Wong Kar Wai

Angeli Perduti

Autore: 
Wong Kar Wai
 “Tutti hanno un passato…”
 
 
Ambientazione surreale, psichedelica ed esclusivamente notturna per questo capitolo che si pone, neppur tanto idealmente, come seguito di “Hong Kong Expresse che trova un suo primo abbozzo in quella partitura che è stata l’opera prima di Kar-wai Wong, “As Tears Go By”.
Il regista ama e celebra Hong Kong riprendendo di essa le incertezze e le scadenze per trasmetterle a personaggi che, di volta, in volta, piazza sulla scena e muove nell’ambiguità come pedine incandescenti. Ed esse assumono cadenze stralunate e vagheggianti in una dimensione sbilenca, priva di quei riferimenti che, a volte, hanno valenza di un conforto. Wong muove le sue pedine tra vicoli e stanze ristrette, in cui la dimensione umana viene esasperata dall’uso di luci esageratamente forti, come si vedrà sempre più spesso. Il blu, il rosso, il giallo, il verde dominano la scena, ponendosi in un gioco di contrasto con le figure poste in penombra ed esaltandone i contorni psicologici. Al di fuori vive una metropoli illuminata dalle luci al neon, mero artificio di un mondo che si mescola e che fugge, come quei treni che dominano la scena esterna.
Si potrebbe rischiare una certa sofferenza claustrofobica nelle sue ambientazioni se Kar-wai Wong non usasse movimenti di camera che spezzano gli spazi, ampliandone la visuale prospettica per poi metterla in movimento.
 
 
 
Due le storie che scorrono tra gli spazi angusti di Hong Kong, due le storie destinate ad intrecciarsi come segmenti di un’unica realtà.
Nella prima, una strana coppia di soci che non si incontrano mai. Ming è un killer professionista, lei, Agent, si occupa dei contatti. Abitano un rettangolo di stanza con un letto che ci appare smisurato ed un tavolo per il fax. È la loro base, il loro piano d’appoggio, prima di ricominciare un’altra notte di sangue già prestabilita. Sono 155 notti che sono soci e tutto sembra scorrere nella normalità, finché lei non inizia a provare strane sensazioni per lui. Ne traccia i gusti, il profumo, la personalità attraverso i rifiuti che lui scarta prima di lasciare la stanza e lo spettatore impara progressivamente a riconoscerla, avvolta in un tubino in latex, attraverso i suoi movimenti ossessivi in quell’ambiente occupato dalla presenza-assenza di Ming. Ed è proprio quando l’ossessione si fa morbosa lui decide di incontrarla, mancando però di presentarsi all’appuntamento. Anche qui forse un’occasione mancata, un rimpianto su cui riflettere in futuro. Agent faceva parte ormai della routine ma, proprio nel momento in cui Ming sente che quella non è più la sua vita, decide di mandarle un messaggio attraverso una canzone del jukebox, la numero 1818: “dimenticami” (Forget Him – Shirley Kwan), uno dei brani più seducenti nelle splendide colonne sonore della filmografia di Kar-wai Wong. È una scelta musicale della contemporaneità, piuttosto anomala se si pensa ai frequenti tuffi del regista nella discografia anni ’60.), uno dei brani più seducenti nelle splendide colonne sonore della filmografia di Kar-wai Wong. È una scelta musicale della contemporaneità, piuttosto anomala se si pensa ai frequenti tuffi del regista nella discografia anni ’60.
 

