Weir Peter

Master and Commander

Autore: 
Weir Peter

TANTA VOGLIA DI MENARE LE MANI

Tracimante ed esasperata retorica patriottarda, degradante e avvilente culto dell’onore, bieco nazionalismo, panegirico del cameratismo, istigazione all’odio fra i popoli: ecco i profondi e condivisibilissimi significati veicolati dalla nuova fatica (è il caso di dirlo) di Peter Weir. Protagonista è qui la già apprezzata coppia Crowe-Bettany (“A Beautiful mind”): il primo in una delle sue migliori performances monofacciali; il secondo le con inedite fattezze di un Philip Seymour Hoffmann geneticamente modificato (e ingentilito).
 
Gli effetti speciali, manco a dirlo, sono quanto di più sfarzoso si sia visto nel genere in tempi recenti. Il loro utilizzo nelle tempeste e nelle battaglie navali – va riconosciuto – è puntuale e sobrio, finalizzato al racconto, non sfacciatamente ostentato. Intenzione di Weir, infatti, è stata quella di offrire una ricostruzione d’ambiente fondata sui canoni della verosimiglianza, senza cedere a vene gratuitamente spettacolaristiche. Così, come mai prima d’ora, si ha la possibilità di vivere sulla propria pelle tutta l’asprezza della quotidianità di bordo di inizio Ottocento.
 
1805. Uno spettro si aggira per l’Europa. Non si tratta del movimento operaio, ancora in fasce, ma dell’ombra di un piccolo e aggressivo corso, pervicacemente animato dall’ambizione di far sua tutta l’Europa: Napoleon! Desideroso di ostacolare i lucrosi commerci della Corona inglese in America latina, costui arma una flotta potente e rapida, la cui punta di diamante è la fregata chiamata Acheron che semina il terrore (inglese) fra i sette mari.
 
In qualità di Master and Commander del vascello Surprise, il britannico Jack “Lucky” Aubrey (Crowe) veleggia nel Mar dei Caraibi con una precisa missione: raggiungere, catturare o distruggere l’Acheron. Lucky è intrepido, determinato e pieno di ardimento: ex-allievo dell’Ammiraglio Nelson, vive all’insegna del seek and destroy suddetto. A tale genuina norma, ovviamente, si industria ad educare il suo equipaggio, fra cui, oltre alla consueta marmaglia della più bassa risma, si annidano irritanti rampolli-lattanti della buona aristocrazia wasp che a bordo della Surprise attendono a una dura scuola-ufficiali (in pratica giocano al Piccolo Ammiraglio). E pur tuttavia, è da principio l’Acheron ad attaccar briga e suonarle alla british-fregata: prima vittima a tirar le cuoia è la valorosa polena, presto riparata dalle abili mani di un mozzo negletto. Il bilancio del rendez-vous, come avranno commentato i francesi, è dunque di nove morti, una polena e un braccio di lattante a zero.
 
Aubrey è comprensibilmente risentito e, da questo momento in poi, della battaglia contro l’Acheron fa una questione personale. Insegue, dispone, costeggia le Galapagos, infiamma i suoi uomini, si ubriaca cotidie e in ultimo riesce a gabbare i mangia-ranocchie napoleonici. Nella memorabile concione prima dell’assalto decisivo, determinante risulta l’appello ai prodi marinai britannici perché evitino che i loro discendenti possano un giorno intonare la Marsigliese: “Questa nave è l’Inghilterra!”, tuona Aubrey (Hepburn?).
 
