento amoroso indagato, ma il cinema di Wong Kar-Wai si è occupato più volte - e direi in modo affatto pesante: mi viene in mente Antonioni ad esempio, che era comunque parecchio tosto da digerire - di incomunicabilità e affini. é un'artista postmoderno, logico che lo stile d'indagine trovi differenti vie visive (ma anche narrative) rispetto al cinema del passato.
Danke Fede.