Warhol Andy, Morrissey Paul

Chelsea girl

Autore: 
Warhol Andy, Morrissey Paul
 
 
Il cinema è il traguardo di tutte le arti: il suo elemento più innovativo è il fattore spazio-temporale.
Il tempo, Andy Warhol opera su questo per risaltarlo, renderlo visibile, talvolta insopportabile. Così come Clouzot nel suo Il mistero Picasso (Le mystère Picasso, 1955) filmava l’arte nel suo farsi, riprendendo il maestro mentre dipingeva, così Warhol viviseziona il cinema, osservando da vicino tutti gli elementi che lo compongono, pezzo per pezzo, frammento per frammento.
 
Il film si svolge in due parti, così come lo schermo che si presenta diviso in due, dove scorrono immagini il cui audio si alterna, presentando storie quotidiane, con attori della Factory.
In entrambi i quadri si susseguono filmati di circa 30 minuti, con titolo ciascuno, senza una trama prestabilita, a volte completamente muti, in bianconero o a colori.
Si succedono episodi diluiti, affidati al caso, alcune volte col procedere dei fotogrammi si va costruendosi un senso, un evento drammatico, che svanisce o esplode in episodi al limite tra il reale e l’artificiale.
 
Si comincia con lo schermo destro: Nico in cucina. L’audio presterà attenzione ai dialoghi sin quando non balzerà al riquadro sinistro dove Papa Ondine confessa una lussuriosa ragazza. Per tutto il film si svolgono per lo più pianisequenza resi dinamici da zoomate ritmate, qualche volta impazzite: in un episodio una donna frusta la coperta di un letto, lo zoom salta avanti e indietro per rendere iperdinamico la violenza dell’atto; quando Papa Ondine avrà una colluttazione con un’attrice sfortunata, le immagini si nasconderanno nel buio della stanza come impaurite dalla clamorosa sfuriata dell’attore drogato. 
 
 
ELEMENTI AUDIOVISIVI
L’audio nella prima parte del film è costituito totalmente dal parlato. È anche quasi completamente in bianco e nero, tranne che nell’ultimo riquadro a sinistra. L’esposizione e la luce dei due campi sono raramente in sintonia, Nico in cucina presenta un’immagine illuminata, Papa Ondine è quasi interamente al buio. Ad un dialogo statico, Nico parla raramente, a destra ecco un acceso battibecco, ambiguo e un po’ blasfemo, a sinistra.
Nella seconda parte il colore domina quasi quanto il dialogo. Si comincia con “Colored Lights on cast” da un lato e il monologo di un ragazzo dall’altro, quest’ultimo con un volto illuminato da un rosso acceso che sfuma spesso in un blu quasi complementare. Il numero degli episodi adesso diminuisce e anziché corale, come nella prima parte, offre maggior spazio ai monologhi come lo sproloquio di Ed, giovane capellone bisex che filosofeggia sull’essenza del suo corpo e dell’atto sessuale come gesto esclusivamente filantropo. Sconvolgente il già accennato episodio, è il secondo, del Papa Ondine, un quarantenne che dichiara di averne 21, omosessuale e blasfemo che inaugura il suo nuovo ingresso con un’iniezione di un imprecisato narcotico nelle vene. L’improvvisazione è palese: all’inizio l’attore non riesce a parlare, quando l’azione procede, la lucidità l’abbandona e malmena una ragazza insultandola pesantemente. La ragazza esce di campo e la MDP non smette di filmare. Gradualmente l’uomo torna in se e solo negli ultimi minuti del film farà pace con la disgraziata attrice. Questo avviene mentre nello ‘schermo’ di sinistra il sublime volto di Nico è irradiato da luci psichedeliche: il titolo è “Nico crying”, infatti comincia con una lacrima che le attraversa la gota sinistra (come il quadro), ed è l’unico episodio dove il piano sequenza è interrotto da invisibili ellissi temporali.
L’audio è fatto di sole parole, dialoghi che, lenti come le immagini, procedono improvvisati, casuali, vanno formandosi. Dai più incomprensibili e stazionari, presenti spesso nella prima parte, ai più plastici e ricchi di contenuti drammatici come nella Parte II. Audio e video si confrontano, i corpi predominano sulla parola, si impongono e la vincono, accade ad esempio che entrambi gli episodi tacciano, si trasformino in immagine pura, per interminabili minuti al contatto con la materia visiva; la musica si intromette con passo guardingo verso il finale, preceduta dalla voce isterica o annoiata dei personaggi. I movimenti della Macchina da Presa contribuiscono a rendere musicale il visivo, con panoramiche altalenanti, zoomate frenetiche, messe a fuoco provocatorie e riflessive, primi piani di oggetti fuori campo o particolari anti-narrativi. Da segnalare l’effetto della pellicola per alle volte salta, mostrando un frammento di schermo bianco su cui è proiettata. È il simbolo del cinema stesso: ci ricorda che ciò che recepiamo non sono i corpi concreti che si affannano per dimostrarsi tali, ma essi sono impressi su celluloide, malgrado il tentativo di essere più reali del reale, non sono altro che luce: quella stessa luce che li attraversa, che li colora di rossi e verdi, di violetti e arancioni.
 
