Truffaut François

La mia droga si chiama Julie

Autore: 
Truffaut François
Amante della settima arte, della letteratura, colonna portante di una delle più grandi riviste di cinema mai ideate (i Cahiérs du Cinema), François Truffaut, uno dei maggiori rappresentanti della Nouvelle Vague, esordisce con un lungometraggio che dimostra da subito le qualità del personaggio in questione. Ancora oggi, I 400 colpi (1959) resta l’opera simbolo di un cinema e di una corrente artistico-cinematografica che ha portato lustro all’arte europea del tempo, nonché come uno dei maggiori picchi creativi di un grande cineasta, allora esordiente. La saga Doinel (della quale I 400 colpi è il capostipite), conterà ben sei lungometraggi e darà modo a Truffaut di sviluppare un personaggio la cui evoluzione (dal bimbo del primo film all’età adulta) diverrà la lente di ingrandimento con la quale il regista d’oltralpe inquadra il suo tempo, l’evoluzione di una generazione. Dopo aver realizzato una serie di brillanti opere che caratterizzano la prima parte della sua carriera (Tirate sul pianista, Jules e Jim, La calda amante, Farenheit 451, Baci rubati), il cineasta francese, con La mia droga si chiama Julie, incontra suggestioni d’oltreoceano sposando – ma solo apparentemente – un registro di genere, un noir classico. Come andremo a scoprire tra poco, La mia droga si chiama Julie (titolo originale: La sirène du Mississippi), tratto dal romanzo Waltz into Darkness (Vertigine senza fine, 1947) di Cornell Woorlich, sceglie un registro di genere ma lo porta avanti solo per metà del suo percorso, trasformando e stravolgendo il romanzo da cui trae ispirazione in dramma metacinematografico e in una riflessione sarcastica sull’ amour fou.
 
Louis Mahé (Jean-Paul Belmondo), proprietario di una fabbrica di tabacco situata in un’isola del Madagascar, ha deciso di sposare una donna, Julie, che ha conosciuto per corrispondenza e di cui possiede solamente una foto. Al momento del primo incontro, non tutto è come i due si erano raccontati per iscritto; lei ha un volto diverso (quello dell’affascinante Catherine Deneuve), lui aveva detto di essere un caporeparto, ma al contrario è il proprietario della fabbrica. La sorpresa di trovarsi di fronte un volto diverso da quello atteso non genera alcuna apprensione in Louis, Julie è decisamente più bella di come egli sapeva fosse, giustificata per l’invio della foto fasulla da un improbabile pudore nel mostrarsi per come era in realtà. Ma Louis è da subito accecato da amore e bellezza, tanto dar farsi raggirare in poco tempo, fino a al momento in cui la donna che aveva sposato sparisce con i suoi soldi. Ma la vera Julie? La sorella della donna scomparsa accorre, presentendo che qualcosa di terribile sia accaduto, visto che Julie non aveva mai dato notizie dal suo trasferimento in Madagascar. L’uomo, insieme alla sorella della vera Julie, assolda un investigatore privato per ritrovare la donna dileguatasi nel nulla; un tipo solitario, concentrato esclusivamente sul lavoro e quindi totalmente dedito alla causa. Louis, ossessionato dal ricordo intenso della donna dall’identità sconosciuta, cade in una sorta di depressione che lo costringerà in clinica. Ma qui, dopo alcuni giorni vissuti in stato semi vegetativo, avrà modo di riaversi scoprendo, alla Tv, casualmente, che la donna si nasconde in Francia e fa l’entraineuse. La trova, è venuto per ucciderla, ma si blocca improvvisamente. La ama ancora, nonostante tutto, la ama più di se stesso, la perdona dopo aver ascoltato una storia di gioventù difficile e disadattata, decide di proteggerla, di fuggire con lei. E qui il noir si fa melodramma, polizia e investigatore privato entrano solo marginalmente nella vicenda, ancorché il cerchio si stringa sempre più intorno ai due fuggitivi. Costretti in una baita, senza soldi, assediati dalla neve, avranno modo di capire fino in fondo i loro intimi sentimenti, prendendo atto di aver innescato un amore folle che oramai è senza ritorno.
 
