Ci sono autori che, trovando forte ispirazione in un universo proprio e inattaccabile dall’esterno, costruiscono percorsi inconsueti che riconducono sempre, anche quando cambia il luogo, il tempo e lo spazio della narrazione, alla suggestione originaria che li ha innescati. Del genio di Tim Burton, del suo iperbolico mondo onirico cantato con folle malinconia e vibrante fantasia, possiamo trovare tracce evidenti già nei due corti – uno, in realtà, è un mediometraggio – che lo hanno imposto all’attenzione del magico mondo della settima arte: Vincent e Frankenweenie. Due piccoli gioielli che si diversificano per durata (il primo cinque, il secondo venticinque minuti) e per tecnica di narrazione visiva, ma che trovano comunanza nel sintetizzare i motivi immaginifici e letterari della poetica cinematografia del regista californiano. In Vincent (1982), si racconta la storia del piccolo Vincent Malloy, bimbo avvezzo alla ricerca di luoghi solitari in cui immedesimarsi nei personaggi interpretati dall’ icona del cinema horror Vincent Price. Oltre a incontrare Price, Burton, alter ego del piccolo Vincent, si imbatte per la prima volta nella letteratura gotica di Edgar Allan Poe, mescolando, in un visionario bianco e nero animato – e sperimentando per la prima volta la tecnica dello stop motion -, le suggestioni interiorizzate dai romanzi con la sua passione per gli horror di Roger Corman. Ne viene fuori un malinconico, brevissimo apologo sulla diversità che porta con sé la solitudine. Vincent è il padre di tutti i meravigliosi, agrodolci, quasi titanici – si pesca anche nella tradizione romantica – personaggi burtoniani; è colui che comincia idealmente a portare con sé i semi che hanno alimentato lo sbocciare di Edward, il giovane dalle mani di forbice. Ma qual è la cornice che accoglie gli antieroi burtoniani? Se Vincent ci ha illuminato chiaramente sull’archetipo del protagonista delle sue fiabe di celluloide – ma godetevi anche il Burton letterario e disegnatore: Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie -, il secondo corto, Frankenweenie (1984), ci rende altrettanto chiaramente l’idea dello scenario in cui si muovono i suoi personaggi. Un mondo “normale” solo in superficie, diventa cupo e misterioso quando arriva una morte dolorosa e inattesa. Dolorosa e inattesa per il pre-adolescente Victor Frankenstein, cui il piccolo cane Sparky è finito sotto un’auto: morte cruenta, che fare? Un bimbo di quell’età ha mille risorse e, soprattutto, non si lascia sopraffare dal dolore; Victor, pertanto, tenta di riportare in vita l’amato cagnolino ispirandosi al famoso esperimento di Galvani sulle rane. Burton si ispira, invece, nel costruire la sua fiaba (nera, soltanto in apparenza), al celeberrimo Frankenstein di James Whale, ne interiorizza echi e suggestioni - pur se in chiave grottesca -, ma rimanda ad un universo tutto proprio: cimiteri notturni, tombe con croci celtiche, buio e atmosfere gotiche, diventano, nel tempo, il vero marchio di fabbrica visivo del suo cinema.
VINCENT, SPARKY E TIM BURTON
Qui cominciano a definirsi i contorni entro cui si muove il suo “essere per l’arte scenica”, seppur per l’occasione ispirato ad adornare il lieto – ancorchè sarcastico – finale di una pellicola disneyana. Ma una cosa è subito evidente, Vincent e Frankenweenie ci dicono molto, se non proprio tutto, del genio californiano che, quasi muovendosi nel voler ripercorrere la nietzscheana teoria dell’eterno ritorno, sceglie un cinema che recupera sempre l’impulso della sua genesi: è vita che si estende in circolo, che trova e ritrova luoghi e personaggi, suggestioni e ritmi narrativi, amore, poesia e, su tutto, l’elogio della diversità. Una diversità che nella sua - e nella nostra - ottica va protetta, che pur essendo fonte di unicità si ripete e arriva agli spettatori attraverso il suo incantevole narrar per immagini, che ha indubbiamente qualcosa di magico e che, una volta trattenuta a sé, difficilmente può abbandonarci: ogni volta ritorna, per regalarci una nuova, identica emozione.
Commenti
Visto che si è tirato fuori il grande Tim, propongo il pezzo (parte di un catalogo) che ho scritto per la presentazione dei suoi corti alla rassegna cinematografica appena conclusa al Circolo degli Artisti a Roma. Convinto di farvi dono gradito, perchè qui, per fortuna, Tim Burton è amato un po' da tutti.
per forza! dimmi chi non lo apprezza, proporrei un falò in piazza dei fiori o via baldedda
Vada per il falò, mi pare sensato. E pertanto, chi non lo apprezza si pronunci, se ha coraggio:)
"...genio californiano che, quasi muovendosi nel voler ripercorrere la nietzscheana teoria dell?eterno ritorno, sceglie un cinema che recupera sempre l?impulso della sua genesi: è vita che si estende in circolo, che trova e ritrova luoghi e personaggi, suggestioni e ritmi narrativi, amore, poesia e, su tutto, l?elogio della diversità".
Insolita (a quanto ne so) e ottima chiave di lettura.
Si, insolita, mi è venuta in mente nel rielaborare tutta l'opera burtoniana che, attraverso questi corti, dovevo introdurre nella rassegna.
Grazie per la condivisione di questa speciale, appassionata e dedicata scrittura.
http://www.timburtoncollective.com/vincent.html
Non potevo non condividere con voi quello che ho condiviso anche con perfetti sconosciuti (il pubblico della rasegna). Mi pare che adesso veramente su Lanke del grande Tim non manchi nulla: abbiamo tutto: dai corti, passando per Edward e il pianetaccio (dico cosi perchè è l'unico che non m'è piaciuto), fino a "la sposa cadavere". Se la memoria non mi gioca brutti scherzi l'opera è completa. Credo sia l'unico autore di cinema con almeno una decina di film all'attivo che abbiamo esaurito (parlo di titoli, perchè è logico e auspicabile che si aspettano altri scritti a supporto sugli stessi e sui futuri titoli) qui su Lanke.
Ottimo, gramigna, quello è il testo (fatto dalla voce narrante) del corto.