Nell’attesa dello scontro fatidico, il buon Master inganna il tempo (oltre che col grog) con ludiche serate passate a strimpellare il violino in compagnia del suo fedele amichetto Stephen Maturin (Bettany), allegro chirurgo di bordo che fra un’amputazione e l’altra si dedica all’inventariato naturalista delle specie ancora non catalogate abitanti l’arcipelago delle Galapagos. L’irlandese Maturin detesta altra autorità che non sia il bisturi, è riservato e tendenzialmente pacifista: il che ne fa un perfetto contrario del compagno Aubrey, viceversa ligio al moschetto, cultore dell’ordine, dell’obbedienza e della disciplina, nonché fautore di una ragionevole applicazione della logica della repressione. In più di un dialogo, Maturin cerca di distogliere l’amico dalla sua furia militarista (ergo omicida) ma purtroppo, in primis per i mangia-lumache giacobini, del tutto invano. E in questo modo, tanto per gradire, si dà lustro alla metafora di una scienza attaccata al carro della guerra, dipendente dalle progettualità belliche degli stati-nazione.
 
C’è tempo per il rinnovarsi delle tradizionali scaramanzie e maledizioni di bordo. Un nefasto apprendista ufficiale, novello Giona, viene addirittura indotto al suicidio perché sobillato, e al fine convinto, dalle grattate in cui si produce l’intero equipaggio al suo solo apparire. A lui, simbolo di ogni resistenza (seppure involontaria) al sistema, indomito spirito antiguerrafondaio non può che andare la nostra solidarietà. Non manca, infine, l’apparizione dell’albatro: nulla a che fare con Coleridge, semmai con le malsane pulsioni zoofile di Maturin, bird-watcher ante litteram che paga la sua morbosa curiosità con un bel po’ di piombo giusto sotto il costato.
 
Secondo il più collaudato stilema della filmografia militarista di ogni tempo e nazione, il nemico, nella fattispecie l’infido mangia-baguette rivoluzionario, non viene mai raffigurato in volto: questo al fine di disumanizzarlo, renderlo perfetto oggetto di odio senza far affiorare resistenze e scrupoli in chi ha il compito di ucciderlo. E non illuda la fuggevole apparizione nelle ultime scene di un nemico simulatore e menzognero, che tradisce gli obblighi del vinto: si tratta semplicemente di una pleonastica, quanto inevitabile, epifania del male. Fra le altre cose nel romanzo originale di Patrick O’ Brian, autore di una serie di più di venti volumi sull’argomento, la nave rivale era di bandiera spagnola, qui tramutata magicamente in francese forse in onore del premiato asse Bush-Blair.
 
Quanto all’australiano (ed ex-colono) Weir: al di là dell’indubbia capacità registica, sorprende che dalla tempesta artificiale di “Truman Show”, dall’antimilitarismo di “Gallipoli” e dal buonismo (in senso… buono) di “Dead Poets Society”, si sia scivolati in questo vieto tifone sciovinista che avalla, e rinfocola fino a normalizzarli, l’omicidio, la strage e il più rude bellicismo. Inaccettabile è il significato trasposto, odiosi il panegirico militarista e la sinistra fascinazione con cui si guarda alla carneficina bellica. Da salvare la notevole ricostruzione, l’elegante colonna sonora (incongue schitarrate di viola e violino a parte) e l’interpretazione di Bettany-Hoffman.
 

Regia: Peter Weir.

Tratto da un romanzo di: Patrick O’ Brian.

Sceneggiatura: John Collee, Peter Weir.

Direttore della fotografia: Russell Boyd.

Montaggio: Lee Smith.

Interpreti principali: Russell Crowe, Paul Bettany, Edward Woodall, James D’Arcy, Chris Larkin.

Musica originale: Iva Davies, Richard Tognetti, Christopher Gordon.

Produzione: Miramax Films/Universal/20th Century Fox.

Origine: Usa, 2003.

Durata: 140 minuti.

 

WEIR in LANKELOT:
Weir Peter - Dead Poets Society (L'attimo fuggente) di drago
Weir Peter - Master and Commander (by Franchi & Karlsen) di drago
Weir Peter - The Truman Show di drago

 

Lankelot-Karlsen, dicembre 2003. Già pubblicato su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8007038052966

Commenti

Mi è stato detto che ho collaborato a questa recensione ma non ricordo nulla. Sarò stato chiaramente traviato da Franchi, perché mi trovo a tre anni di distanza dalla pubblicazione originale a dover rinnegare tutto quello che ho scritto qui, mozzo negletto compreso.

