Noi non siamo Grace. Siamo Dogville. In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell’altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l’essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. Siamo creature egoiste e vanitose, peggio dei cani e di tutte le bestie che almeno hanno più limitato lo spettro di scelta. La nostra è invece una deliberata volontà di commettere il male. Per autodifesa ci stringiamo in comunità, in branchi rivali che coltivano il loro senso di sé attraverso l’esclusione dell’altro. Abbiamo un disperato bisogno di integrazione. È una caratteristica universale: in partenza siamo tutti deboli. Malgrado ciò, agli estranei rendiamo dolorosa l’ammissione entro il nostro gruppo: non facilitiamo chi si trova in difficoltà, non tenendo a mente che i ruoli potrebbero essere rovesciati, o rovesciarsi in futuro. Che potremmo diventare noi l’«altro», e che anzi lo siamo sempre rispetto a qualcuno. E così, a quella domanda universale di aiuto cui veniamo sottoposti di continuo, forniamo risposte quanto più possibile particolari. Dosiamo attentamente il nostro sostegno; lo prestiamo con misura, le più volte in base a un conto di convenienza.
Non siamo Grace. A von Trier stava molto a cuore di evitare la immedesimazione del pubblico nella vittima: quella presa di distanza dal difetto, che da noi, nelle ripugnanti maschere di Sordi, Villaggio o Verdone faceva riconoscere sempre e solo il vicino di casa. O meglio, dopo averci indotto in tutti i modi a “sentirci” Grace, ci ha ricordato che la vittima di oggi ha dentro di sé il carnefice di domani. Era un processo naturale, infatti, identificarsi nella ragazza (Kidman) che negli anni trenta sfugge a una banda di gangsters e cerca rifugio in una cittadina della periferia americana, Dogville. Era spontaneo stare al fianco di Grace, mentre muoveva i suoi passi faticosi verso l’accettazione da parte della comunità; confidare con lei nella saggezza di Tom (Bettany), il giovane aspirante scrittore che dal primo momento ne aveva incoraggiato l’inserimento fra gli abitanti. Grace era un dono, e da parte sua, diceva Tom, aveva la responsabilità di farsi accettare, rendendo la sua presenza proficua per tutta la cittadina; Dogville invece, sempre secondo le parole di Tom, aveva la responsabilità opposta: doveva accogliere il dono, e farlo suo. Per riuscire nell’intento, entrambe le parti dovevano accantonare le pretese dell’individualità: schiacciare gli egoismi, si potrebbe dire, in un comune sforzo d’amore. Ma siamo esseri umani: ad un certo punto il calcolo subentra sempre, e non c’è niente di più distante dall’amore che il calcolo rivolto al vantaggio personale. La polizia si mette all’inseguimento di Grace, e per coprirla la gente di Dogville pretenderà sempre di più, fino ad abusare di lei e a ridurla in schiavitù.
La versione italiana è stata vittima di un macello pari a quello che von Trier inscena alla fine del film: è andato perso così un troncone di 42 minuti. Siamo l’unico paese d’Europa in cui s’è verificata una barbarie del genere. Distributore nelle nostre misere lande, manco a dirlo, è la Medusa. Vi lasciamo alle conclusioni che ritenete più opportune. Si va in sala soltanto per rispetto a von Trier: ma dovremo attendere l’uscita del DVD negli altri paesi europei per scoprire quale film avremmo potuto e dovuto vedere. Siamo alle solite: una vera pena. Chiusa la parentesi, “Dogville” è il primo capitolo di una trilogia, cui faranno seguito “Manderlay” e “Washington”. Filo rosso sarà la presenza di Grace, che nelle intenzioni dovrebbe essere interpretata sempre da Kidman. Von Trier pare avere in mente la realizzazione di una sorta di pala d’altare sulla storia degli Stati Uniti, e quindi non è un caso che gli argomenti affrontati qui siano la tolleranza, la convivenza, l’arroganza, la vendetta: grandi temi che il comportamento dell’Amministrazione Bush rende quanto mai attuali. Il regista danese ha voluto scandire il soggetto, scritto di suo pugno, in nove capitoli e un prologo; e smaterializzare la scenografia in pochi segni essenziali, che riducono la cittadina, l’unico centro dell’azione, ai suoi perimetri tracciati per terra. Una soluzione drasticamente anti-naturalistica, che è funzionale alla perfetta trasparenza cui man mano giungono i peccati di Dogville; e che rimanda anche a certa antica avanguardia, ma soprattutto alla naturale magrezza del palcoscenico teatrale. Infatti von Trier punta alla creazione di un nuovo cinema, da lui stesso battezzato «fusionale»: capace cioè di fondere le caratteristiche del cinema, del teatro e della letteratura. Un’altra formula roboante, hanno detto alcuni, a firma di chi ha già teorizzato e poi rinnegato il «Dogma». Eppure la riflessione del regista è più lineare di quel che sembra: perché “Dogville”, in realtà, non è che l’esito estremo di quel processo di scarnificazione della messa in scena implicito nel «Dogma». Von Trier insomma è fumo urticante: la ferocia dell’apologo qui infatti sorprende; ma sa pure bene che l’artista non può dimenticarsi dell’arrosto: che la sperimentazione deve accompagnarsi alla cultura, non solo alla citazione, e che il buon cinema non è solo immagine, ma anche testo. In breve, il ragionamento su cui va a fondarsi la vendetta di Grace si immerge in moventi che vanno al nocciolo della natura umana; al confronto, quella di cui si compiacciono i vari Tarantino del mondo appare profonda quanto una schedina del Totogol. Kidman come sempre all’altezza, e tante altre perle fra il cast: Bacall, Caan, Gazzara. Tra le fonti che hanno ispirato von Trier, per diretta ammissione, c’è la canzone «Jenny dei Pirati» cantata da Polly ne “L’opera da tre soldi” di Brecht:
Lor signori vedono: oggi sciacquo i bicchieri
e per tutti rifaccio il letto
E se mi danno un penny io ringrazio fra i denti
e son piena di cenci in un albergo di cenci
e loro non sanno chi sono
Ma una certa sera si udrà un vociare giù dal porto
e: che sono queste grida? si dirà
E io sorriderò in mezzo ai miei bicchieri
e diranno: perché ride? perché?
