Una critica snob e in malafede ha lavorato di gran lena, nell’ultimo decennio, per stendere una patina di oltraggioso oblio sopra Dead Poets Society. Per accorgersene, basta dare un’occhiata ai vari sedicenti dizionari dei film oggi tanto in voga; saltabeccare fra i siti (pochi) di critica seria presenti in rete; o cosa assai più divertente, andare a rileggersi le recensioni che salutarono con toni entusiastici il film alla sua uscita, redatte dalle stesse firme che oggi gli riservano una tanto sovrana, e curiosamente retroattiva, sufficienza.
Cosa è accaduto? Molto semplice: questa grande opera, penetrante nel soggetto e di gran fattura nella confezione, è piaciuta troppo al pubblico. Ha mietuto troppi fan. È come se avesse dovuto per forza, macchiatasi del favore del grezzo volgo, perdere quello di una critica così insicura di sé da doversene distanziare. Spesso, ma non sempre: si guarda bene dal farlo quando gli interessi e i nomi in gioco sono fortissimi. Guai a rilevare la generale inutilità di Tarantino, per un esempio fra i vari. Il fatto è che lo scontro reale, come sempre, si consuma sul terreno dell’intelligenza dell’opera. Nessuno, nella pienezza delle sue facoltà razionali, direbbe che Kill Bill è strutturato intorno a un soggetto intelligente. È solo girato con cinico virtuosismo, è splatter e va di moda. Punto. Pubblico e critica possono così muggire il loro consenso all’unisono. Quando l’intelligenza non è fra gli elementi disputabili di un’opera, perché evidentemente assente agli occhi di tutti, è lecito l’accordo. Quando invece lo è, come nel caso de L’Attimo fuggente, allora le cose si complicano: perché l’intelligenza e la sua individuazione devono rimanere prerogativa della critica ufficiale.
Il recensore di Lankelot.eu, sito campione della critica laterale, per fortuna ha sgombra la mente abbastanza per divincolarsi dalle nebbie dell’omologazione. Perciò, non ha tema di riconoscere in Dead Poets Society un immortale monumento alla libertà di pensiero, alla resistenza contro la grettezza di ogni conformismo e all’amore per la letteratura e la poesia.
La giurisprudenza e l’economia sono cose certo necessarie nella vita di ogni giorno. Ma la poesia, e cioè la massima sede dell’espressione individuale, è ciò che ci fa tenere in vita. Ciò che non spegne il nostro pensiero e ravviva i nostri sogni, ciò che ci invita a contribuire con un verso personale al portentoso spettacolo dell’esistenza. Con queste parole, le ultime delle quali parafrasate da Walt Whitman, il prof. Keating rende consapevole di sé la giovinezza furiosa di un gruppo di ragazzi che nel 1959 frequentano una classe del prestigioso collegio Welton, negli Stati Uniti. E allo stesso tempo, oggi più di allora, rammenta a tutti noi la cruciale importanza di valori miseramente considerati obsoleti da parte di una società votata all’efficientismo acefalo, genuflessa al dio unico del marketing, in definitiva lanciata verso il proprio collasso morale.
Anzi, è possibile leggere il messaggio di Keating da una doppia prospettiva storica. E forse, in fin dei conti, non si tratta neppure troppo di una forzatura. La prima prospettiva è quella del 1959, l’anno in cui si svolge la storia scritta da Tom Schulman. L’altra, di trent’anni dopo, è quella del 1989, l’anno in cui il film è stato realizzato. In entrambe, tale messaggio risuonava come un appello all’America affinché assolvesse responsabilmente al ruolo di nazione-guida del mondo.
Nel 1959 gli Stati Uniti si trovavano coinvolti negli strascichi interminabili della guerra fredda. Keating esorta i ragazzi di Welton, futuri membri della classe dirigente statunitense, a pensare con la propria testa, a sviluppare e a esercitare con tenacia il loro senso critico: ed è come se li mettesse in guardia dalle retoriche militariste, allora smerciate a man bassa dall’Amministrazione di Eisenhower, e dal fanatismo anticomunista che negli anni cinquanta aveva toccato l’acme. Non cadete preda di alcuna propaganda, dice Keating, non esiste dicotomia così netta fra bene e male.