Master and Commander è un grandissimo film.

(allora servirà una nuova lettura, Buck:). Ricordo bene la storia del mozzo negletto. Eri ispiratissimo)
(non dimenticare di aggiornare la tua scheda! Tutte le nuove pubblicazioni & collaborazioni. Mi raccomando)

Non il miglior Weir, un po' tedioso in alcuni frangenti, ancorchè visivamente interessante. Sciovinista? mah, non sò, quando l'ho visto non mi è saltato all'occhio, piuttosto ricordo un finale un po' approssimativo e un film costruito quasi interamente su Crowe.

Riguardalo e ne riparliamo, Federico.

"Gli effetti speciali, manco a dirlo, sono quanto di più sfarzoso si sia visto nel genere in tempi recenti. Il loro utilizzo nelle tempeste e nelle battaglie navali ? va riconosciuto ? è puntuale e sobrio, finalizzato al racconto, non sfacciatamente ostentato. Intenzione di Weir, infatti, è stata quella di offrire una ricostruzione d?ambiente fondata sui canoni della verosimiglianza, senza cedere a vene gratuitamente spettacolaristiche. Così, come mai prima d?ora, si ha la possibilità di vivere sulla propria pelle tutta l?asprezza della quotidianità di bordo di inizio Ottocento."
Ecco, questo è l'aspetto più interessante del film, per il resto non è granché. Io rimasi letteralmente scoccata dai metodi pseudoeducativi dei ragazzini futuri-ammiragli o comandanti e da quella scena in cui segano il braccio al bimbetto e lui non piange neppure, per mostrarsi uomo. Terrificante.
*
Per PK e Gf: Quanto alla visione del film e alla rec. concedetemi un OT per rinfrescarvi la memoria, carissimi. Lo vedemmo sia io che voi nel dicembre 2003 pochissimi giorni prima di conoscerci a Venezia. Ricordo che ne parlammo e poi, a pochi giorni di distanza, uscirono le rec (ne esiste anche una mia nel vecchio lanke infatti), la vostra molto più stroncante della mia. Io rimasi più "morbida" pur non trovandolo appunto un gran film. Da sempre io incarno la "memoria storica" nelle amicizie! :-)

(beh, il Karlsen ha cambiato idea, io no;) )

Vado pochissimo al cinema, ma questo scelsi di vederlo. Scelsi di "rincontrare" Peter Weier, la firma in calce al film che custodisco con maggior trasporto tra i miei ricordi di celluloide, ma sulla Surprise il tempo sembrò dilatarsi in una irritante immobilità smarrendo la poesia di quell?Attimo fuggente così vivido nella mia memoria.
I fotogrammi si inseguivano con lentezza studiata mentre la corvetta della marina inglese, sotto la guida del capitano Jack Aubrey, si dava all?inseguimento della fregata napoleonica Acheron e l?occhio del regista rimbalzava tra i ponti presi di mira dai cannoni francesi fino a sprofondare sottocoperta tra i feriti per poi nascondersi infine, nell?abbraccio accogliente e salvifico della nebbia.
Il mare, la ciurma, Lucky Jack: protagonisti di una pellicola che sa offrire immagini di rara bellezza, senza tuttavia dimostrarsi capace di raccontare una vera storia, una storia in grado di riempire i 138 minuti complessivi riuscendo ad andare oltre il tema principale, dando spessore a personaggi, invece soltanto abbozzati ed intessendo attorno all?ossessione per la vittoria da parte del capitano un intreccio realmente significativo.
Piacevoli alcuni dei brevi dialoghi tra Crowe ed il medico di bordo, ma l?impressione è quella che ci si trovi dinanzi ad una sceneggiatura con ogni probabilità sacrificata a vantaggio di un possibile seguito e dunque troppo scarna, priva della forza necessaria a fare del romanzo "Ai confini del mare" di Patrick O'Brian, un film degno di essere ricordato

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