Vidor Charles

Gilda

Autore: 
Vidor Charles
È diventata il simbolo della dark lady, anche se non nutre piani sanguinosi e fa un uso trasparente della sua forza seduttiva, che è diretta, non cela mai secondi fini. È diventata il simbolo della dark lady solo perché ama chi le va e per quanto le va. A terrorizzare gli uomini, e nello stesso tempo a farli pazzi di lei, è il suo spirito indipendente, l’intraprendenza sbandierata, la disponibilità erotica suggerita. Soltanto in questo senso è accettabile la qualifica dark, perché è innegabile che abbia un fascino maledetto, della donna che ha fatto una scelta di autonomia sentimentale e sessuale, sopportandone fieramente le logiche: solitudine, incomprensioni, diffidenza.
 
Johnny Farrell (Glenn Ford), giocatore incallito, approda dagli Stati Uniti a Buenos Aires in cerca di fortuna. Diventa il braccio destro dell’enigmatico Ballin Mundson (George Macready), il proprietario di un casinò molto alla moda, che in segreto fa affari con i nazisti. Fra loro, si instaura qualcosa di più che un semplice rapporto di fiducia. È un cameratismo un po’ fosco, fondato su una esplicita messa al bando delle donne («Mai metterle insieme col gioco», l’aura regola), che invero lascia vasti spazi all’ambiguità. La sceneggiatura, alle prese coi limiti imposti dai codici della censura, palesa cioè una scaltra agilità nel mantenersi sempre dentro al cono d’ombra del sottinteso. Per esempio, quando Ballin torna da un viaggio con moglie al seguito, contravvenendo recisamente alla natura del patto, il risentimento di Johnny suona certo eccessivo ma quanto basta. Lei è Gilda (Rita Hayworth), che con Johnny ha in comune le origini statunitensi e anche, con sorpresa loro e di chi guarda, una burrascosa storia d’amore alle spalle. Dei loro trascorsi condivisi, Ballin viene mantenuto all’oscuro finché si può. L’algido marito, tuttavia, percepisce subito l’elettricità che scorre fra l’amico e la moglie. All’inizio la interpreta come accesa antipatia ed è piuttosto vicino al vero. Certamente centra il punto in seguito, però, quando la vede come una travolgente passione. In un intrigante gioco di allusioni, nessun dettaglio viene fornito sulla relazione avuta da Gilda e Johnny. Capiamo che i due si sono lasciati in modo lacerante e che i graffi devono aver aperto i vasi comunicanti dell’amore e dell’odio. Sembra anche di capire che nel turbamento di Ballin vi sia una vena di indecisione, su quale direzione dare alla sua gelosia. Di Gilda è innamorato, ma Gilda è la splendida intrusa di fronte alla quale entra in crisi l’ambivalente amicizia virile fra lui e Johnny. Ha una sensualità che accarezza istinti di possesso implacabile, Gilda. Non può parlare con nessuno, senza essere accusata di flirtare; esce di casa e subito si prefigura il tradimento; la sua felicità è temuta come un intollerabile libertinaggio. La si adora perché è bramata da tutti, la si disprezza per uguale motivo. Gli uomini la vogliono perché la immaginano famelica e allo stesso tempo il loro esclusivismo la pretende santa.
 
Nell’elegante confezione di Charles Vidor, “Gilda” mette di fronte a un triangolo noir memorabile che è intorbidato più dalle passioni inconfessabili degli uomini che dal carattere limpido dell’eroina. Di per sé, infatti, Gilda è schietta e aproblematica. Dà l’idea di pensare che, dipendesse da lei, il mondo sarebbe molto meno complicato e di soffrire al pensiero con dolce rimpianto («Put the blame on Mame», canta, come a dire: date la colpa a me, se ci tenete). I personaggi maschili del film la studiano con attenzione ardente, vi rivolgono frasi intrise di doppi sensi a cui lei risponde a tono, alimentando la sua fama di donna perversa e volubile. Gilda vive sulla sua pelle l’asimmetria del discorso sessuale: ciò che è lecito sulla bocca degli uomini, non lo è su quella delle donne. Inoltre, Ballin e Johnny la circondano di osservazioni colme di stereotipi misogini. Oscillano fra giustificabile desiderio e ingiustificato sospetto, in un’insicurezza di fondo che li rende creature contraddittorie e nervose, spesso prepotenti. Pare lampeggiare una perfetta coscienza di questa essenziale impasse maschile, nei grandi occhi intelligenti della Hayworth che hanno consegnato Gilda all’immortalità.
 
Patrick Karlsen.
 
 
Regia: Charles Vidor.
Tratto da un romanzo di: E. A. Ellington.
Sceneggiatura: Joe Eisinger, Marion Parsonnet.
Direttore della fografia: Rudolph Maté.
Montaggio: Charles Nelson.
Interpreti principali: Rita Hayworth, Glenn Ford, George Macready, Joseph Calleia, Steven Geray.
Musica originale: Doris Fisher, Hugo W. Friedhofer.
Produzione: Columbia Pictures.
Origine: Usa, 1946.
Durata: 120 minuti.
ISBN/EAN: 
8013123060204

Commenti

Apparentemente OT. Scrivi: "fascino maledetto, della donna che ha fatto una scelta di autonomia sentimentale e sessuale, sopportandone fieramente le logiche: solitudine, incomprensioni, diffidenza". > è necessariamente così? O in ogni caso certe scelte vanno contestualizzate, per apprezzarne il maledettismo? Da certo maledettismo diversi tra noi delle minoranze sarebbero facilmente attratti. Piuttosto è mortificante l'opposto, tendenzialmente, quasi fosse sintomo di spegnimento dell'intelligenza o della sensibilità. Fenomeno curioso.

"Oscillano fra giustificabile desiderio e ingiustificato sospetto, in un?insicurezza di fondo che li rende creature contraddittorie e nervose, spesso prepotenti. Pare lampeggiare una perfetta coscienza di questa essenziale impasse maschile" > prepotenti o impotenti. Il confine non è troppo sottile, a ben guardare. Impressione del vecio.

1: "è necessariamente così? O in ogni caso certe scelte vanno contestualizzate, per apprezzarne il maledettismo?"

Vanno contestualizzate, sicuro. Ma in generale credo che l'autonomia sessuale delle donne sia ancora un discorso che destabilizza notevolemente gli uomini (li esalta, solo se sei l'uomo giusto al posto giusto) ;)

"È diventata il simbolo della dark lady, anche se non nutre piani sanguinosi e fa un uso trasparente della sua forza seduttiva, che è diretta, non cela mai secondi fini. È diventata il simbolo della dark lady solo perché ama chi le va e per quanto le va"..è il superamento della convenzione, grande osservazione. Vidor lascia gli stereotipi e inoltre la tinge di rosso: smacco per le bionde, fino allora uniche dark lady. Grande PK.

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