Un ragazzo padre si trova a dover crescere la propria figlia. La madre che fine ha fatto? Siamo a Sondrio. Egli, tassista con l’hobby della fotografia, dice alla piccola che la madre è morta dandola alla luce, ma così non è. Valentina diventa adolescente inquieta, ha paura che il padre l’abbandoni per una donna sempre più presente nella sua vita. Le giornate si susseguono tra alti e bassi, ma sembra essersi creato un muro tra padre e figlia: un silenzio che agisce nell’inconscio di Valentina, che evoca suggestioni del passato che si radicano nel presente e guardano al futuro. Intanto, la madre di Valentina (omonima della ragazza) spunta d’improvviso nella cittadina lombarda e si manifesta soltanto a Carlo, padre della ragazza. Si evince, allora, il motivo della distanza e del silenzio. Silenzio e distanza, comunque, nonostante l’imprevista visita, dovranno restar tali. E così sarà. Il destino fa si che ciò avvenga e che, forse, si risolvano le angosce consce ed inconsce. Confermando i ruoli acquisiti sul campo. Perché Carlo non è il vero padre di Valentina, ma colui che l’ha cresciuta e le ha donato il suo amore.
Opera prima del filosofo Vittorio Moroni - adoperatosi anche nella costruzione del soggetto e alla stesura della sceneggiatura – Tu devi essere il lupo rivela, sin dal titolo, la sua ambizione indagatrice dell’inconscio che si inquadra palesemente lungo il percorso di un apologo prettamente esistenziale. Il lupo è un archetipo delle paure inconsce, un simbolo che serve ad esorcizzare ansie disseminate nell’articolazione temporale. Si cita Thomas Stearns Eliot e il suo celebre assunto sulla compenetrazione di passato, presente e futuro in ogni frammento di tempo vissuto. L’uomo interiorizza la molteplicità dei movimenti corporeo-animici: dell’essere, del fu e del divenire. Difficilmente trova armonia, e si strugge in una perenne lotta di comprensione esistenziale. Questo fanno i personaggi del film, ognuno alla ricerca di tracce ondeggianti entro tre dimensioni. Si cerca unità. Ma sia il previsto che l’imprevisto non possono e non devono deviare il corso della strada tracciata dal destino. Dal destino o dall’uomo? Il dubbio logora anche Moroni che più si addentra nel tratteggiare storia e personaggi, più perde aderenza dal tragitto ostinatamente simbolico che costruisce. L’evocazione circolare del lupo sembra qualcosa che vorrebbe essere ma non è. Nel teatrino delle marionette di carta, l’iniziale paura degli animali del bosco è comprensibile. Il lupo fa paura, uccide. O così dovrebbe essere. Alla fine, il lupo, invece, rassicura tutti. Si è giudicata troppo in fretta la sua natura e, nonostante che i bimbi in pubblico le intimino di non fidarsi, la farfalla che circospetta vi conversava andrà via con lui. Ma chi è il lupo nella pellicola? È certamente una madre che probabilmente non vedrà mai la propria figlia. È colei che costruiva le marionette e che tirava i fili del lupo stesso. La storia narrata da Moroni si diversifica nella conclusione di cartapesta, forse proprio per restituire dignità ad una madre che non spiega la sua inopinata fuga dal mondo, né il suo improvviso istinto a volerlo ritrovare.
Tutto troppo frettoloso in quest’opera che ha ambizioni di filosofia dell’esistenza e di indagine inconscia. Ma se l’esistenzialismo di superficie abbonda, l’analisi inconscia è pressoché latitante, se non del tutto assente. Probabilmente, Moroni, pensa che si possa spiegare ogni fotogramma attraverso una ricercata simbologia e un pochino di flashback, così perdendo di vista l’elemento narrativo. Non tutti, in effetti, hanno sottomano un testo di Carl Gustav Jung mentre osservano il film, ma pur ammettendo che così possa essere, Moroni fallisce anche l’ambizione vagamente intellettualistica. Soprattutto per mancanza di dialoghi interessanti e credibili. Gli attori, poi, non aiutano e distanziano ancor di più lo spettatore dalle vicende dei tre personaggi, così inficiando l’obbiettivo principe del filosofo neo-regista (rimandato alle prossime pellicole, se ci saranno): l’elemento drammaturgico - più una manifesta ambizione lirico-poetica. Anch’essa non portata a compimento.
Un vero peccato, perché l’idea di partenza ha un suo fascino e l’ambientazione scelta poteva essere lo sfondo ideale per la narrazione. È un film, pertanto, che può solamente incuriosire e poco altro di più. Realizzato con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ci insinua sinceramente il dubbio che il Moroni abbia qualche santo in paradiso. Non è l’unico, in passato ne hanno usufruito anche di peggiori. È l’Italia che va… come ricordava allegramente un motivetto di qualche anno or sono.
Regia: Vittorio Moroni. Soggetto e sceneggiatura: Vittorio Moroni. Direttore della fotografia: Saverio Guarna. Scenografia, costumi: Carolina Ferrara. Montaggio: Clelio Benevento. Interpreti principali: Ignazio Oliva, Valentina Carnelutti, Valentina Merizzi, Sara D’amario, Gianluca Gobbi, Amandio Pinheiro. Musica originale: Mario Mariani. Origine: Italia, 2004. Durata: 95 minuti.
Commenti
"Realizzato con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ci insinua sinceramente il dubbio che il Moroni abbia qualche santo in paradiso. Non è l?unico, in passato ne hanno usufruito anche di peggiori. È l?Italia che va? come ricordava allegramente un motivetto di qualche anno or sono."
> Anche Lucini, per Tre metri sopra il cielo...