Berlino è divisa come il nostro mondo, è scissa come il nostro tempo, è separata come lo sono uomini e donne, giovani e anziani, poveri e ricchi, è frantumata come ciascuna nostra esperienza. [...] La mia storia parla di Berlino non perché sia ambientata qui, ma semplicemente perché non potrebbe essere ambientata in nessun altrove. Il film si intitolerà: IL CIELO SOPRA BERLINO, essendo il cielo, oltre al passato ovviamente, l’unico elemento comune alle due città contenute in questa città. Quasi a dire: «Solo il cielo sa... se ci sarà un futuro comune a entrambe»
(Descrizione di un film indescrivibile - Dal primo treatment per Il cielo sopra Berlino. Spagnoletti - Töteberg, 1989 : 146, 147).
Wenders torna a casa, torna nella sua Germania per realizzare un’opera in grado di rendere onore ad una città offesa dalla Storia; e il suo occhio di vetro cattura immagini di vita e di morte, attraversa con studiata lentezza le ferite ancora aperte di una guerra che Berlino si trascinerà addosso ben oltre la fine del conflitto riportata sui libri di storia. Lì, nello Anhalterbahnhof, durante gli anni Venti, una delle più grandi stazioni ferroviarie d’Europa, in seguito ridotta ad un rudere fatiscente, «non la stazione dove fermano i treni, ma la stazione dove si ferma la stazione». O ancora lungo il confine di cemento, il muro della barbarie che non protegge, ma oltraggia, sgretola, dilania e che il regista trasfigura in porta da calcio servendosi dell’innocenza di ragazzini senza nomi ingenui e semplici al punto da riuscire ad inseguire un pallone anche nella desolazione più assoluta della Berlino mutilata e postbellica, con la macchina da presa a catturare squarci di poesia e ad imprigionare e fondere lo stupore del fanciullo insieme all’orrore dell’Angelo della storia di Walter Benjamin.
Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il lied vom kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?
Gli interrogativi si impastano alle immagini affrontando un quotidiano che s’innalza dalla terra al cielo. Wenders, premio per la regia a Cannes, racconta l’incomunicabilità, la solitudine, il dolore e l’amore attraverso lo sguardo degli angeli che osservano il mondo arroccati sulla Siegessäule, senza tuttavia riuscire ad aver dimensione della magia racchiusa nei piccoli gesti di ogni giorno; senza poter percepire il colore della vita. Damiel e Cassiel, presenze invisibili trapassate da occhi incapaci di catturarle, con i loro taccuini in cui annotare i pensieri più intimi della gente; immersi nei silenzi eloquenti della biblioteca dove Omero, il più anziano tra loro, reca testimonianza col proprio scrivere dell’illustre passato della città e delle sventure che l’hanno afflitta durante la seconda guerra mondiale. Lui, “il solo in grado di raccontare storie che nascono dalla coscienza stessa di chi ascolta, il solo capace di comprendere la Storia più di coloro che partecipano ad essa”.
Il cinema tende la mano alla poesia giungendo alla realizzazione di un film capace, come pochi altri, di racchiudere in sé l’eleganza di più linguaggi artistici. Il regista trae ispirazione dall’ottava delle Elegie duinesi* di Rainer Maria Rilke, nonché da una canzone dei Cure che parla di “fallen angels” trovando addirittura spazio per le contaminazioni con la pittura. Si va dal citato giallo-suicida dei quadri di Van Gogh, alla figura stessa dell’arcangelo Omero nata dalla suggestione di un quadro, appeso sulla parete davanti alla macchina da scrivere di Handke, una riproduzione dell’Omero di Rembrandt: nella quale un vecchio seduto sta parlando originariamente rivolgendosi ad un discepolo che in seguito, essendo il dipinto stato diviso in due parti, scompare col narratore che, separato dal suo ascoltatore, parla da solo. Non manca poi la metafora del circo, simbolo di una civiltà che volge al tramonto e, al suo interno, la figura della “donna angelicata”: la trapezista Marion, persa nel labirinto dei suoi pensieri tra difficili speranze e domande senza risposte “Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?” Anima inchiodata al gelo della sua solitudine. Una solitudine destinata a sciogliersi come neve al sole dell’amore, dando vita alla scena conclusiva, indimenticabile per il suo lirismo, in cui Damiel assiste da terra agli esercizi funambolici della donna, che lievita al di sopra di lui come un angelo, col tempo e lo spazio come dimensioni che tornano a mescolarsi, confondersi e dissolversi, nelle intense suggestioni dell’arte.
