In Pensavo fosse amore invece era un calesse Troisi affronta il tema dell’amore, su cui è incentrata tutta la vicenda, l’amore che può finire, che non ha e forse non ha mai avuto storia. Non che nei suoi film precedenti il tema dell’amore fosse assente o non fosse importante, anzi era uno dei motivi ispiratori che dava forza e vitalità alla vicenda e ai personaggi, cosi come la sua mancanza toglieva la voglia e il coraggio di vivere, ma era solo uno dei tanti argomenti, non l’unico. In questo film Troisi in collaborazione con Anna Pavignano decide di trattare solo il tema dell’amore. Non si accontenta di coinvolgere solo i personaggi principali, ma anche tutti gli altri, fino alle comparse che passano per la strada e di cui si sentono i discorsi e i litigi.
“Il film è compatto, monolitico, coerente fino alla fine pur presentando un’umanità varia, tutta una casistica di situazioni e personaggi trattati con leggerezza di tocco, con divertimento e ironia”1 (M. Hochkofler , (a cura di), Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 207.).
LA TRAMA
Tommaso e Cecilia sono una giovane coppia sulla strada del matrimonio. Lui è proprietario di un ristorante di specialità di pesce, lei è proprietaria con altre persone di una libreria non molto distante dal ristorante di Tommaso. Nella prima sequenza del film vediamo Tommaso e Cecilia entrano in casa, manca la luce, lei urta un soprammobile raffigurante una coppia di ballerini che nel cadere in terra si rompe e si divide, segno questo che qualcosa si è rotto prima ancora che il racconto inizi e in cui è facile riconoscere la metafora d’avvio per un film che verte tutto sul formarsi e sullo sciogliersi della coppia.. Mentre i due sono in casa fanno l’amore e Cecilia crede di sentir pronunciare da Tommaso il nome di donna: Elena (e successivamente Raùla); un meccanismo questo della narrazione per poter innescare la gelosia di Cecilia riaprendo in lei ferite e incomprensioni, ma è anche un segnale dell’ incapacità di comunicazione, della difficoltà a incontrarsi nelle esigenze e nei desideri più intimi.
ANALISI FILMICA
Tommaso pensa che l’amore non abbia bisogno di cure ed attenzioni: entrambi non sanno e forse non vogliono trasformare ciò che sentono in comportamenti e parole che sembrano loro insignificanti e inutili. Il problema, dunque, risiede proprio qui, nell’incapacità di comunicarsi profondamente all’altro a causa della diversità dei codici usati per esprimersi: “… è lo sfinimento del linguaggio che in un territorio – quello dell’amore – così estremo non può ridare la purezza e, nello stesso tempo, la vaghezza dell’emozione…E allora con le parole si gioca, ci si nasconde, si cambia improvvisamente il piano della comunicazione, si sfugge, così, a ogni definizione”2 (A. Coluccia, (a cura di), Scusate il ritardo: il cinema di Massimo Troisi, Lindau, Torino, 1996, p. 47.).
Questo continuo sottrarsi non fa altro che portare alla solitudine, all’inesorabile isolamento interiore. Tommaso, dopo essere stato abbandonato da Cecilia a pochi giorni dal matrimonio, cerca di parlare con lei, ma trova il portone chiuso e il colloquio tra i due avviene interamente per citofono. Dunque, è il destino e anche forse la condanna del protagonista quello di non poter comunicare con la propria partner quando vorrebbe recuperare, uscire dall’inespressione e dall’afasia. Solo così, senza ricorrere alla parola, è possibile giungere a una rappresentazione pura del dolore. I corpi diventano strumenti espressivi delle emozioni, e soprattutto della sofferenza. Per Troisi amore e dolore sono indissolubilmente legati e la sofferenza, essendo inevitabile, diventa necessaria. È necessario, … saper soffrire. Questa consapevolezza è pienamente espressa da Tommaso nella scena in cui dice all’amico Amedeo: “Lasciatemi soffrire tranquillo. Chi vi chiede niente a voi? Vi ho chiesto qualcosa? No. Voglio solo soffrire bene. Mi distraete. Non mi riesco a concentra’. Con voi qua non riesco … Soffro male, soffro poco, non mi diverto. Non c’è quella bella sofferenza … ” : questa è sì una battuta riuscitissima del film ma è soprattutto il segno vitale di un quadro nuovo in cui leggere le emozioni nella nostra epoca: riuscire a soffrire bene, che cosa difficile: “Depauperati di tutto, lo stiamo diventando anche della nostra capacità vera di soffrire, di scatenare le nostre forze nascoste in un dolore forte, ricostituente, che sappia darci la forza/capacità/visione di vedere il mondo con occhi ‘nuovi’, diversi”3(F. Chiacchiari, L’ora del vero sentire, “Cineforum”, n.7-8, luglio-agosto, 1992, p. 42.).
