Da qualche parte nel film, si discetta sulla relazione che lega le macchine agli esseri umani. In uno scambio di battute con un personaggio minore, l’eroe si interroga sulla dipendenza reciproca dei due elementi. Da noi, esse ricevono la vita; ma senza di loro, ormai, la nostra sarebbe inverosimile. Il tono della conversazione è un po’ irritante, pomposo com’è nel voler apparire intelligente a tutti i costi. Prende tuttavia una prospettiva singolare, in un film come “Matrix Reloaded”, quando ne si riferisca il contenuto a una riflessione più ampia: posto che i suoi spettatori siano dipendenti dalla tecnologia, potrà mai più svincolarsene il cinema? Il primo “Matrix” aveva affascinato per il dubbio che (ri)proponeva sulla verità delle nostre percezioni. Con il primo “Matrix”, come uno studentello che arriva trafelato alla lezione di filosofia in indisciplinato ritardo, il cinema si era fatto domande sulla possibilità di distinguere tra realtà e rappresentazione mentale. Con Matrix II, dove è un software a creare l’azione prescindendo da attori e macchine da presa, il cinema e i suoi spettatori sanno le risposte. Tutte dicono che distinguere tra realtà e finzione, a questo punto, è diventato impossibile: lo è per l’umanità, vittima di un software, che è esplorata nel film; lo è per l’umanità, vittima di un software anch’essa, che assiste al film.
Nel nostro tempo, la tecnologia, si dovrebbe intuirlo, più che con la scienza è imparentata col mercato. Dove lo scopo della scienza è di assicurare l’utilizzo degli strumenti a una direzione di progresso; la tecnologia si occupa in prevalenza di una mutazione continua dell’interfaccia di quegli strumenti, spesso in autonomia da un’idea di progresso, allo scopo di sollecitare la domanda del mercato. La nuova versione di un prodotto qualunque non acquista di senso perché migliore della precedente, ma perché, sic et simpliciter, è nuova. Questo, necessariamente, è anche il destino di un cinema tecnologico e di mercato. In un Occidente – da intendersi in senso lato, cioè globalizzante – in cui ogni cosa è valutata come merce da vendere in serie, il film-merce è per forza il blockbuster seriale, che arriva nelle sale del globo stagione dopo stagione, sottoforma di sequel, e poi, in una linea potenzialmente infinita, di sequel del sequel. “Matrix Reloaded” fa capire il concetto assai bene. È il secondo episodio di una serie che, più di altre creature simili (penso al “Signore degli Anelli” e a “Guerre Stellari”), insegue le fortune del mercato sorreggendosi sulle innovazioni tecnologiche di cui si reclamizza veicolo.
“Matrix” era un film originale. Vi erano presenti svariati temi, tra cui, quello forse più incisivo e indovinato, era il parallelo tra l’artificiosità della «Matrice» e la piatta prevedibilità che definisce la vita di un genere umano schiavizzato dal consumo, imprigionato in una concezione aziendalista della realtà. Si potrebbe dire che i fratelli Wachowski, con “Reloaded”, abbiano venduto l’originalità della loro idea alla Matrice. Saltati dall’altra parte del fosso, la loro corsa all’incasso si è fatta sguaiata. Hanno scelto di piegare l’ispirazione di un film che rifuggiva dalle classificazioni, al linguaggio più banale dei generi della fantascienza e del cinema d’azione. Tra deliranti inseguimenti in macchina, freddi e interminabili balletti di arti marziali, voli supersonici dell’eroe, si è liquidata ogni passione in una ridondanza spettacolistica, che, se sulle prime diverte, ben presto assuefa.