 
A suo modo un film puro, specchio dell’intima disposizione del suo autore, La mia droga si chiama Julie è uno dei lungometraggi meno compresi dell’intera opera truffautiana. Sincero è il tentativo del regista francese di indagare l’amore senza sovrastrutture, il sentimento che si fa follia perché trova l’assolutezza del fine principe della vita sociale: corrispondersi. Amare oltre la ragione, a dispetto del denaro, del potere, del prestigio e della vita stessa. Quello di Louis è un atto d’auto-annientamento consapevole, accolto con gioia anche di fronte ad un’evidenza crudele e impietosa (il capire di essere stato avvelenato), tanto forte da penetrare un’anima, quella della sua Julie - non ne sarebbero mai esistite altre per Louis -, che porta ferite dell’infanzia e cicatrici del tempo le quali l’hanno resa arida e (quasi) insensibile. Eppure, ecco il miracolo, la determinazione ad amare del protagonista, rapito subito da una bellezza che si fa morte e vita: un’ottima ragione per vivere, un’ottima ragione per morire. Ovviamente lo spettatore che si attendeva che il giallo evolvesse secondo un canone classico può essere rimasto confuso dal rimescolamento dei generi che mette in atto Truffaut, il quale non si nega un’incursione in tutti i possibili territori narrativi: giallo, melodramma rarefatto, grottesco. La pellicola, dedicata a Jean Renoir, si articola in una serie di rimandi letterari e cinematografici. C’è citazionismo evidente, omaggio alle atmosfere e alla tecnica cinematografica di Alfred Hitchcook, gioco di cinema nel cinema. Poi c’è il tocco d’autore, il quale indugia su alcuni piani sequenza che seguono dall’alto l’evoluzione degli accadimenti, quasi sorvegliando la storia da una posizione distante, distaccata, neutrale. Distanza che è riscontrabile anche nell’ultimo quadro del film, in cui Truffaut allontana la macchina da presa per seguire i suoi protagonisti in campo lungo, fino a vederli sparire in lontananza, quasi inghiottiti dalla neve circostante. Eppure Truffaut, al di là delle scelte stilistiche, dimostra vicinanza ai suoi protagonisti, pur con toni che sono lontanissimi dal pathos classico del melodramma i quali, probabilmente, possono trarre in inganno. L’adesione alla storia da parte del regista è tutta concettuale, evidente nel voler modificare un testo preesistente in cui era facile e comodo ripercorrere la traccia di genere, fino al punto di creare una storia ex novo.
 
A dar visibilità ulteriore e pregio all’opera in questione vi è una coppia di attori che restano come veri e propri monumenti del cinema transalpino. In primis Jean-Paul Belmondo, che ricorderete certamente in molti film, tra i quali è d’obbligo ricordare Fino all’ultimo respiro di Godard, pellicola manifesto della Nouvelle Vague, e Catherine Deneuve, anche moglie del nostro Marcello Mastroianni, protagonista di un famoso film di un altro autore cinematografico che ha attraversato la Nouvelle Vague, Louis Bunuel. Proprio il paragone tra la Deneuve di Bella di giorno e quella dell’opera in questione può esser fonte di interesse: ambedue personaggi algidi, incarnano personalità assai differenti che messe a confronto e calate nel contesto narrativo che le accoglie possono risultare stridenti. Non è una vocazione della Deneuve all’algidità (per quanto è indubbio che ruoli del genere siano per lei calzanti), solo una precisa caratterizzazione voluta dai registi. Ma se la caratterizzazione di Bunuel trova congruenza con il tipo di narrazione scelta, quella di Truffaut sembra invece cozzarvi. Anche questa possibile obiezione lascia il tempo che trova, considerando l’unicità del cinema di Truffaut, il quale non cerca l’empatia immediata ma una riflessione-interiorizzazione sul (e del) testo narrativo, declinato in immagini attraverso la lente di ingrandimento più efficace, una suggestiva finestra sul mondo: il cinema. Film da riscoprire, da collocare tra le opere migliori del cineasta francese.
 

Curiosità: La versione italiana è ridotta, accorciata di venti minuti circa. L’opera letteraria, il testo dal quale La mia droga si chiama Julie trae il suo spunto, fu ripresa e riaggiornata per ricavarne un film con Antonio Banderas e Angelina Jolie. Original sin, datato 2001, regia di Michael Cristofer, non è nemmeno lontano parente della pellicola di Truffaut. Decisamente da evitare.