Nel 1989, la sorte dell’impero sovietico era segnata. È l’anno della caduta del muro di Berlino. Nel giro di due anni l’Urss si sarebbe dissolta e sarebbe evaporata qualsiasi minaccia comunista. Prende avvio la più stretta contemporaneità. Gli Stati Uniti giganteggiano da soli nel mondo: da quel momento, è palese che nessuno ha più i mezzi per ledere la loro assoluta posizione di leadership. Il film di Weir si assume l’impegno di chiamare a raccolta i sentimenti nobili della società americana, appena prosciugata di ogni afflato solidaristico dagli otto anni di presidenza Reagan. Quella di Keating si inquadra cioè come una disperata invocazione,tesa a restituire respiro morale a una società uscita lacerata dall’esperimento neoliberista, che si apprestava a governare il mondo proprio ora che si era drammaticamente impoverita dal punto di vista etico. Bisogna voltare pagina, dice il professore di letteratura al pubblico americano, e affrontare con saggezza il nuovo corso della nostra storia.
Non serve dire che le splendide parole di John Keating sono rimaste inascoltate.
Passiamo alla trama. Il collegio maschile di Welton si vanta di reggersi sui valori della tradizione, della disciplina, dell’onore (immancabile) e dell’eccellenza. È un microcosmo rigido che si prefigge il compito di perpetuare un macrocosmo altrettanto rigido. Ogni sistema sociale, per sopravviere e tramandarsi uguale nel tempo, ha bisogno di una grande compattezza ideologica. Deve fondarsi sulla ripetizione di se stesso, conservare gli elementi di sé che giudica salienti e metabolizzare il mutamento, che comunque c’è sempre: tradurlo in un codice in grado di farlo apparire innocuo, conforme al linguaggio della tradizione. Non ammette quindi strappi bruschi, nei comportamenti come nelle opinioni collettive, i quali potrebbero minarne la solidità interna. In altre parole, produce e si alimenta di conformismo.
I quattro valori che Welton inculca ai suoi ragazzi rispondono allo scopo. È una macchina finalizzata alla stabilità e all’ordine, che mira a formare sempre nuovi ingranaggi: la classe dirigente, gliobbedienti servitori del sistema. Il carattere individuale della persona viene così completamente sacrificato. Perfino la poesia viene decifrata all’interno di precisi parametri, atti a neutralizzarne la carica individuale e libertaria, giudicata sovversiva. L’introduzione del manuale di letteratura adottato a Welton è l’esplicita teorizzazione di questo punto di vista.
Come prima cosa, il nuovo docente fa strappare ai suoi allievi tutte le pagine dell’introduzione. Sono escrementi, dice. I sentimenti e la poesia non si possono pesare a un tanto al chilo. È un primo chiaro invito alla ribellione. Ai ragazzi non sembra vero. Con Keating (Williams) scoprono un mondo inesplorato, che innanzitutto è il mondo della loro personalità interiore, della loro individualità. Perché il professore insegna loro un valore, di fronte alla cui verità i pilastri divulgati da Welton si sbriciolano impietosamente: quello irripetibile dell’esistenza. Si vive una volta sola, ragazzi, fate in modo di non accorgervi in punto di morte di non aver mai vissuto: cogliete l’attimo, carpe diem.
Sono quattro, in particolare, gli studenti che restano più affascinati dal verbo di Keating: il sensibile Neil (Leonard), il volitivo Knox (Charles), il timido Todd (Hawke) e il carismatico Charlie (Hansen). Soprattutto su Neil, quel magistero sortirà effetti incontrollabili. Per lui, con la passione per il teatro ma con un padre ottusamente severo, il conflitto fra le aspirazioni individuali e le pretese del sistema assumerà contorni tragici e resterà insanato.
Dieci anni dopo, le contestazioni studentesche avrebbero dominato le università d’America e d’Europa.
I precisi quadri di Weir dànno bene l’idea della realtà costrittiva del collegio. Il professore sprona gli studenti a guardare le cose da molteplici prospettive, e appunto nella scena del congedo finale significativamente Weir li fa salire in piedi sui banchi, fa loro spezzare le inquadrature che restano fisse ad altezza d’uomo, producendo un senso liberatorio di rottura e rivoluzione.
L’opera, come si è detto, si avvale di un soggetto potente e coraggioso, scritto da Schulman (“Tutte le manie di Bob”) anche in fase di sceneggiatura, che si è aggiudicato un Oscar sacrosanto. La fotografia di John Seale regala atmosfere suggestive di paesaggi ora notturni, ora nebbiosi, ora innevati. La colonnasonora di Jarre risente un po’ di sonorità elettroniche prettamente stile anni Ottanta, ma è forte di un tema principale ispirato e toccante. Infine, la recitazione del cast è complessivamente eccellente: Williams dà fattezze e cuore al paradigma dell’insegnante umano e anticonformista, e i giovani sono scelti bene e non sfigurano mai. Fra loro, la carriera di certo più brillante è toccata a Ethan Hawke; Sean Leonard e Charles godono di una certa notorietà in patria; mentre Gale Hansen, dopo questo indimenticabile Charlie-Nwanda, è sparito in pratica dalla circolazione.