La sofferenza più grande nasce, comunque, dall’assenza di riferimenti e di definizioni: Tommaso va controcorrente, vive nel caos e rifiutandosi di prendere posizioni precise fa soffrire tutti quanti gli ruotano intorno; i personaggi interpretati da Troisi vivono sempre con lo sguardo rivolto al passato o spinto verso il futuro, a disagio nel presente che non sembra corrispondere alle loro confuse aspettative. In questa mancanza di chiarezza, di obiettivi precisi, si fa strada quello spazio libero che è la vita.
Nella prima parte del film Tommaso è addirittura pronto a sposarsi: è uno che, in quanto più le cose vanno male, più secondo lui ci si mette insieme, ci si sposa, si fanno figli, e poi quando è troppo tardi per tornare indietro si è ormai vecchi, ed entra in gioco la reciproca sopportazione. Tommaso è un ‘anti-istituzionale’, è uno che non teorizza niente e che non da nulla per scontato, in quanto con il passare del tempo, si renderà conto che solo il celibato (e forse visto che non si può dare nulla per scontato, neanche quello) è una scelta sensata; e inoltre l’amore come una battaglia da condurre contro coloro che si innamorano, che cambiano e che appaiono come dei tipi in gamba agli occhi degli altri, e contro se stessi, cui il gelo e la pigrizia dei sentimenti, ha interdetto la percezioni e la capacità di provare, comunicare ed esprimere degli affetti. Il personaggio di Tommaso “come un marziano, si stupisce e si vergogna delle abitudini, dei gusti e dei sentimenti degli umani … Ma l’alienità di Troisi è prima di tutto napoletana e si riallaccia alla ricerca dell’essenza del naturale, intesa come paradosso annidato nel cuore di ogni cosa …”4 (A. Preziosi, Pensavo fosse amore invece era un calesse, “Segnocinema”, n.54, marzo-aprile, 1992, p. 48.).
Cecilia invece appartiene un po’ allo stereotipo della donna insoddisfatta, ha delle forti aspettative che crede possano essere accettate senza problemi dal suo uomo; e non le basta che Tommaso la ami, ma vuole essere continuamente corteggiata, coperta d’attenzioni, vuole divertirsi, ridere, giocare, uscire. Cecilia è ovviamente insoddisfatta, un po’ come lo sono tutte le donne nel cinema di Troisi. Tommaso è disattento, uno che si prende poche responsabilità, e che va poco incontro alle esigenze della coppia e soprattutto della sua donna, lasciando degli enormi buchi neri in questo rapporto. Ma a prescindere dal fatto che in un rapporto possano nascere comunque delle gelosie e dei dubbi, anche Cecilia non pone attenzione al perché non sta più bene con lui e si attacca invece alla cosa più plausibile e semplice, cioè alla gelosia, e al fatto che non si sente amata perché probabilmente lui ha un’altra: “Cecilia da sola ‘è’ la storia d’amore; Tommaso è il silenzioso senso di disfacimento e inutilità che fatalmente la accompagna, l’insoddisfazione del presente dovuta alle troppe certezze del futuro”5 (Ibidem.).
Intorno a Tommaso e Cecilia si agita tutto un mondo fatto di sentimenti, che a volte risultano essere pallide passioni a volte pallidi affetti, ovunque persiste e insiste il tentativo di definire il concetto di amore. Cecilia e Tommaso decidono di fermare il calesse e di confrontarsi, mettersi alla prova: con un uomo tenero e casto lei, con gli spasimi della gelosia lui. Dunque entra in scena Enea: è l’antagonista, l’uomo per cui Cecilia lascia definitivamente, egli è senza dubbio un uomo di esperienze, ma è un emerito imbecille, come lo sono tutti i rivali, e tutti vedono in lui ciò che in realtà non è affatto, cioè bello, ricco, interessante. Tommaso non se ne capacità e diventa geloso: egli ha sempre vissuto “ … il sentimento come abitudine, con disattenzione; scopre la ‘necessità’ attraverso la ‘mancanza’, solo allora si attivizza, si muove, piange soffre agisce ironizza e comunque comincia a vivere”6 (F.Chiacchieri, Sublimi e perversi: gli amori di Massimo Troisi e Philippe Garrel, “Cineforum”, n. 3, marzo 1992, p. 66.).
L’amore per lei viene alimentato nel momento in cui c’è il rivale, quindi se non altro per minare lui, prova a riconquistare la sua amata, e attuerà una serie di stratagemmi per recuperare l’affetto di Cecilia. Per porre fine alle sue pene d’amore Tommaso si rivolge persino ad un fattucchiera, portandole delle ciocche di capelli: qui il potere della superstizione, viene esercitato con un senso bonario e autorevole, a cui non si può comunque reagire. Il risultato è lo identico e implica il rifiuto di ascoltare le ragioni dell’altro. Postulante e oracolo si muovono su due piani diversi, tra di loro incomunicabili. Le forze occulte sembrano funzionare, e così Cecilia e Tommaso tornano insieme - e solo una volta riconquistata si ristabilisce ogni cosa e si è in grado così di capire se veramente amava lei, oppure amava l’amore o il gusto della riconquista (e alla fine si accorge che non era amore).
