La musica degli anni Settanta è il suggestivo sottofondo di un’opera interessante che è uscita nelle sale italiane alla fine dell’estate scorsa. C.R.A.Z.Y., terzo lungometraggio del canadese Jean-Marc Vallée, narra le vicende di una famiglia medio borghese dalla notte di Natale del 1960 fino quasi ai giorni nostri, attraversando il periodo delle rivoluzioni culturali e del sogno, quegli anni Settanta che vivono nella nostalgia degli over quaranta, mitizzati nel ricordo di un tempo di speranza di cambiamento molto diverso dal grigiore attuale.
Un padre, una madre, cinque figli, di cui uno nato alla mezzanotte del 24 dicembre, proprio come Gesù. Zac Beaulieu è un bimbo diverso dai suoi tre fratelli più grandi, sin da piccolo dimostra tendenze che lo avvicinerebbero al genere femminile, suscitando cosi le prime ansie nel machissimo capo famiglia. Zac sembra avere un dono, sembra essere sensitivo causa caduta appena nato, soffre d’asma ed è più sensibile rispetto ai suoi fratelli. Crescendo le differenze si fanno più marcate, la sua omosessualità latente diventa più evidente, il rapporto col padre si fa più difficile, lo scherno dei fratelli è oramai manifesto. Zac lotta contro la sua natura, guarda le ragazze, ma non riesce a decidersi. Ama la musica, la sua icona è David Bowie, che imita nella solitudine della propria stanza: si veste come il suo idolo trovando una dimensione in cui liberare completamente se stesso. La famiglia religiosa, la madre in particolare, lo aveva sin da bambino convinto che avesse un rapporto privilegiato con Gesù, che il suo dono fosse una diretta conseguenza della sua data di nascita e dei segni avvertiti lungo il cammino. Ma Zac ora è ateo, ha sedici anni, si convince e si trova una ragazza, una ragazza che lo ama veramente. Anche se… le circostanze, gli incontri, i dubbi: c’è un ragazzo che lo segue ovunque, un ragazzo che prima è da Zac malmenato e poi… chissà? I dubbi permangono in tutti, in lui, nel padre, nei fratelli e in chi gli gira attorno. La lotta contro la propria natura continua. A vent’anni Zac lavora con la musica che ama, guadagna più del padre ed è fidanzato con la ragazza di sempre: qualche tira e molla, qualche incomprensione, ma ora sembra tutto risolto. Sembra. Un fratello si sta per sposare, uno è preso dallo sport, uno è un tossico irriducibile, l’ultimo è piccolo. La madre lo ama e sa che ha un dono: è diverso. Il padre non lo accetta e crede abbia una patologia: è diverso. Al matrimonio la resa dei conti, con se stesso, con il padre, con la vita: si allontana per un viaggio. Gerusalemme. Al ritorno, dopo aver indagato e accettato se stesso, troverà anche la comprensione e, nel tempo, l’accettazione del padre. Una morte dolorosa riunisce la famiglia, un fratello, il più lontano da Zac, se ne è andato per sempre. Gli anni Settanta sono finiti, cambia la gente, cambia la musica, cambia la consapevolezza: forse il dono non è mai esistito, ma ora Zac sa chi è, cosa vuole dalla vita, e che l’amore paterno non verrà più a mancare.

La musica come colonna sonora della crescita, della vita. C.R.A.Z.Y. non è il primo, né sarà l’ultimo film che fa parlare le note quanto le immagini; cosi come l'opera rock Tommy (Ken Russell, 1975), suo più illustre ma diversamente concepito predecessore, racconta le disavventure dell’infanzia-adolescenza cercando una via catartica per evadere dalle prigioni che ci costruiscono – e che ci costruiamo – attorno. Anche qui si parla di improbabili poteri taumaturgici, una sorta di relazione col divino che si sublima attraverso la musica. La presa di coscienza, le scelte decisive, tutto ha un sottofondo musicale. E che sottofondo: Shine on you Crazy diamond (Pink Floyd), Space Oddity (David Bowie) e Sympathy for the devil (Rolling Stones) accompagnano la narrazione di un’ infanzia timorosa e in cerca di sé. Poi si cresce, le connotazioni esteriori diventano più evidenti: il mito dei Ray-ban, le giacche di pelle, il volto pitturato alla Bowie, il fascino maledetto di Jim Morrison, la marijuana. Una ragazza che ti ama, il sesso. Ma in fondo resti sempre una checca, nell’immaginario degli altri non solo resti il bimbetto ipersensibile a cui piaceva cullare il fratellino, ma sei anche un emulo di Bowie (coscienza gay anche in Velvet Goldmine), ascolti la sua musica, ti tiri su i capelli: sei una checca. Resti una checca. Tanto checca che: cazzo! Perché farsi tutti questi problemi se tutti ti credono tale? Eppure Zac esita. Che vuol dire essere una checca? Un finocchio? Non è possibile amare un altro ragazzo e sentirsi integrato e normale? Ma lui non è normale, ha un dono, è un diverso: maledetto dono!

