Wong Kar Wai

Ashes of time (Le ceneri del tempo)

Autore: 
Wong Kar Wai
Ogni cosa cambia…è scritto nel libro del destino.
 
 
 
 

Questa è la storia di Ou-yang Feng (Leslie Cheung)…la storia della sua memoria e di quella dei tempi che si attorcigliano su se stessi, rivelati da qualche goccia di pioggia che porta con sé il rimpianto.

Ou-yang Feng è un nativo delle “White Camel Mountains”. In altri tempi aveva lasciato a casa la donna amata alla ricerca di fama e successo. Era convinto che lei avrebbe sempre atteso il suo ritorno: “ogni volta che piove il mio pensiero va a lei. Mi amava. Ogni volta che la lasciavo per un’avventura pioveva. Lei mi disse che succedeva perché era triste”.
 
Ou-yang Feng oggi è un uomo che vive nel deserto vendendo le sue arti al migliore offerente. Lo chiamano il “diavolo dell’Ovest”. La sua abilità nel convincere gli altri a risolvere i loro problemi (con l’omicidio) è pari alla destrezza con cui armeggia la spada; allo stesso tempo, lui è uno che non ha mai osservato davvero il deserto, ponendosi mille domande sulla realtà al di là delle montagne, senza trovare il coraggio di affrontarla, nuovamente.
 
All’inizio della primavera, nel giorno in cui si destano gli insetti, da anni riceve la visita di Huang Oi-shi (
Tony Leung Kar-fai, noto in Italia quale interprete maschile de “L’Amante” di J.J.Annaud, 1991), un giovane solitario, anch’egli esperto nelle arti marziali, che questa volta gli porta un dono miracoloso, un vino che fa cancellare la memoria. Per meglio dimostrare le proprietà della bevanda, ne beve lui stesso piccoli sorsi tentando di convincere l’ironico Ou-yang a fare lo stesso, senza alcun risultato.

La memoria è la fonte di grandi preoccupazione per l’uomo. Sarebbe bello poter immaginare di cominciare ogni nuovo giorno come fosse il primo, senza aver più un passato come zavorra, ma ad Ou-yang non importa. Per questo non ha bisogno del vino. Ha sempre rifiutato per primo, trovandolo il modo migliore per evitare i rifiuti dagli altri e per questo ora vive solo. È scritto nel libro del destino. A lui interessano solo i soldi che si procura facendo il killer nel deserto: “mai rischieresti la tua vita al prezzo di un uovo. Questa è la differenza tra di noi”.

Huang, dopo aver bevuto il vino dell’oblio, non fa più ritorno all’eremo di Ou-yang, ma al suo posto si avventurano una serie di creature affascinanti che vivono nell’ambiguità totale: lo spadaccino (Tony Leung Chiu-wai) che vuole rivedere il luogo in cui fioriscono i fiori di pesco e che in realtà simboleggiano una figura femminile (Carina Lau, figura evanescente innamorata di Huang che omaggia gli spettatori in una sensuale scena a cavallo). Un indovino gli aveva predetto che avrebbe perso la vista all’età di trent’anni e lui ha ormai quasi trent’anni; Hung-qi (Jacky Cheung), un uomo che sa come conquistare la felicità per sé approfittando di quello che la vita gli offre. Lui è un uomo semplice e ad un tratto Ou-yang inizia a provare gelosia nei suoi confronti (“un tempo avrei potuto essere come lui, ma non ho colto l’occasione”); la misteriosa donna (Brigitte Lin) che veste i duplici panni del fratello possessivo Mu-rong Yin che ordina l’omicidio del disperso Huang e quelli di Mu-rong Yang che tenta di proteggere l’uomo che ama, chiedendo al solitario Ou-yang di uccidere il possessivo fratello, l’altra faccia di se stessa, quella che non riesce a distinguere nella complessità l’unica verità. Di lei/lui nascerà la leggenda di uno spadaccino misterioso che amava esercitarsi con le arti marziali colpendo la sua immagine riflessa.
 
 
 

 

Vuoi venire con me?
 