 
La seconda storia ha come protagonista Ho, solito occupare i negozi altrui all’ora della chiusura. Vive con il padre che gestisce un hotel e ha in simpatia i poliziotti. Ho si arrangia come può per raggranellare qualche soldo per le spese. Lui non parla, è un ragazzo muto. Non è sempre stato così; un tempo era un gran chiacchierone, ma da quando ha mangiato una scatola di ananas scaduto ha smesso di parlare. Ricorda di essere stato, in carcere, con la matricola 223506: 223, esattamente come in “Hong Kong Express”, ed anche lì si parlava di ananas che avevano una scadenza, quella del primo maggio, data del compleanno dell’allora protagonista. Neanche a dirlo, l’attore che lo interpreta è lo stesso, Takeshi Kaneshiro, idolo poliglotta ormai di fama internazionale, che qui regala un’interpretazione straordinaria. Di notte è più facile incontrare dei pazzi e Ho ne incontra una che accompagna in scorribande selvagge alla ricerca di una misteriosa donna, Blondie, sua rivale in amore. Crede di aver trovato l’amore della sua vita, il primo amore che non si dimentica: “oggi, maggio 1995, ho finalmente trovato la ragazza per me. Ricordo che pioveva forte quella notte, ma appena l’ho vista ho sentito che ero un porto per lei...un porto sicuro in cui lei entrava a vele spiegate…non so quanto vi rimarrà, ma più è, meglio sarà”. È un’illusione la sua, nata durante una notte di pioggia, e svanita poco dopo una partita di calcio, come quei suoi capelli biondi spariti con il primo amore, ma è stato bello sognare attraverso i suoi occhi.
 
In entrambe le storie delineate nel film la pioggia ha un elemento importante, diventando essa un simbolo salvifico, che porta al cambiamento della psicologia dei personaggi o semplicemente al mutare degli eventi e che si ripete di frequente nel cinema di Kar-wai Wong, unitamente alla splendida fotografia di Christopher Doyle e ad una colonna sonora ipnotica.
 
Il regista si muove ancora una volta nel gioco del doppio, di schemi su cui intavolare una duplice partita, in cui qualcuno viene abbandonato o abbandona e qualcun altro è destinato a conoscersi.
Ad un certo punto della storia, è proprio Ho, il ragazzo muto, che riporta Ming, il killer, sulla strada della vecchia socia, attraverso la canzone 1818 “dimenticami”. È una traccia di memoria che si riapre. In fondo Ming, aveva sempre desiderato vivere nella normalità, avere una famiglia e magari andare anche ad un pranzo di nozze, ma sapeva che non erano cose adatte a lui. Quando aveva iniziato a ferirsi sempre più spesso durante le sparatorie aveva deciso di cambiar vita, ma senza trovare il coraggio di incontrare Agent e parlarle di persona. Quella traccia musicale però gli ricorda che ha qualcosa in sospeso; lascia la donna con cui stava e torna alla vecchia vita, perché lui è un pigro che lascia agli altri il compito di organizzargli le cose. Questa volta però la situazione cambierà. In questo segmento è fortissimo il richiamo a “As Tears Go By”, per stimolo narrativo e conclusione.
 
È un mondo di solitudine e di incomunicabilità quello che ci viene raccontato nei due episodi incrociati. Wong si serve dei loro monologhi per raccontare le diverse umanità che percorrono la scena, utilizzando i messaggi, come la canzone nel jukebox, quali strumento di  comunicazione.
Ed in questo mondo il regista inserisce uno dei più stravaganti soggetti del suo cinema, uno di quelli che non ti aspetti e che è in assoluto contrasto con la ritmica cadenzata dalla prima storia. Ho rappresenta la massima espressione dell’incomunicabilità, poiché muto, ma è un ragazzo talmente positivo che la sua vivacità riesce a smorzare anche i toni tristi in cui viene inserito. Su di lui Wong costruisce una serie di quadri indimenticabili: il massaggio al maiale, lo shampoo allo sprovveduto cliente che ricapita pure nel baracchino dei gelati ed accuratamente rimpinzato insieme a tutta la sua famiglia, o ancora il momento in cui rincontra il primo amore, tra l’altro in divisa da poliziotta. È personaggio tenero ed ottimista che, nella sua immensa solitudine, crede di aver trovato l’amore in una notte di pioggia e che sogna di poter ricevere una volta nella vita un messaggio video, come quello che un cliente registra e manda a suo figlio. Ed è proprio in quel momento che Ho trova un modo di comunicare con il padre: una videocamera che registrerà l’ultimo compleanno del padre, da guardare e riguardare per sentirlo sempre con sé. Solo che Ho non lo sa ancora e ci regala il momento più commovente del film. Non potrà più mangiare le bistecche cucinate dal padre, ma ne ricorderà per sempre il sapore.
Sono tutti personaggi che non si toccano, ma che si sfiorano con evocazioni sensoriali, la musica per Agent e Wing, il video per Ho. Ed alla fine quest’ultimo incrocia per caso, in un ristorante, una smarrita Agent. Ci sono cose a cui non si può sfuggire. È il destino che parlerà per loro. Ora, dopo il lungo tunnel notturno, si può forse correre incontro alla luce del giorno.
 