Regia: Wim Wenders.
Soggetto: Wim Wenders, Peter Handke.
Sceneggiatura: Wim Wenders, Peter Haneke, Richard Reitinger.
Fotografia: Henri Alekan.
Montaggio: Peter Przygodda.
Interpreti principali: Bruno Ganz, Solveig Dommartin, Otto Sander, Curt Bois, Peter Falk.
Musica: Jürgen Knieper.
Scenografia: Heidi Lüdi.
Origine: Germania/Francia, 1987.
Durata: 127 minuti.
Titolo originale: “Der Himmel über Berlin”.
Approfondimento in rete: sito ufficiale di Wenders.
WENDERS in LANKELOT:
Wenders Wim - Così lontano, così vicino a cura di Benforte
Wenders Wim - Il cielo sopra Berlino a cura di Migliore
Wenders Wim - Il cielo sopra Berlino a cura di Benforte
* Ottava elegia duinese, 1912
"Con tutti gli occhi la creatura vede
l’aperto. Soltanto i nostri occhi sono
volti all’indentro e posti a mo’ di trappole
tutt’intorno, chiudono il loro libero accesso.
Cosa ci sia là fuori, lo sappiamo soltanto
dal viso delle bestie; noi il bambinetto già
lo facciamo voltare perché veda dietro a sé
l’ordine e non l’aperto, che è così profondo nel volto delle bestie
[... ] Non c’è mai per noi, neanche un sol giorno,
il puro spazio là davanti [....] Sempre c’è mondo,
e mai quel non luogo senza negazioni: il puro, l’insorvegliato elemento..."
Angela Migliore, gennaio 2005.
originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Ultima delle mie oldies.
Dal 2007 solo pagine nuove, sperando di riuscire a scriverne ;)
"Gli interrogativi si impastano alle immagini affrontando un quotidiano che s?innalza dalla terra al cielo. Wenders, premio per la regia a Cannes, racconta l?incomunicabilità, la solitudine, il dolore e l?amore attraverso lo sguardo degli angeli che osservano il mondo arroccati sulla Siegessäule, senza tuttavia riuscire ad aver dimensione della magia racchiusa nei piccoli gesti di ogni giorno; senza poter percepire il colore della vita".
Un film intenso, splendido, a mio modo vedere il migliore di Wenders. Se non l'avete visto ve lo consiglio vivamente.
"Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il lied vom kindsein di Peter Handke recitato sin dall?apertura e poi, in frammenti, nel corso dell?intera pellicola..."
Il lirismo della tua recensione e quello mai artefatto di questo film è una poesia sussurrata all'orecchio dello spettatore.
Grazie, Angela.
Raffaella
Film assoluto e decisivo. Una rivelazione di lucentezza. Mi infastidì il dialogo finale, dell'incontro, forse un po' troppo allungato. Wenders magnifico. Visto successivamente il suo "Fino ai confini del mondo" e rimasto raggelato. Questo cielo è il suo migliore.
una citazione anche per Nick Cave, che compare nel film mentre canta...se non ricordo male, From Her To Eternity...ciao!
Il migliore di Wim. Essenziale come non mai. Splendido.
Nick Cave m'è sfuggito. Del resto non saprei riconoscerlo :(
Grazie per i commenti.
Il tipo col capello lungo che canta nel bar. C'è quel gruppo che suona...ecco, lui! Se puoi, ascoltalo!-) Forse conosci questa canzone:
Where The Wild Roses Grow
They call me The Wild Rose
But my name was Elisa Day
Why they call me it I do not know
For my name was Elisa Day
From the first day I saw her I knew she was the one
She stared in my eyes and smiled
For her lips were the colour of the roses
That grew down the river, all bloody and wild
When he knocked on my door and entered the room
My trembling subsided in his sure embrace
He would be my first man, and with a careful hand
He wiped at the tears that ran down my face
[...]
cantata in duetto con Kilye Minogue, anni fa...
Gran bel pezzo, quel duetto...
(Nick Cave non può sfuggirci. Mai).