 Il motore trainante di questa storia e di quelle che si incrociano con essa, è una donna (una Maggie Cheung più pallida e malinconica che mai) che vive nell’ombra, rivelandosi solo alla fine. È l’amore del passato di Ou-yang, la donna che lo aspettava al di là delle montagne, al di là della striscia d’orizzonte del deserto, ma che ha sposato il fratello maggiore di lui, stanca di attendere un uomo che non sarebbe mai arrivato in tempo a cogliere l’occasione che la vita gli aveva regalato. La donna si tiene informata da tempo della sua sorte attraverso lo stesso Huang, innamorato silenzioso ma talmente onesto da non tradirne mai la fiducia: “non le ho mai detto che l’amavo. Sono consapevole che il frutto non gustato sia il più dolce”. Il vino che lui porta all’uomo nel deserto altro non è che un regalo di lei che chiede di essere dimenticata, dopo la sua morte in una spiaggia solitaria in cui si è ritirata. 
 
Pensavo di essere io la vincitrice…fino al giorno in cui ho visto allo specchio il volto di una perdente.
Non sono riuscita ad avere vicino a me la persona che amavo di più nei miei anni migliori. Quanto meraviglioso sarebbe poter tornare indietro nel tempo
 

 


 
  
Il ralenti iniziale, in un film di Wong, sta a significare che il percorso sarà a ritroso, dal ricordo fino alla conclusione in cui si scoprirà il destino incrociato di tutti coloro che sono stati coinvolti dal vortice della memoria.
 
I sensi sono solleticati dalla genialità di una costruzione su piani sovrapposti che hanno l’intento di scavare, neanche a farlo apposta, nell’anima di personaggi che sembrano incontrarsi del tutto casualmente e che, invece, sono legati l’uno all’altro da un filo invisibile: la donna misteriosa che vive nel ricordo di Ou-yang e che fa parte del presente di Huang.
 
I personaggi che affollano questo straordinario deserto sono creature affascinanti (alieni o automi) in marcia verso una terra sconosciuta: molteplici frammenti della complessità umana destinata a ricongiungersi alla solitudine di Ou-yang, per svelarla una volta per tutte a lui stesso.
Sono antieroi per eccellenza con caratteristiche incompatibili con la struttura tradizionale di un wuxiapian ma siamo nel mondo di Kar-wai Wong e da un suo film non ci si può attendere che coerenza verso i principi cardine che lo guidano nella regia.
 
Scene suggestive schiudono una partecipazione emotiva inaspettata, dopo una miriade di sollecitazioni di cui inizialmente non si comprendeva il significato. È un film stupefacente per quel senso della coralità ricondotto all’uno. È un film dalla fotografia magnifica, merito di quell’eterno collaboratore Cristopher Doyle che già da questo film dà un segno potente di quella sperimentazione monocolore che si vedrà in “Hero” di Zhang Yimou. È un film che si avvale di un cast stellare di attori e di registi cult quali Patrick Tam e Sammo Hung. Non è difficile immaginare che questo lavoro possa portare estimatori anche tra i detrattori del genere per quel suo stile originale ed inconsueto in cui si mescolano anche omaggi allo stile western caro all’occidente e alla tradizione ascetica della produzione tipica delle arti marziali in cui la lotta di uno contro cento è esaltata alla massima potenza (l’arrivo dei ladri di cavalli, ad esempio, con Huang Oi-shi in solitaria preparazione in cima ad una duna che con un solo colpo di spada è capace di spaccare le montagne). La simbiosi tra natura e personaggi si rivela nella scelta di visioni surreali in cui davvero è difficile distinguere i contorni dell’uomo e del mondo che lo circonda. Così è facile ammirare l’ambiguità dell’uno nello specchio d’acqua in mezzo al rosso deserto.
 
La solitudine dei film di Kar-wai Wong si sposta dai paesaggi urbani a quelli desertici, in cui il solito bar è sostituito dalla taverna nel deserto, le luci al neon dai colori accesi della natura, mentre sopravvive la pioggia, il ricordo ed il rimpianto, le tensioni emotive contrapposte alla passione sfumata (il sogno in cui si confondono le fattezze dei vari personaggi), il movimento alternato, il ritmo impresso dal racconto che costruisce il film in progressione e una colonna sonora originale altamente suggestiva.
 
