Virzì Paolo

Caterina va in città

Autore: 
Virzì Paolo

 

Commedia satireggiante, d’ambientazione irrimediabilmente contemporanea e d’accessibilità e comprensibilità tutta italiota (si legga: autoreferenziale e, in senso lato, parrocchiale), “Caterina va in città” è una storia non di vizi e virtù, ma di vizi e vezzi della Roma medio-alto borghese filtrati dalla prospettiva d’una adolescente imbambolata e provinciale (paurosamente piccolo borghese).

All’insegna di un cerchiobottismo dal retrogusto qualunquista, il nuovo film di Virzì è la fotografia della volgarità (spiace ammetterlo, da romano d’adozione) di certi ambienti capitolini e dell’esecrabile arrivismo di chi sbarca in città nell’ossessione d’esser parte del carrozzone.

 

Diverte, ma distrugge tutto: al termine del film, in piedi rimarrà solo la figuretta tenerella di questa adolescente vagula blandula, insicura e fragilissima. Il resto è deriso, denigrato e spazzato via: si fa di tutta l’erba un fascio. La nuova classe dirigente della destra nazionale, interpretata da un personaggio a metà strada, se non ho frainteso, tra Storace e Alemanno, è accomunata nella satira alla fiacca e corrotta intelligentsia sinistrorsa (o sinistrata).

 

I ragazzi del (poco mascherato) Visconti (a beneficio dello spettatore non romano: nell’immaginario metropolitano, è il “prestigioso” liceo statale dei radical chic e dei figli di papà per antonomasia) si dividono in tre gruppi:

le zecche, i pariolini e i “normali”.

 

Le zecche sono gli ex giovani comunisti, intrisi di alternativismo ed evangelizzati dalla Klein di “No Logo”; i pariolini non sono necessariamente marmocchi del quartiere eponimo dell’aggettivo, sono fascistelli o fascistoidi (o qualunquisti, ai miei tempi) contraddistinti da un estetismo che scivola nell’edonismo: Virzì li dipinge a braccio teso e uniti nella fede sportiva, la S.S. Lazio (che a dirla tutta è la squadra dei “burini” di campagna, non solo dei postfascisti dei quartieri alti, e in città non ha mai, storicamente, riscosso troppe simpatie: ma un livornese può non saperlo).

I “normali”, infine, sono appena accennati: credo che l’aggettivo più adatto sia “anonimi”, per chiarire il contesto confezionato nel film.

Piano con le generalizzazioni, però: esattamente come nell’astutissimo “Come te nessuno mai” di Muccino certe schematizzazioni e certi cataloghetti strappano più d’un sorriso allo spettatore quasi-coetaneo dei catalogati. D’accordo, è fiction: ma qualcuno potrebbe pensare che nei licei romani i “gruppi” siano (o fossero) semplicemente questi. Ovviamente, è falso.     

 

Veniamo adesso alla trama.

Dall’amena e gaia provincia italiota, descritta con evidente nostalgia dal regista, sbarca a Roma la famiglia Iacovoni. Il padre, Giancarlo (Sergio Castellitto) è un cavallo di ritorno: da oltre dieci anni sognava il ritorno in patria. È un derelitto professore di ragioneria, all’ultimo stadio della frustrazione per le immancabili, irrisolte velleità letterarie, l’inevitabile paranoia per i clientelismi e i nepotismi che strangolano il Paese  e l’incomunicabilità domestica. La moglie, Agata (Margherita Buy) soffre d’una incomprensibile soggezione nei confronti del marito: è semplice e ingenua, e fondamentalmente sola. La figlia è Caterina (Alice Teghil), dolcemente anonima e assopita. Disorientata fino all’estraniamento per l’impatto con la metropoli, si trova a sedere tra i banchi del più prestigioso Liceo statale romano: il padre non vede l’ora che Caterina si inserisca negli ambienti che contano, è convinto di poter riscattare così la sua stessa fallimentare esistenza. 

Caterina è stretta tra due fuochi: Margherita e Daniela sono le sue compagne di classe più carismatiche, sembra inevitabile scegliere da quale parte schierarsi. Margherita è, per restare nelle categorie sopra accennate, una zecca di madre scrittrice (Galatea Ranzi) e padre intellettuale, fresco di secondo matrimonio e secondo figlio; Daniela è una pariolina post (neo?) fascista, figlia d’un rampante deputato (Claudio Amendola) della destra nazionale.

 

Pur oggetto di ironie, è contesa da entrambe le fazioni: quella (ridotta) delle zecche e quella (più numerosa) delle parioline. Si parlava di cerchiobottismo: il film, senza scrupoli e senza remore, dissacra con discreto spirito d’uguaglianza entrambe le parti, sintetizzando in Daniela e Margherita tutto il male e l’ipocrisia delle loro famiglie e del loro contesto sociale, a voler suggerire, chissà?, che laddove esiste potere e ricchezza tutto è corruzione e degrado e vizio; mentre, ah!, la sublime innocenza del provinciale, certamente potrà un giorno guarire ogni male…

 