E una nave a otto vele
e cinquanta cannoni
alla fonda starà.
Mi dicono: và, piccola, risciacqua i tuoi bicchieri
e qualcuno mi allunga un penny
E il penny viene preso e qualche letto vien rifatto
(ma nessuno potrà più dormirci quella notte)
e ancora di me non sanno niente
Perché quella sera ci sarà un parapiglia giù al porto
e: che cos'è questo subbuglio? si dirà
E io sorriderò dietro la mia finestra
e diranno: perché ride così?
E la nave a otto vele dai cinquanta cannoni
spara sulla città!
Oh, allora smetterete di ridere, signori,
perché tutto intorno a voi cadrà,
la città sarà spianata, le muraglie crolleranno,
solo un infimo alberguccio sarà immune da ogni danno
e diranno: ma lì, chi ci sta?
E tutta quella notte ci sarà un vociare lì d'intorno
e: perché l'albergo è salvo? si dirà
E al mattino mi vedranno sulla soglia
e diranno: guarda, c'era lei!
E la nave a otto vele
e cinquanta cannoni
il pavese alzerà.
E a mezzogiorno in cento discenderanno a riva,
li vedrete avanzare nell'ombra,
e prenderanno tutti, una porta dopo l'altra
e li incateneranno e me li porteranno
e diranno: chi dobbiamo ammazzare?
E a metà di quel giorno sarà silenzio al porto
quando chiedono: chi muore, adesso?
E allora la mia voce dirà: tutti!
(Einaudi, trad. it. di Emilio Castellani)
Regia: Lars von Trier.
Soggetto e Sceneggiatura: Lars von Trier.
Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle.
Montaggio: Molly Marlene Stensgard.
Interpreti principali: Nicole Kidman, Harriet Andersson, Lauren Bacall, Jean-Marc Barr, James Caan, Patricia Clarkson, Paul Bettany, Blair Brown, Ben Gazzara, Jeremy Davies.
Produzione: Vibeke Windeløv.
Origine: Danimarca, Svezia, Francia, Norvegia, Olanda, Finlandia, Uk, Germania, Giappone, Usa, altri, 2003.
Durata: 135 minuti. (Originale: 177 minuti).
Info internet: von Trier’s Fan Site; Dogma 95; Intervista a von Trier
Patrick Karlsen. In collaborazione con Gianfranco Franchi (novembre 2003)
VON TRIER in LANKELOT
von Trier Lars - Dogville di drago
von Trier Lars - Idioti di franchi
von Trier Lars - Il grande capo di leon
Commenti
"In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell?altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l?essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. "
> L'incipit dell'articolo è suggestivo e di forte impatto. Ma la risposta è semplice: dall'argilla si deve dimostrare che può derivare qualcosa di buono; l'insistenza sul male è talmente facile, da sempre... e talmente fertile. Anche in questo caso, confido la simpatia per le minoranze - quelle da cui è "davvero difficile ricavare". Senza nulla togliere al Von.
"Dosiamo attentamente il nostro sostegno; lo prestiamo con misura, le più volte in base a un conto di convenienza."
> altrettanto vero e altrettanto comune.
"La versione italiana è stata vittima di un macello pari a quello che von Trier inscena alla fine del film: è andato perso così un troncone di 42 minuti."
> Assurdo, non me ne capacito, non è la prima volta e non sarà l'ultima. Ma ricordo quella battuta di Von Trier legata - ridacchiava - agli happy ending per le edizioni italiane dei suoi film, da girare a latere...
"Infatti von Trier punta alla creazione di un nuovo cinema, da lui stesso battezzato «fusionale»: capace cioè di fondere le caratteristiche del cinema, del teatro e della letteratura."
Nostalgie de la nouvelle vague?
3. Questa non la sapevo. Umiliante.
Sì sì. Mi sono nascosto sotto un menhir quando l'ho saputo. Che Paese di merda... siamo ridicoli agli occhi di qualsiasi europeo (greci e portoghesi esclusi, credo)
Ah, rivisto da poco e goduto tantissimo. L'apogeo del cinismo.
3.4.5. Ma che davvero stiamo messi così male?? Mi viene da ride!
8 - Si, si Doctor, pure peggio stamo messi.
Restando al film, invece: Non è male, uno dei meno peggio di von Trier, infinitamente migliore del suo pessimo seguito (Manderlay), nonostante i tagli.
Il miglior von Trier? Non ho dubbi: The Kingdom. Uscito da poco in triplo dvd, un po' costoso ma affascinante e da vedere.
Non l'ho visto al cinema, ma su Sky. Mi dite cos'hanno tagliato e perché? Sono sconcertata... e per il resto concordo con tutte le sfumature della lettura di Patrick. A me il film è piaicuto molto.