Melodramma piccolo borghese, intriso di una (pseudo) mistica da sartine, “Il miracolo” di Edoardo Winspeare, film in concorso alla Mostra di Venezia, è il terzo lungometraggio del giovane regista salentino di sangue scozzese.
Prosaico e ordinario, annacquato da una sceneggiatura sciatta e devastato da un cast che annovera attori imbarazzanti come Stefania Casciaro, è un film provinciale e noiosetto che può, al limite, solleticare l’interesse culturale del salone d’un parrucchiere.
Si preferisce parlar chiaro per sgombrare il campo da equivoci di qualunque sorta: nonostante un discreto battage pubblicitario, questa pellicola avrebbe meritato una circolazione limitata e una distribuzione risicata. Il talento di Winspeare si intuisce da qualche interessante ripresa del cielo (una sensibilità turneriana per le nuvole e per l’azzurro, parrebbe) e da una promettente profondità di campo: la sua totalizzante dedizione al Salento potrà, una volta spurgata dall’irresistibile attrazione per la bruttezza e per il kitsch, regalare opere probabilmente originali. Ma il presente suggerisce che questo regista è acerbo e spesso trasandato fino ad apparire negligente: scambiare la “superficialità” per la “semplicità” della narrazione è quanto è avvenuto, ed è un peccato.
La storia, pure, aveva un inizio interessante: il piccolo Tonio (Claudio D’Agostino, dal volto pulito e dall’espressione intelligente), in sella alla sua bicicletta, viene investito da Cinzia (Stefania Casciaro), un’adolescente disadattata (disturbata?). Cinzia scende dalla vettura assieme al suo ragazzo: senza manifestare alcun sentimento nel viso (come, del resto, per l’intera durata del film), si accosta al bambino steso in terra per assicurarsi che sia ancora vivo. Tonio la vede soffusa da una luminosità “da epifania divina”: quest’immagine solare sarà il suo ricordo principale dell’incidente.
Cinzia decide di non prestare soccorso, e s’allontana via con il fidanzato; ritroveremo Tonio in ospedale, miracolosamente incolume, con qualche abrasione sul viso e strane reminiscenze dell’accaduto: poi una notte si avvicinerà ad un malato in grave crisi, poggerà una mano su di lui e lo “guarirà” (considerando il contesto regionale, lo spettatore maligno si domanda: che il marmocchio sia la prima reincarnazione di Padre Pio?).
Il padre del piccolo non sembra prestare fede alla veridicità del suo racconto: la madre, invece, ne è rapidamente affascinata e, contattata da un giornalista (Luca Cirasola) dà adito a una serie di articoli e di servizi televisivi tutto sensazionalismo e catodicità (stomacante, al solito).
Le vicende seguono, a questo punto, una direzione sghemba e sconnessa: esaurita la trovata “miracolistica”, mancano idee, soggetto e sceneggiatura; tra mancate guarigioni del nonno (Angelo Gamarro) d’un amichetto (Rosario Sambito), stravagante amicizia con la depressa e deprimente investitrice, insofferente coabitazione in un ambiente familiare saturo di nevrosi e al limite proiettato nell’orrendo sogno della “gloria” televisiva, la storia di Tonio rallenta fino a spegnersi, riuscendo nella difficile impresa di irritare il pubblico per via della combinazione di recitazioni spesso inaccettabili e di dialoghi alieni all’intelligenza (e talvolta degni dei sottotitoli per i non dialettologi). Se si voleva far poesia della neghittosa prosaicità della piccola borghesia d’una piccola provincia, s’è dimenticato che per creare un grande film non basta la (buona) tecnica d’un giovane regista e il supporto di una (ottima) colonna sonora: serve una storia (non un incidente) da raccontare, e una sceneggiatura adeguata. Il cinema che ripudia la letteratura è buon vino annacquato. In tempi di carestia di idee, questa brodaglia è apparsa addirittura decorosa a qualche critico. Altri si sono spellati le mani. Mi unisco, con convinzione, ai fischi della minoranza. Con rammarico: perché Edoardo Winspeare è, m’assicurano fidati cinefili, una autentica speranza. Onestà intellettuale impone rigore nel giudizio: opera molto mediocre.
Lankelot Franchi, settembre 2003. Prima pubb: lankelot.com
Regia: Edoardo Winspeare. Soggetto: Giorgia Cecere. Sceneggiatura: Giorgia Cecere, Pierpaolo Pirone. Direttore della fotografia: Paolo Carnera. Montaggio: Luca Benedetti. Interpreti principali: Claudio D’Agostino, Carlo Bruni, Anna Ferruzzo, Stefania Casciaro, Angelo Gamarro, Rosario Sambito, Luca Cirasola, Frank Crudele, Cosimo Cinieri. Musica originale: Cinzia Marzo, Donatello Pisanello. Produzione: Maurizio Tini. Origine: Italia, 2003. Durata: 93 minuti.
Commenti
Edoardo Winspeare è, m?assicurano fidati cinefili, una autentica speranza. > cfr. opere precedenti.