Nel frattempo, papà Giancarlo non perde l’occasione di fare una piazzata al Costanzo Show per lamentare il suo isolamento: è un uomo in piena crisi di nervi, e non a caso continua ogni giorno a spolverare la sua vecchia moto. Deve tornare indietro e riappropriarsi della sua vita. Abbandonare tutto, e riprendersi il suo tempo. Giancarlo, nonostante i tentativi di massacro svolti in sede di sceneggiatura, è un personaggio interessante: sarebbe bastato farlo parlare senza gridare, e non al Costanzo Show, per intenderci, per rendere la sua protesta credibile e condivisibile. Sarebbe bastato evitare di leggere un frammento grottesco del suo libro per suggerire allo spettatore che, chissà?, forse il frustrato professore di ragioneria può non avere troppi torti. Francamente inizia a essere un po’ fastidioso l’atteggiamento di quanti, pur non di ammettere quel che a tutti risulta trasparente, vanno facendo sarcasmo, satira o ironia su quei pochi che si lamentano di certe ben chiare pratiche clientelari e nepostiche (mafiose) italiane. Semplicemente, si prenda atto che parecchi individui iniziano ad avere le palle piene d’esser regolarmente scartati per lasciar passare i figli di, i nipoti di, i tesserati di, i suggeriti da. E se qualcuno vuole negare l’evidenza, è degno dell’idiozia di quanti asseriscono che “se il raccomandato non vale, non sfonda”. Le favole è bene che rimangano nei salotti televisivi. Soprattutto in certi salotti.

 

Altre note:

Qualche comparsata di lusso: Benigni, Placido (padre). Qualche intrusione catodica: “Porta a Porta” e Costanzo. Impercettibile la colonna sonora: ingiudicabile. S’evidenzia qualche richiamo ad “American Beauty”: l’amore platonico tra Caterina e il ragazzo della finestra di fronte, non alieno al voyeurismo di Ricky Fitts; la difficoltà di comunicazione tra Caterina e i suoi genitori; la litigata familiare terminata con i cocci rotti giusto in sala da pranzo; l’esito negativo della parabola del padre (che non muore, ma scompare, in questo caso); il tradimento della madre (che sembra preludio a un nuovo amore, e non passione come in “American Beauty”). Qualcosa ricorda il felicissimo “Ovosodo”: l’ambiente scolastico; il culto per il provincialismo; l’amore per un vicino di casa; l’innocenza e l’ingenuità della protagonista principale.     

La sceneggiatura, a differenza del soggetto, è il punto forte della pellicola. Dialoghi accuratissimi, perfetti i tempi delle battute, splendida l’adesione al parlato e impeccabile l’eclettismo. Davvero molto godibile.

 

A Virzì e a Bruni domandiamo uno sforzo: continuare nella satira, non avere paura di mantenere vivo un certo furore iconoclasta, ma al contempo denunciare, proporre alternative, segnalare, quando e appena possibile, quel che di buono c’è nel sistema. Perché altrimenti si gioca alla giostra del saraceno. E prima o poi si cade nell’inganno del meccanismo.  

 

Un Ovosodo a Roma. Quasi una frittata.


Regia: Paolo Virzì.

Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Bruni, Paolo Virzì.

Direttore della fotografia: Arnaldo Catinari.

Montaggio: Cecilia Zanuso.

Interpreti principali: Sergio Castellitto, Claudio Amendola, Galatea Ranzi, Alice Teghil, Margherita Buy, Flavio Bucci.

Musica originale: Carlo Virzì.

Produzione: Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chiminez.

Origine: Italia, 2003.

Durata: 90 minuti.

In rete: CastlerockFilmUP.

VIRZI' in LANKELOT:

Virzì Paolo - Caterina va in città di franchi
Virzì Paolo - N Io e Napoleone di leon



 

Lankelot Franchi, novembre del 2003

 

P.S. Una preghiera stupida e personalissima: non voglio più sentire l’inno della Lazio in un film ambientato nella città di Roma. Ho passato dei minuti orrendi. Passi per le braccia tese, che connotano l’idiozia di certa gioventù (e non solo): ma quell’inno e quelle magliette sono state strazianti. Considero la preghiera accolta. Grazie.   

ISBN/EAN: 
8032807015439

Commenti

Le favole è bene che rimangano nei salotti televisivi. Soprattutto in certi salotti.

"Commedia satireggiante, d?ambientazione irrimediabilmente contemporanea e d?accessibilità e comprensibilità tutta italiota (si legga: autoreferenziale e, in senso lato, parrocchiale), ?Caterina va in città? è una storia non di vizi e virtù, ma di vizi e vezzi della Roma medio-alto borghese filtrati dalla prospettiva d?una adolescente imbambolata e provinciale (paurosamente piccolo borghese)".
Ed eccolo in queste righe, il film!

Il ritratto della società italiana che emerge è spietato e intriso di disincanto. Il regista non fa sconti né lascia aperta la porta alla speranza, dato che anche il finale è minato dal sospetto che siano sempre le amicizie giuste a dover oliare gli ingranaggi, decidendo così il futuro professionale e non di ciascuno di noi. Da anni, il regista porta avanti con coerenza un discorso di critica sociale che lo pone fuori dal coro. E lo fa sempre dimostrando equilibrio e senza mai scadere nella volgarità né nella faziosità

Raffaella

Un ritratto alterato e un po' ideologico e manicheo, per un Virzì che stava perdendo la sua brillante vena di commedia delle opere precedenti (Ferie d'agosto e Ovosodo, in particolare). Gli ultimi suoi film poi sono davvero pessimi.

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