Peccato che la strada non sia più lunga, so che finirà presto…ma in questo momento sono felice”.
 
Regia: Kar-wai Wong.
Sceneggiatura: Kar-wai Wong.
Fotografia: Christopher Doyle.
Montaggio:William Chang, Ming Lam Wong.
Scenografia: William Chang.
Interpreti principali: Leon Lai (Ming-Killer), Michelle Reis (Agent), Takeshi Kaneshiro (Ho – il ragazzo muto), Charley Jeung (Charlie), Karen Mok (Blondie) .
Musica: Frankie Chan, Roel A. Garcia.
Produzione: Jeffrey Lau.
Origine: Hong Kong, 1995.
Durata: 91 minuti.
Titolo originale: “Duo luo tian shi”.
 
Info internet: Imdb
 
Movida, 26 giugno 2009.
 
Wong Kar-wai in Lankelot
 

 
 
 
 
 
ISBN/EAN: 
8032807019659

Commenti

(se c'è una cosa sinceramente piacevole è pensare di poter tornare, chissà quando ma accadrà, da queste parti per commentare uno di questi film, così lontani dalle mie visioni, per parlarti dell'opera e del tuo articolo. Grazie sempre;) )

Ho, nella seconda storia imbastita, mi ricorda un po' il Tae-suk di Ferro 3 e un po' il Forrest Gump di "gelato alla crema tenente Dan".

(Kar-wai non lo vedrei tanto lontano dalle tue visioni e comunque la colonna sonora di 2046 la conosci già tutta :P)

:).
Rimedierò...;)
giusto due mesi per uscire da questo semi-delirio fatto di tutto, casa lavoro e via dicendo, e da novembre sarò come nuovo - e per un bel po' non pubblico NULLA, studio e lavoro e vivo;)

4....no...no...devi eccome pubblicsre :)

2011.;)

6...sembra un titolo di Kar-wai....attendiamo :)

"È un mondo di solitudine e di incomunicabilità quello che ci viene raccontato nei due episodi incrociati. Wong si serve dei loro monologhi per raccontare le diverse umanità che percorrono la scena, utilizzando i messaggi, come la canzone nel jukebox, quali strumento di comunicazione".

Tema caro a Wong Kar Wai. Un regista che adoro. Questo è uno dei suoi film più particolari, e dici bene soprattutto qui: "Il regista si muove ancora una volta nel gioco del doppio, di schemi su cui intavolare una duplice partita, in cui qualcuno viene abbandonato o abbandona e qualcun altro è destinato a conoscersi".

e qui: "Ed in questo mondo il regista inserisce uno dei più stravaganti soggetti del suo cinema, uno di quelli che non ti aspetti e che è in assoluto contrasto con la ritmica cadenzata dalla prima storia. Ho rappresenta la massima espressione dell?incomunicabilità, poiché muto, ma è un ragazzo talmente positivo che la sua vivacità riesce a smorzare anche i toni tristi in cui viene inserito".

Davvero resta nella momoria. Come al solito pezzo ottimo e brillantemente analitico.

Bah, 'sti musi gialli. Io personalmente guardo solo film dei Vanzina.

8. Ho è un personaggio formidabile ed indimenticabile (sia nelle scene comiche tra i negozi chiusi, sia nel lato romantico, sia in quello tenero nei confronti della memoria del padre) e poi è...TAKESHI KANESHIRO...:D

9. troppo esotici i loro film...ops volevo scrivere esoterici...complicatissimi titoli...

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