Questa pellicola è talmente rara e particolare che, a chiunque avesse casualmente o no la possibilità di usufruirne, consiglio vivamente di non perderne assolutamente l’occasione. Dalton Trumbo, amico, sceneggiatore e collaboratore di Kubrick, prese sorprendentemente la telecamera in mano a 65 anni, lasciandoci questo suo unico film da regista come una delle più grandi testimonianze cinematografiche contro la guerra. Senza l’appoggio delle milionarie e sorprendenti capacità emulative delle tecnologie moderne, ricostruendo la belligeranza vera e propria solo in un paio di veloci e semplici scene, Trumbo condurrà abilmente lo spettatore verso una repulsione per la guerra maggiore di quanto non vi sia accaduto, ad esempio, con la scena dello sbarco in Salvate il soldato Ryan, con La sottile linea rossa o con Platoon. Non saranno infatti efferatezza ed orrore per il sangue a farvi deglutire, bensì qualcosa di, se possibile, ancora peggiore.
Il film, del 1971, è, nella più coscienziosa tradizione kubrickiana, un adattamento al romanzo omonimo, scritto nel 1938 dallo stesso Trumbo.
Joe Benham è un giovane americano dolce e patriottico, strappatosi tra dubbio e fierezza alle braccia di una ragazza innamorata di lui, per servire la patria. Proprio l’ultimo giorno del drammatico conflitto ’14-’18, una bomba segnerà drammaticamente il resto della sua vita.
Entriamo nel primo livello della storia, quella del presente, in bianco e nero: il giovane, segregato nello scantinato di un ospedale militare, ha perso gambe, braccia, vista, olfatto ed udito. A dispetto di quanto ritengono i medici ha però conservato la mente integra e lucidissima. Sentiamo i suoi pensieri, la sua presa di coscienza, la sua sofferenza. Da qui si dipana il secondo livello, costituito da un insieme di flashback: la memoria ora confusa, ora penetrante, del malato, riavvolge il nastro della propria vita alternando i ricordi biografici a visioni trascendenti e, in parte, retoriche. Curioso ma campato in aria il cammeo di Donald Sutherland nelle vesti di un Cristo con sempre meno risposte. Più riuscita ma ripetitiva la figura del padre come dolce rifugio. Troppo stereotipato ed ideologico lo sfondo sociale dove si muove il personaggio.
In felice alternanza il primo livello: soffocante, straziante, logorante, claustrofobico, tragicamente perfetto. Trumbo riesce a trasmettere con semplicità ed eleganza la bellezza della vita attraverso un tronco umano che ne è ormai la negazione: poetica e meravigliosa la scena in cui la nuova capo-infermiera ordina di spalancare la finestra e Johnny, dopo un tempo infinito che non era in grado di calcolare, viene scaldato da un sole che è come una resurrezione. Insieme alla feroce condanna della guerra c’è qui l’esaltazione della vita e del disperato attaccamento ad essa. Una nuova giovane e bella infermiera cercherà di comunicare con Johnny, utilizzando il suo petto a mo’ di lavagna: ne seguirà una gioia inaudita per il mutilato Joe che ricevuti gli auguri di Natale otterrà non solo la prima comunicazione con l’esterno ma anche un punto di riferimento temporale che gli permetterà una parziale riappropriazione del tempo e dunque di una realtà che sembrava fino allora confondersi e sfumare nel sogno.
Una provvidenziale reminescenza porterà quindi Johnny a completare quella che poco tempo prima era solo un’utopia: farsi capire ed comunicare il proprio stato d’animo. Utilizzando il codice Morse, Joe inizia a muovere il collo e la testa; per intercessione dell’infermiera, viene convocata un’equipe militare, uno di essi è in grado di tradurre: Johnny vuole essere portato fuori, come un fenomeno da baraccone implora di essere esposto e portato in giro per il mondo: è il suo ultimo modo per sentirsi vivo.
Qui la denuncia di Trumbo diviene forse accanimento verso l’ottusità e la mancanza di umanità delle autorità militari. Un climax terrificante: l’alto ufficiale responsabile non si limita a negare quanto richiesto dal paziente (esporre un tronco umano sarebbe un harakiri per l’istituzione che rappresenta), ma gli somministra un sedativo accusandolo di essere sconvolto e fuori di sé. Represso brutalmente l’estremo tentativo di comunicare, Johnny rifiuta di trasmettere il proprio nome (perché quello non è Johnny ma una qualsiasi delle centinaia di migliaia di vittime della guerra) e continuando senza sosta a muovere il collo istericamente ripete come un mantra: uccidetemi!
Da qui l’ultima agghiacciante trovata: usciti tutti l’empatica infermiera staccherà il tubo che tiene in vita (?) Johnny e, quando l’incubo sembra finito, farà il suo ingresso nella stanza l’odioso ufficiale della scena precedente, repentino nel riallacciare il tubo e cacciare la donna. La disperazione è qui portata al parossismo.
Il ritorno alla vita di Johnny è peggiore di qualsiasi morte.
Unico film di Trumbo alla regia. L’autore, sceneggiatore di professione, è ricordato per l’adattamento di Spartacus (Stanley Kubrick, 1960).
Regia: Dalton Trumbo.
Soggetto e Sceneggiatura: Dalton Trumbo.
Tratto da un romanzo di: Dalton Trumbo (1938).
Direttore della fotografia: Jules Brenner.
Montaggio: Millie Moore.
Interpreti principali: Timothy Bottoms, Kathy Fields, Don Barry, Marsha Hunt, Jason Robards, Donald Sutherland, Diane Varsi.
Musica originale: Jerry Fielding.
Produzione: Bruce Campbell.
Origine: Usa, 1971.
Durata: 111 minuti.
Titolo originale: “Johnny got his gun”.
Giovanbattista Arlechino, “Giambo”, aprile del 2004.
Trumbo in Lankelot
Trumbo Dalton - E Johnny prese il fucile (libro) di movida
Commenti
Ritorna Trumbo, grazie a Giambo.
Quanto mi sento in colpa. Sono 4 anni e mezzo che so di questo film e ancora niente. Vado a fustigarmi in terrazza (ma in dvd ora non mi sfugge, c'è una nuova edizione...)
"Johnny vuole essere portato fuori, come un fenomeno da baraccone implora di essere esposto e portato in giro per il mondo: è il suo ultimo modo per sentirsi vivo."
> dio mio.
è passato su sky qualche tempo fa e me lo sono perso! Ne ho sentito parlare e dopo aver letto la tua recensione credo sia proprio da cercare col lanternino e da vedere.
"Il ritorno alla vita di Johnny è peggiore di qualsiasi morte."
Eh già... che tristezza. Pensare che può essere accaduto.
Che accade.