 
 
 
ELEMENTI SPAZIO TEMPORALI
Tutto si svolge in stanze di un albergo, un non luogo, inteso come zona di passaggio, provvisoria. La certezza è l’elemento che più manca del film. Non si ha una sceneggiatura preparata, se non un canovaccio per dar spunto all’improvvisazione; non si conosce l’epilogo delle storie, alle volte neanche avviene, la fine è segnata dal terminare della pellicola: fine. L’elemento principale, come già annunciato, è quello temporale. Il montaggio è dato esclusivamente dall’accumulo di storie, non di inquadrature. O meglio, le inquadrature ci sono, ma sono piani sequenza e così, come un film a episodi, non si ha una mera unità di base. L’elemento comune è la Factory di Andy Warhol, cui gli attori fanno parte. Lo spazio cinematografico, ossia il limite fra campo e fuori campo è ampiamente discusso, profanato; lo stile si trasforma in anti-stile, in frammentazione che assembli frammenti realistici ottenendo un risultato esclusivamente astratto. Il tempo cinematografico si prolunga, si sdoppia, si ripete in differita, osserva se stesso e si lascia trascinare. Il tempo in Chelsea Girls può far impazzire lo spettatore.
Richiede il suo spazio, riproduce la vita che va consumandosi; nel film c’è anche la ricerca di poter impossessarsi di esso, cucendolo dentro un obbiettivo, tentando di intrappolarlo, di stenderlo come colore su un supporto audiovisivo. Ma il tempo, anche intrappolandolo in un solo fotogramma, non cessa di mutare, e irreversibilmente si trasforma, come natura vuole, dall’effimero presente al rimpianto passato.
 
Regia: Andy Warhol, Paul Morrissey.
Sceneggiatura: Andy Warhol, Roland Tavel.
Fotografia: Andy Warhol.
Interpreti principali: Nico, Mary Woronov, Ondine, Mario Montez, Marie Mencken, Ingrid Superstar.
Musica originale: Velvet Underground.
Produzione: Andy Warhol Factory
Origine: USA, 1966.
Durata: 195 minuti.
Colore: Colore – bn.
 
Approfondimento: The Andy Warhol Museum.
 
 

 
Epicentro, giugno 2004
ISBN/EAN: 
8019547400114

Commenti

Scrivi: "I movimenti della Macchina da Presa contribuiscono a rendere musicale il visivo, con panoramiche altalenanti, zoomate frenetiche, messe a fuoco provocatorie e riflessive, primi piani di oggetti fuori campo o particolari anti-narrativi. Da segnalare lâ??effetto della pellicola che alle volte salta, mostrando un frammento di schermo bianco su cui è proiettata. Ã? il simbolo del cinema stesso: ci ricorda che ciò che recepiamo non sono i corpi concreti che si affannano per dimostrarsi tali, ma essi sono impressi su celluloide, malgrado il tentativo di essere più reali del reale, non sono altro che luce: quella stessa luce che li attraversa, che li colora di rossi e verdi, di violetti e arancioni".
*
Fantastico questo passo.

"Non si ha una sceneggiatura preparata, se non un canovaccio per dar spunto allâ??improvvisazione; non si conosce lâ??epilogo delle storie, alle volte neanche avviene, la fine è segnata dal terminare della pellicola: fine" > tutto questo per fare a pezzi il tempo? E...?

Ho visto l'altra sera "Trash" di Morrissey e "Lonesome cowboy" di Warhol. In un atto di curiosità e masochismo (condiviso), visto che non è proprio il mio genere. Noto dalla tua analisi parecchi elementi in comune: sembra davvero che improvvisino su un testo assente. Ma dimmi, in tutti i loro i film il doppiaggio italiano è cosi pessimo? Li hai visti in originale? è pessimo anche li? volutamente?

In Trash il doppiaggio l'ha voluto Pasolini, con attori di strada, perchè pare che l'originale sia una roba del genere. Lonesome cowboy ho smesso di guardarlo, appunto per le voci. L'omosessuale amico della ragazza mi stava portando ad una crisi epilettica. Comunque "Chelsea girl" rispetto a questi è proprio un altro mondo (e circola non doppiato ma con sottotitoli).

Ah, ora mi spiego il doppiaggio di "Trash", cosi ha un senso. Si, hai ragione "lonesome cowboy" è pressoché inguardabile e, soprattutto, inascoltabile. Non ho visto "Chelsea girl", e forse lo vedrò, dato che i Velvet mi piacciono assai.

Warhol ha girato una specie di film con i Velvet Underground e Nico che suonano, il tutto condito con zoomate schizoidi e nient'altro. Carino, pretenzioso forse. Troppo lungo, senz'altro :)

Il disco, comunque (V.underground e nico) è una pietra miliare della musica. Tanto basta ad avere curiosità per 'sto film. E se mi farò due palle poco male, interromperò. Grazie per l'avvertenza sulla durata;)

Hammer, sta per arrivare una chicca... libraria. Legata a Chelsea Girl. 24 ore al max

e danke sempre per quanto hai sinora condiviso - e molto ancora condividerai - con noi. Hai tracciato strade nuove.

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.