Regia: Peter Weir.
Soggetto e sceneggiatura: Tom Schulman.
Direttore della fotografia: John Seale.
Montaggio: William M. Anderson, Priscilla Nedd, Lee Smith.
Interpreti principali: Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke, Josh Charles, Gale Hansen.
Musica originale: Maurice Jarre.
Produzione: Buena Vista, Silver Screen Partners IV, Touchstone Pictures.
Origine: Usa, 1989.
Durata: 128 minuti.
Pk, gennaio 2004
Commenti
Mi scaldo i polsini e la rileggo subito, tutta d'un fiato. Era stata nominata di fresco, in calce al pezzo su Jeunet...
"questa grande opera, penetrante nel soggetto e di gran fattura nella confezione, è piaciuta troppo al pubblico. Ha mietuto troppi fan. È come se avesse dovuto per forza, macchiatasi del favore del grezzo volgo, perdere quello di una critica così insicura di sé da doversene distanziare. "
> ecco, incrociamo i commenti e i giudizi (cfr. Jeunet).
La tua interpretazione di DPS, più passano gli anni, più mi convince e mi ricorda la nostra infanzia. E non solo: parla parecchio dello spirito del nostro tempo, e di certe attitudini della critica...
Gavevo visto, mulona.
"Pubblico e critica possono così muggire il loro consenso all?unisono. Quando l?intelligenza non è fra gli elementi disputabili di un?opera, perché evidentemente assente agli occhi di tutti, è lecito l?accordo. Quando invece lo è, come nel caso de L?Attimo fuggente, allora le cose si complicano: perché l?intelligenza e la sua individuazione devono rimanere prerogativa della critica ufficiale".
Ah, ecco. Micidiale. Questo frammento è un'arma.
3. ti te sa che mi son cussì lenta, me piasi cussì...
"Il recensore di Lankelot.eu, sito campione della critica laterale, per fortuna ha sgombra la mente abbastanza per divincolarsi dalle nebbie dell?omologazione"
Ecco un piccolo manifesto.
(Mmmcosss? uoooossssiiii....)
"immortale monumento alla libertà di pensiero, alla resistenza contro la grettezza di ogni conformismo e all?amore per la letteratura e la poesia".
> ecco la Quarta per la prossima edizione di Dead Poets.
MMMMCOOOOSSSSSSSSSSS???!!! Grande Eliana.
"L?opera, come si è detto, si avvale di un soggetto potente e coraggioso, scritto da Schulman (?Tutte le manie di Bob?) anche in fase di sceneggiatura, che si è aggiudicato un Oscar sacrosanto. La fotografia di John Seale regala atmosfere suggestive di paesaggi ora notturni, ora nebbiosi, ora innevati."
> Dovremmo riscoprire Schulman. Nwanda è effettivamente perduto.
Questo scritto è un masterpiece d'antan, ma invecchiando sta mantenendo lo stesso smalto. Ha una rabbia e una chiarezza brucianti. E ha un respiro organico, universale. Gronde.
E' una recensione bella. Bella e basta. E grazie di non aver insistito troppo sui meccanismi che stanno dietro al film (sarebbe come descrivere il materiale della legatura di un libro: interessante, ma poi io il libro lo LEGGO; allo stesso modo io il film lo GUARDO).
***
Un ricordo: corridoi dell'Università, credo prima della lezione di Letteratura latina medievale (o era Tradizione manoscritta?). Ultimo sorso di caffè, siamo quattro gatti e occorre entrare in aula in orario. S. mi dice che è andata a vedere "L'attimo fuggente" al cinema, quel finesettimana, con il suo ragazzo.
Hm, faccio, com'è? Se ne parla tanto. Lei mi dice solo Vai a vederlo. E scompare. Ma il suo sguardo mi ha convinta e devo dire che è uno dei pochissimi film che riesco a vedere mille volte senza stancarmi.
"Ma la poesia, e cioè la massima sede dell?espressione individuale, è ciò che ci fa tenere in vita. Ciò che non spegne il nostro pensiero e ravviva i nostri sogni, ciò che ci invita a contribuire con un verso personale al portentoso spettacolo dell?esistenza."
Che sia sempre così...