Questo film che è, almeno fino ad oggi, il primo ed unico esperimento di wuxiapian di Kar-wai Wong, il regista che omaggia il “tempo”, si presenta anche quale uno dei suoi capolavori assoluti. È una sorpresa enorme, quasi inaspettata, che ha dalla sua la ragione dell’innovazione di un genere tradizionale rivoltato come un calzino e adattato con maestria al suo modo di fare cinema e a quel progetto intimistico che si insegue, e si rigenera, pellicola dopo pellicola. Tant’è che pochi sono i combattimenti canonici, molti gli scontri interiori (esemplare, quindi, la figura sdoppiata di Mu-rong Yin/Yang che duella contro la sua immagine riflessa). Se non ci fosse stato quel “2046” sarebbe rimasto un esempio a se stante, ma alla luce di quanto oggi conosciamo è la prova che il tracciato di Kar-wai Wong ha il senso compiuto della ciclicità se vissuto nell’ottica delle diverse dimensioni temporali. C’è il passato, il presente ed il futuro in quell’ossessione devastante in cui cala i suoi personaggi. E proprio come nel suo ultimo film, per la rappresentazione epica-omaggio alla memoria, anche per “Ashes Of Time” ha chiamato sul set tutti gli attori di cui si è circondato in questo percorso particolarissimo. Peccato, dunque, per la precoce scomparsa dello strepitoso Leslie Cheung per cui avrebbe continuato a creare un’altra sfaccettatura di quell’antieroe che incarna perfettamente la linea di confine tra chi vive nel rimpianto delle occasioni perdute e chi coglie la felicità di uomo comune, dell’uomo semplice che non si tormenta nel ricordo di ciò che poteva essere.
Alla luce di questo film, la mente si rischiara rivelando una visione più completa della filmografia di questo regista della coerenza e, nel rispetto di quell’idea originale, si comprende come lo straordinario Tony Leung Chiu-wai (anch’egli presente in “Ashes Of Time”) che ha raccolto il testimone dell’attore feticcio venuto a mancare, porti con sé il protagonista di una storia parallela, similare ma non identica a quella che Kar-wai Wong ha adattato alle corde di Leslie Cheung.
 
Affascinante e didascalico racconto, dunque; naturale sintesi che si rivedrà in altra dimensione attraverso “2046”. Un film che assorbe totalmente, da vedere almeno una seconda volta per cogliere fin dalle scene iniziali quelle rivelazioni che si vedranno solo alla fine e, non lo nego, mi è piaciuto da impazzire.
 
Mi chiamo Ou-yang Feng e la mia specialità è risolvere i problemi degli altri. Amico, tu avrai circa 40 anni. In 40 anni avrai odiato qualcuno? Qualcuno che ti ha fatto un torto? Qualcuno che volevi uccidere…o non ne hai avuto voglia. Un omicidio può diventare un vero problema. Ho un amico esperto di arti marziali. Ultimamente ha dei problemi economici. Paghi una cifra ragionevole e lui ucciderà per te. Pensaci!


 Regia: Kar-wai Wong.
Soggetto: Louis Cha.
Sceneggiatura: Kar-wai Wong.
Fotografia: Christopher Doyle.
Montaggio: Kit-wai Kai, Patrick Tam.
Scenografia: William Chang Suk-ping.
Interpreti principali: Leslie Cheung (Ou-yang Feng), Tony Kar-fai Leung (Huang Yao-shi), Tony Chiu-wai Leung (Spadaccino cieco), Brigitte Lin (Mu-rong Yin/Mu-rong Yang), Jacky Cheung (Hung-qi), Maggie Cheung (La donna/moglie del fratello maggiore), Carina Lau (Fiore di pesco).
Musica: Frankie Chan.
Coreografie: Kam-bo Sammo Hung.
Produzione: Sung-lin Tsai.
Origine: Hong Kong/China/Taiwan, 1994. 
Durata: 100 minuti.
Titolo originale: “Dung Ke Sai Duk”. Premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema Venezia, 1994.
Info internet:
Imdb.
 


 


Movida, 11 dicembre 2005.
Revisione 26 luglio 2006.

ISBN/EAN: 
11111111111

Commenti

sei tornata!

non me l'aspettavo:)

clamoroso!

Che tragedia! una lattante altrochéprime armi...guarda che impaginazione ^________^ più orrenda di così non potevo...rimedierò...prima o poi (al ritorno dalle vacanze)...film significativo...le ceneri del tempo...la memoria si conserva...

Qual buon vento! Finalmente :)

Viva Movi! Fantastico. Fantastico. Memoria TOTALE.

Ave! Bentornata! Aspetto con ansia i tuoi scritti su Mishima, vecchi e nuovi.

Sì, il vento dell'est :)...una mano per accedere dal buon Franchi...ero già molto scoraggiata!

mi verrebbe da fare una bella battutona tra vento e scoraggiata. ma non mi viene. mah

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