Regia: François Truffaut. Soggetto: tratto dal romanzo Waltz into Darkness (in Italia: Vertigine senza fine) di William Irish (pseudonimo di Cornell Woorlich). Sceneggiatura: François Truffaut. Direttore della fotografia: Denys Clerval. Scenografia: Claude Pignot.  Costumi:Yves Saint-Laurent.  Montaggio: Agnès Guillemot. Interpreti principali: Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferrière, Marcel Berbert, Yves Drouhet, Michel Bouquet, Roland Thénot. Musica originale: Antoine Duhamel. Titolo originale: “La sirène du Mississippi”. Origine: Francia / Italia 1969.  Durata: 120 minuti.


ISBN/EAN: 
00

Commenti

(non ci crederai ma l'ho visto proprio ieri sera. Sono incredibilmente fresco, che coincidenza. Aspetta che leggo dopo aver sobbalzato)

Che sincronia!

http://www.lankelot.eu/index.php?tag=truffaut includo il link per tutto il nostro archivio Truffaut! > procedo

"dramma metacinematografico e riflessione sarcastica sull?amour fou" > mi sembra una definizione chiara e condivisibile, a proposito del taglio "successivo" del film.

"ha deciso di sposare una donna, Julie, che ha conosciuto per corrispondenza e di cui possiede solamente una foto. Al momento del primo incontro, non tutto è come i due si erano raccontati per iscritto;"

> sì, e la cosa che ho pensato ieri sera è quanto ingiuste e stravaganti siano le critiche contemporanee a quei pochi che si sono serviti del web per incontrare delle persone: da che pulpito generazionale, considerando che un tempo esistevano le inserzioni e s'andava assai meno per il sottile? E' un esempio abbastanza emblematico. Non a caso è un sistema in vigore ancora oggi, credo.
Certo: adesso con webcam, foto che partono in tempo reale e via dicendo è molto più difficile che becchino cantonate. E' evoluzione:). Che paradosso. Avanzo...;)

"sentimento che si fa follia perché trova l?assolutezza del fine principe della vita sociale: corrispondersi. Amare oltre la ragione, a dispetto del denaro, del potere, del prestigio e della vita stessa" > anche qui sottoscrivo totalmente.

Splendido pezzo e grande film. Ave!

Grazie Franco, Truffaut è uno dei miei cineasti preferiti e ancora non ne avevo scritto nulla. Ma mi pare di capire che qui lo amino in molti, ancorchè sia ancora tropo poco presente in Lankelot.

La riflessione che fai sulla critica contemporanea al conoscersi attraverso il web è più che condivisibile, visto le inserzioni del tempo. Io non ne ho mai usufruito in questo senso, ma non mi sento di demonizzare chi lo fa.

Truffaut: avevamo quasi tutta la filmografia, a firma E. Campo, ma come sai non ha aderito al nuovo sito, quindi sono rimasti i miei vecchi scritti (uno a 4 mani col Degra) a proposito dei 400 e dell'Ultimo Metro. Poi abbiamo il romanzo di Jules e Jim, bellissimo, a firma Roché. Poi, volendo, varie recensioni del romanzo di Bradbury caro a Truffaut. Insomma, diversi pezzi del mosaico si trovano;)

la demonizzazione totale del web è servita eccome a difendere tv e carta stampata dalla rivoluzione dell'ipertesto. E' stato un gran bel giochetto...

ehilà, mi rallegro molto per la micidiale coincidenza. Ora non dirmi che hai sulla scrivania l'ultimo Houellebecq e un saggio di La Noce sull'E-Learning:)

No, per Houellebecq mi sono fermato a "Le particelle elementari", pertanto a conclusione della tua lettura mi dirai se vale la pena di acquistarlo. Nemmeno il saggio di La Noce è sulla scrivania, ho arretrati di Bianciardi e Mishima, saggi di Gambescia e Enzo Erra e La negligenza di Pellegrini. Troveremo consonanza con Massimo Fini, pezzo in arrivo, spero entro una settimana massimo dieci giorni (quando scrivo di saggistica mi ci vuole più tempo per elaborare il pezzo).

é vero, ora che me lo ricordi i rimandi a Truffaut nel sito ci sono (per inciso, i pezzi di Campofreda non li ho mai letti, pur sapendo che esistevano - lo so, forse c'è stato un po' di ostracismo per i motivi che tu sai), é solo che la sua cinematografia è parecchio lunga e sfaccettata;)

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