Always in my heart
A dirla tutta Kar-wai Wong costituisce un’anomalia tra i cineasti di Hong Kong, prima di tutto per la minor prolificità alla regia rispetto ai suoi conterranei e poi per quella stima sincera nata, frammento dopo frammento, dal mondo occidentale nei suoi confronti.
Stima che pare reciproca, poiché Wong, almeno finché resta in Patria, riesce a sviluppare tematiche ed ambientazioni che superano i confini nazionali.
La spontanea ispirazione ed una naturale raffinatezza rendono merito alla sua pregiata filmografia in cui si nota l’assenza di particolari ammiccamenti commerciali. Kar-wai Wong segue mentalmente un tracciato lineare che si dimostra, fin dalle prime esperienze, concentrato su pochi temi fondamentali senza pedisseque ripetizioni tra un film e l’altro. Quelli che altrove potrebbero essere interpretati quali luoghi comuni, qui assumono un significato atipico che, di storia in storia, di scena in scena, si ritagliano spazi inconsueti in una cinematografia da assaporare lentamente. Non c’è traccia di spettacolarità ed anche lo stesso “
Ashes of time”, primo ed unico esperimento di wuxiapian del regista, riesce a caratterizzarsi quale suo capolavoro perché non stravolge la linearità di quel tracciato poc’anzi citato, tutt’altro. Il suo modo di intendere il cinema è intimo, moderato, sospeso, in cui ci si aspetta debba accadere qualcosa di risolutivo mentre i frammenti della pellicola avanzano accrescendo le emozioni.
“Days Of Being Wild” è cronologicamente il suo secondo film, in cui nasce la collaborazione con Christopher Doyle, ma è qui che bisogna tornare davvero per scovare le origini della filmografia successiva, delle produzioni più note della maturità. In ognuno dei personaggi, uomini o donne che siano, pare delinearsi l’immaginario passato quasi che anche queste prime esperienze possano considerarsi, in una visione più ampia, una memoria storica della sua produzione. In “Days Of Being Wild” si è in un mondo a parte, in un territorio ancora inesplorato, in cui persone diverse convivono affrontando la vita in un modo che pare quasi sopravvivenza selvaggia.


Yuddy è un ragazzo incapace di avere una relazione duratura con una donna. Ne incontra di tutti i tipi, dalla ragazza ingenua che sopravvive facendo mille lavori alla ballerina superficiale che ha sempre dominato il mondo e gli uomini che ha incontrato. Lui però ha quel modo tenero e allo stesso tempo scostante che gli permette di gestire le relazioni nei modi e nei tempi che preferisce. Non dà modo a nessuna di intromettersi nella sua vita e così facendo dissemina dolore nell’esistenza di quelle donne. È superficiale, ma quella superficialità che si scopre in ogni cosa che fa ha radici nascoste in una memoria che non possiede, in una vita che gli è stata imposta da qualcuno che non ha mai conosciuto.
Le donne sono una parte fondamentale di questo strano meccanismo che è l’esistenza ed il rapporto con loro è immediato e continuamente distaccato. Yuddy non riesce a superare certi limiti e la conclusione di ogni storia è sempre fatale e dolorosa.
Le relazioni sono segmenti necessari, ma la sceneggiatura sembra sempre portare l’attenzione sulle donne, spostandola dalla caratterizzazione psicologica di lui, quasi a confondere le idee.
L’aspetto più importante è, invece, l’analisi di questo personaggio alla ricerca del perché di se stesso. L’interesse è duplice, parallelo a quella ricerca a cui tende Yuddy sullo schermo. Se con le donne ha relazioni distaccate, non è lo stesso con Rebecca, la madre adottiva, ex prostituta, con cui il rapporto è reciprocamente morboso. Rebecca lo ha cresciuto ma non gli ha mai rivelato le vere origini. La paura dell’abbandono è forte quanto quella che sente lui nei confronti di lei. Il distacco nelle relazioni, quindi, è la tragica conseguenza di una frattura del passato. Non ha mai conosciuto la vera madre e quella adottiva non lo ha mai coperto delle attenzioni necessarie per affinare l’equilibrio interiore. L’attaccamento morboso è qualcosa di indefinito che ha contorni oscuri ed egoistici che si riflettono necessariamente altrove. Lui comprende la differenza tra le donne che frequenta e, con stupore, lo rivela alla fine, quando si trova a ricordare perfettamente l’immagine di una donna associandone la data e l’ora precisa del loro incontro (il 16 aprile alle 3 del pomeriggio), con l’idea che ci si ricorda delle cose che meritano davvero di essere ricordate.