Vallée segue il suo incerto protagonista passo passo, trovando un modo inusuale quanto intelligente di riproporre il tema dell’accettazione della diversità sessuale, legandolo a un tempo preciso, una musica corrispondente, e ad un contesto familiare ampio e molto eterogeneo. Non indulge in sensazionalismi narrativi, né cerca particolari virtuosismi tecnici ed estetici, ma è ben saldo sulla narrazione. Fino a tre quarti di film, perché nell’ultima parte si concede inutili divagazioni (il viaggio a Gerusalemme) ed un finale fin troppo consolatorio. Forse qualche pecca narcisistica, qualche smania nel voler aggiungere suggestioni personali che nella pellicola non avrebbero dovuto entrarci, qualche concessione ai personaggi, fino ad allora ben connotati. Volendo fare un parallelo con un’altra brillante opera uscita nel 2006, Il calamaro e la balena - che pur parlandoci degli Ottanta, ha lo stesso dono di saper narrare per musica e immagini un contesto familiare medio-borghese, ancorché assai diverso -, C.R.A.Z.Y. ha forse meno compattezza narrativa, ma è, proprio insieme all’opera citata, uno dei migliori prodotti di nicchia dell’anno appena trascorso.

Il titolo ha due significati simbolici evidenti, il primo corrisponde alle iniziali dei cinque fratelli (Christian, Raymond, Antoine, Zachary, Yvan), il secondo è dovuto all’omonima canzone di Patsy Cline ( Crazy, appunto), tanto amata dal padre dei ragazzi. I simboli, cui Vallée sembra essere molto affezionato, connotano una pellicola densa di nostalgia, sensibilità, delicatezza, a tratti surreale e mai noiosa. Una storia che vuol regalare purezza attraverso la musica, evitando il politicamente corretto ma non deragliando mai oltre la misura (se si eccettua l’epilogo, come detto), elogiando un’epoca tanto viva quanto irripetibile. Presentato alle Giornate degli Autori alla 62° Mostra del Cinema di Venezia. Da vedere.
Regia: Jean-Marc Vallée. Soggetto e sceneggiatura: Jean-Marc Vallée, François Boulay. Direttore della fotografia: Pierre Mignot. Scenografia: Patrice Vermette. Costumi: Ginette Magny. Montaggio: Paul Jutras. Interpreti principali: Marc-André Grondin, Michel Coté, Danielle Proulx, Emile Vallée, Maxime Tremblay, Alex Gravel, Mariloup Wolfe, Hélèn Grégoire, Jean-Louis Roux. Musica originale: David Bowie, Pink Floyd, Rolling Stones, Jefferson Airplane. Origine: Canada, 2005. Durata: 127 minuti.
Léon, gennaio 2007.
Commenti
Uno spaccato del periodo interessante e disimpegnato. Piacevole. Trovo un po' difficile paragonarlo all'opera rock degli Who - Tommy. Quello era appunto un "album filmato", un favoloso gigantesco videoclip fondato su un concept album; un pioniere di un genere che - a memoria mia - ricorda solo "The Wall" di Parker come epigono memorabile.
Questo invece è cinema sensibile nei confronti del rock (glam rock, pop, e via dicendo). Tu invece scrivi: "Tommy (Ken Russell, 1975), suo più illustre predecessore" > e non è proprio esteticamente corretto;).
Quanto alla liberazione di Tommy degli Who il discorso era un po' più metaforico e complesso, non credi?
si, era per fare un parallelismo noto. Predecessore come suggestioni, non tanto come film. Non era chiaro? Allora lo specifico qui. Si, su Tommy il discorso della liberazione era più "magico", per cosi dire.
credo che con le precisazioni di cui sopra il discorso sia più chiaro. Credo che Tommy, al di là della sua effettiva resa formale e/o contenutistica storicamente abbia una connotazione inarrivabile anche per suggestioni contestuali e non solo intrinseche all'opera. Mi avete fatto venir voglia di parlare di Jesus Christ Superstar, in ogni caso.
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O.T. Leon m'è venuta un'idea su Buzzati da fare assieme, poi ti dirò quando capita :-)
Dimmi pure quando vuoi, Paolo. Su Buzzati mi misuro sempre molto volentieri;)
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