Phyllis Dietrichson è il prototipo della dark lady. Con l’astuzia di una risposta allusiva e con la tracotanza del suo erotismo, irretisce. Quando rivela di sentirsi tenuta al guinzaglio da un marito brutale, che non di rado la maltratta, intenerisce. Appena trapelano i suoi sordidi piani, e prorompe lampante la sua perfidia, spaventa. Nella Fiamma del peccato (“Double Indemnity”, B. Wilder, 1944), è una strepitosa Barbara Stanwyck a darle corpo; e a fondare, esemplarmente, canoni e stili della figura femminile nel film Noir.
La crudeltà della donna è il motore primo del racconto, come nel romanzo di James M. Cain, così nella sceneggiatura che Billy Wilder e Raymond Chandler ne hanno tratto. Phyllis comincia col sedurre Walter Neff (un simpatico Fred MacMurray), l’ordinario assicuratore che le capita in casa per il rinnovo di una polizza scaduta. Subito, fin dalle presentazioni, lo sprofonda in una pungente tensione sessuale: è coperta solo da un asciugamano quando lo riceve; poi, da ricomposta, esibisce la catenella alla caviglia rimasta celebre. Già da ora, la storia suggerisce la resa di Neff; e promuove, in fondo, l’identificazione in lui di tutto il pubblico maschile. A Phyllis non si può resistere: è attraente («Non riuscivo a togliermi dalla mente le sue caviglie», ricorda Neff), e sbandiera un disperato bisogno di essere salvata. Suo marito non le racconta niente, la obbliga fra le mura di casa, e le sere passano silenziose «a fare la calza».
Naturalmente, c’è ben poco di spontaneo in queste affrettate confessioni. Lei non è fragile, ma così si finge. Punta a dar di sé una immagine duplice, di brusche accelerazioni e improvvise frenate, a metà fra l’aggressività erotica e il bisogno di protezione. Disorientare l’uomo è il suo scopo, imbastendo un miraggio di assertiva disponibilità sessuale, che alletta ma confonde, e alternandolo poi con un atteggiamento di remissiva debolezza, che solletica istinti paterni e rassicura. Malgrado sia una implicazione scontata, forse merita ricordare che Phyllis non esprime alcunché di genuino sulle donne nella Holywood degli anni Quaranta, tantomeno sulle donne americane di quegli anni, per non parlare delle donne in generale. Phyllis è fittizia, e ha a che fare più con la mascolinità che con la femminilità: è creatura della mente di un uomo, concentrato di aspettative e paure di un immaginario maschile individuale. Al più, la si può considerare interessante perché rivelatrice di un atteggiamento psicologico, abbastanza diffuso in un dato ambiente: Hollywood; in un dato tempo: la metà degli anni Quaranta; e afferente al punto di vista di un sesso sull’altro: del maschile sul femminile.
Annotazioni di metodo a parte, Neff rotola nella tela di Phyllis quasi senza accorgersene. Il piano è di far fuori il marito, incassando i soldi della sua assicurazione. Purtroppo lui non ha una polizza sulla vita, e neppure è intenzionato a stipularla. Neff, allora, lo convince a rinnovare il contratto assicurativo dell’automobile, accampando la necessità burocratica di una firma aggiuntiva: in realtà, quella che sigla l’assicurazione sulla vita agognata dai due complici. Il contratto registrato all’insaputa di Mr. Dietrichson, inoltre, prevede un doppio indennizzo (la double indemnity del titolo) qualora il decesso avvenga in circostanze improbabili: ad esempio, durante un viaggio in treno. La strada che porterà a compimento il progetto perpetrato da Phyllis e Neff, è tortuosa e cervellotica; alla fine vi farà luce, con rigoroso raziocinio, un collega di Neff, Barton Keyes (l’eccellente Edward G. Robinson), che smonterà pezzo per pezzo il congegno criminale.
È proprio a Keyes che la storia viene narrata da Neff, in retrospettiva, a partire da un incipit leggendario che anticipa agli spettatori il finale della storia («L’ho fatto per i soldi e per una donna. Non ho avuto né i soldi né la donna»), pur mantenendone intatta la forza seduttiva. Conforme allo stile del Noir, “Double Indemnity” avvince per l’aria di fatalità che spira sugli eventi: non alimenta la suspense man mano che li racconta, e non sfida gli spettatori in un agone deduttivo, come pretende invece il Giallo. Se poi sia difficile definire il Noir, certo che “Double Indemnity” ne è una lezione piuttosto esauriente. In magnifico ordine, tutte le componenti classiche sono disposte da Wilder: oltre alla costruzione in flashback, l’origine da un romanzo hard boiled, l’opprimente fotografia in bianco e nero, l’asfissia delle inquadrature. Ogni cosa è tenuta insieme, infine, dalla pervicace malvagità di una donna maledetta: che qui ha lo sguardo caldo e fanatico di un’indimenticabile Barbara Stanwick.
Regia: Billy Wilder.
Tratto da un romanzo di: James M. Cain.
Sceneggiatura: Billy Wilder, Raymond Chandler.
Direttore della fotografia: John F. Seitz.
Montaggio: Doane Harrison.
Interpreti principali: Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward G. Robinson, Porter Hall, Jeane Heather.
Musica originale: Cesar Franck, Miklos Rozsa.
Produzione: Paramount Pictures.
Origine: Usa, 1944.
Durata: 107 minuti.
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Commenti
"In magnifico ordine, tutte le componenti classiche sono disposte da Wilder: oltre alla costruzione in flashback, l?origine da un romanzo hard boiled, l?opprimente fotografia in bianco e nero, l?asfissia delle inquadrature"
> Perfetto:). Questi elementi classici mi mancavano. Danke Buck. Abbiamo ben tre pezzi su Wilder, grazie a te e a Luca.
"La crudeltà della donna è il motore primo del racconto, come nel romanzo di James M. Cain, così nella sceneggiatura che Billy Wilder e Raymond Chandler ne hanno tratto."
> Annoto a latere che il romanzo di Cain ci manca:)