E quando è il momento di fare un bilancio della sua vita che Yuddy restituisce dignità ad una relazione la cui conclusione aveva lasciato l’amaro in bocca e dona a lui stesso, al suo ricordo, quella dose di simpatia che era svanita nella sua prima immagine di uomo comune dai capelli impomatati capace di sciorinare parole romantiche ad una donna incontrata per caso.
La donna, neanche a dirlo, si chiama Su Li-zhen (Maggie Cheung), esattamente come le protagoniste di “In The Mood For Love” e di “2046” (Gong Li nel presente/futuro e Maggie Cheung nel 1960), mentre l’altra è Mimì (Carina Lau) anch’essa presente in “2046”. Due personalità che affrontano l’amore in modo diverso e che troveranno un punto di contatto solo al momento dell’abbandono di Yuddy restando nel ricordo fino alla presa di coscienza in “2046”.
L’abnegazione da un lato e il distacco dall’altro sono componenti fondamentali dell’idea di amore concepito da Wong e che ritrova valore attraverso il ricordo.
L’isolamento volontario e la solitudine forzata costituiscono gli altri elementi del suo cinema che si concentra su date fondamentali per la storia di Hong Kong, città presente attraverso i suoi frammenti di vita comune, le case in penombra, le strade deserte, i vicoli bui in cui la luce dei lampioni riflette la pioggia battente (“i ricordi sono sempre pregni di lacrime") ed in cui il tempo è scandito ossessivamente (l’onnipresente orologio da parete).
I costumi tra cui spiccano i tubini di Mimì (Carina Lau) e la colonna sonora, in particolare i brani di Xavier Cugat, non possono che richiamare le stesse caratterizzazioni di “In The Mood For Love”. Lo stesso personaggio di Rebecca (Rebecca Pan) s’identifica in quella signora Suen, l’affittacamere che combatte la solitudine giocando a mahjong tutto il giorno. Ecco che alla visione di questo film si adattano fatalmente i dialoghi di “2046” che, in tale contesto, possono svelare il loro originario significato.
L’idea di un territorio della memoria da esplorare nello spazio e nel tempo nasce, quindi, con “
Days Of Being Wild”, film in cui Kar-wai Wong ha messo insieme un cast di giovani attori che segneranno la fortuna del cinema di Hong Kong degli ultimi dieci anni, quali la già citata Maggie Cheung, Carina Lau, un irriconoscibile Andy Lau, ad oggi interprete di più di un centinaio di film particolarmente apprezzato per la sua ecletticità, Tony Leung e, quindi, Leslie Cheung, morto suicida nel 2002, prima che il regista potesse concludere il suo progetto. Con questo film però Wong mette le basi anche per “
Hong Kong Express” e “Angeli Perduti” in quei personaggi, Yuddy compreso, che vivono ai margini di una società multiculturale che sta perdendo la sua vera identità.
Yuddy è, dunque, personaggio solitario che cercherà, infine, di trovare le sue origini ponendo le basi per quei viaggi interiori e fisici a cui ci abituerà il cinema in movimento di Kar-wai Wong ed in cui il contrasto viene sottolineato dal ralenti e step-motion, quali suoi marchi di fabbrica. Ed ecco che le prime inquadrature su una rigogliosa vegetazione tropicale trovano la naturale collocazione alla fine, quando termina il viaggio nella memoria di Yuddy e trova spazio quello fisico verso le Filippine, verso la casa materna alla ricerca soprattutto di se stesso. L’ordine mentale si ricompone con quell’immagine che restituisce la pace interiore che gli permette di ricostruire il passato che vale la pena di essere ricordato. E troverà modo, lui per primo, di iniziare quella strada dei segreti taciuti e mai confessati se non a chi non può rivelarli.
Regia: Kar-wai Wong.
Sceneggiatura: Kar-wai Wong.
Fotografia: Christopher Doyle.
Montaggio:Patrick Tam Kar-ming.
Scenografia: William Chang Suk-ping.
Interpreti principali: Leslie Cheung (Yuddy), Maggie Cheung (Su Li-zhen), Jacky Cheung (Sab), Andy Lau (Tide), Carina Lau (Mimì), Rebecca Pan (Rebecca).
Musica: Chang Doming.
Produzione: Rover Tang.
Origine: Hong Kong, 1991.
Durata: 95 minuti.
Titolo originale: “A Fei jing juen” (“The True Story of Ah Fei”).
Originariamente inserita su Lankelot.com
Wong Kar-wai in Lankelot

Commenti
?i ricordi sono sempre pregni di lacrime"
uno dei migliori
http://www.youtube.com/watch?v=bwMud5vH7xw&hl=it
(non vedo l'ora di ritrovare tutto l'archivio WONG nel neo lanke:) )