Assente l’intreccio, coi protagonisti che si muovono in una confusa terra di mezzo narrativa tra il primo episodio e quello che verrà; assente la volontà di conferire un qualche tratto in più ai personaggi, se si eccettuano una nuova montatura di occhiali da sole e l’abito da prete di Neo-Keanu Reeves; assente lo spirito speculativo del precedente “Matrix”, ridotto qui a un arzigogolo da sbirciata frettolosa sul manuale di filosofia delle superiori; in un certo senso “Reloaded” resta notevole per la scena della danza selvaggia, a cui gli abitanti di Zion si abbandonano dopo il discorso del capo Morpheus. Sembra il presagio di un totalitarismo di tipo nuovo, forse prossimo a venire; la visione angosciata di una società tecno-barbara in cui uomini e donne, per dimenticare la loro insoddisfazione, si lasceranno andare ad un rave-party orgiastico e universale, e così finalmente potranno rinunciare al pensiero. È l’unico momento di una lucidità grandiosa, anche se inconsapevole.
Adatto ai tempi.
Regia: Andy e Larry Wachowski.
Soggetto e sceneggiatura: Andy e Larry Wachowski.
Direttore della fotografia: Bill Pope.
Montaggio: Zach Staenberg.
Interpreti principali: Keanu Reeves, Carrie-Ann Moss, Laurence Fishburn, Hugo Weaving, Jada Pinkett.
Musica originale: Don Davis.
Produzione: Silver Pictures.
Origine: Usa, 2003.
Durata: 137 minuti.
Info Internet: Warnerbros
WACHOWSKI in LANKELOT:
Wachowski Andy & Larry - The Matrix Reloaded di franchi
Wachowski Andy & Larry - The Matrix Reloaded di drago
Wachowski Andy & Larry - The Matrix Revolutions di franchi
Commenti
"Il primo ?Matrix? aveva affascinato per il dubbio che (ri)proponeva sulla verità delle nostre percezioni. Con il primo ?Matrix?, come uno studentello che arriva trafelato alla lezione di filosofia in indisciplinato ritardo, il cinema si era fatto domande sulla possibilità di distinguere tra realtà e rappresentazione mentale."
> Sì, ma sulla scia in primis di Blade Runner. Che dici?
"La nuova versione di un prodotto qualunque non acquista di senso perché migliore della precedente, ma perché, sic et simpliciter, è nuova."
> tragica legge del mercato. E della produzione seriale del Novecento e Post.
"?Matrix? era un film originale. Vi erano presenti svariati temi, tra cui, quello forse più incisivo e indovinato, era il parallelo tra l?artificiosità della «Matrice» e la piatta prevedibilità che definisce la vita di un genere umano schiavizzato dal consumo, imprigionato in una concezione aziendalista della realtà. Si potrebbe dire che i fratelli Wachowski, con ?Reloaded?, abbiano venduto l?originalità della loro idea alla Matrice"
> Assolutamente. E il terzo, come sappiamo, è stato il colpo di grazia. Io mi sono concesso anche V per Vendetta, rimanendo divertito ma deluso, in generale.
Infine:
"si lasceranno andare ad un rave-party orgiastico e universale, e così finalmente potranno rinunciare al pensiero. È l?unico momento di una lucidità grandiosa, anche se inconsapevole.
Adatto ai tempi".
> è una delle poche scene che ricordo con chiarezza.
Che delusione che è stata la trilogia di Matrix, madonna. Bastava così poco per farlo restare un cult...
1. Te ga razon. Episodio isolato però, no?
Totalmente. Magari su diverso livello Gattaca. Strange Days. Nirvana di Salvatores. Era quasi un filone, a un tratto (e il picco è fantastico ma non fantascientifico: "Waking Life" e "Mulholland", sulla percez della realtà)
Io aggiungerei anche Johnny Mnemonic al filone. Fra l'altro è un film da ricordare perchè c'è l'unica interpretazione umana di Dolph Lundgren ( Ivan Drago).
Per quanto riguarda matrix, mi associo al sentimento di delusione profonda.
Ma Johnny Mnemonic non parla di percezione della realtà, parla di innesti di memoria che un uomo può uploadare o downloadare...che c'entra?
Come tipologia di film. La visione del futuro selvaggio che il film trasmette.