Tommaso riesce a riconquistare Cecilia, tutto è pronto per il matrimonio. I due sono in cucina , Tommaso è seduto guarda Cecilia muoversi, parlare, cucinare, ma attraverso il suo sguardo distaccato, comprendiamo che la donna non è più oggetto di amore e attrazione. Tommaso si alza e va a vedere qualcosa in televisione: è il solito segno di disagio, è la coscienza che la passione è finita. Lo sguardo distaccato di Troisi è come una sorta di “diaframma che si interpone tra noi e la vita … In questo sguardo non c’è soltanto la coscienza della fine di un amore ma anche quella - più profonda - della mutezza e della indecifrabilità dei nostri sentimenti. E il coraggio di affrontarla”7(A. Coluccia, op. cit., p. 49.). Arriva il giorno del loro matrimonio, ma qualcosa non sembra andare nel verso giusto. Così Tommaso, al contrario, accetta l’indicibilità del sentimento, rifiutandosi di definirlo, di costringerlo entro rigide coordinate; rifiuta il matrimonio con Cecilia ma non rinuncia a lei.
Questo film è veramente molto interessante se visto come focolaio di idee nuove riguardanti l’amore, il sentimento che da sempre visto come appiglio, baluardo di luce, illusione ma anche libertà, è qui indagato dall’ altra parte della medaglia, che è poi, una delle sue accezioni principali: quello di lotta e battaglia continua tra i due partner ma, attenzione!!, si tratta di qualcosa in più che va oltre le solite schermaglie amorose. Siamo in presenza, infatti, del classico rapporto ambivalente amore-odio, dove però l’odio non è un rafforzativo dell’amore, come spesso accade, ma un vero e proprio sentimento distaccato, che impregnato di indifferenza e distacco, viaggia su binari paralleli, ma ben poco complementari all’amore, è per questo che Tommaso-Troisi si stupisce: “Ma come, l’odio e l’abitudine non sono elementi normalmente ricorrenti nell’ amore? E allora com’è che non l’amo più?” Troisi-Tommaso non lo sa e non lo saprà mai, ma sa che è così e lo accetta. Tommaso e Cecilia hanno paura di affrontare gli obblighi della vita a due, si sentono troppo diversi per sposarsi ed essere felici.
E proprio quando sono sul punto di compiere il grande passo, Tommaso gira per le strade della città recandosi dalla fattucchiera, dove scopre che quest’ultima da mesi non lavorava sui capelli, ma solo su maglie intime e fotografie. Tommaso prende coscienza del fatto di non amare più Cecilia: non trova il coraggio di presentarsi in chiesa, e tramite un bambino manda un biglietto a Cecilia in cui le da appuntamento in un bar vicino, dove i due perfettamente in abiti da cerimonia, tornano a parlarsi, con parole nuove, dove tutto è ancora rimesso in amorosa discussione: l’incontro calmo, tranquillo, quasi ‘casuale’ , sembra riconciliare i personaggi con sé stessi e con il mondo: dopo le molteplici avversità, del burrascoso amore, dell’ insopportabile sofferenza, della difficile riconquista, Tommaso finalmente riesce a riappropriarsi del proprio equilibrio solo riscoprendosi libero, e naturalmente pronto a ricominciare tutto daccapo. In Pensavo fosse amore invece era un calesse l’oggetto del ragionare è il matrimonio, aborrito e dato per scontato, sfiorato raggirato e infine evitato con un salvataggio in extremis che è un po’ un lieto fine al contrario.
In questo film, molto più triste, ma sempre divertente quanto i precedenti, Massimo Troisi conduce una vera e propria ricerca sui sentimenti. Nelle cinematografie moderne Troisi ha avuto degli illustrissimi compagni di viaggio che si sono mossi nella sua stessa direzione: primo fra tutti François Truffaut con Il romanzo dei sentimenti, Ranier Werner Fassbinder con la critica del sociale e Pedro Almodovar con i suoi film pieni d’amore, sesso, follie, morte e, soprattutto, di rovesciamento di ogni tipo di convenzione.
Dunque, nel caso di Pensavo fosse amore invece era un calesse, non si tratta del solito film incentrato su una storia d’amore: è un film sull’amore. Per amore si cerca di uccidere, come farà la sorella di Amedeo nei confronti Tommaso, avvelenandogli il caffè; per amore si cerca il suicidio, a cui anela Tommaso, mentre Amedeo cerca, nella sua visione cosmica dell’amore, ma anche lui finirà tra le braccia di una donna bionda invadente, risata meccanica e voce squillante, di dissuadere l’amico: “… tutto è amore, tutto è sentimento. Ogni personaggio ne è coinvolto totalmente, non esiste altro. C’è solo l’amore, e la sua, attuale, impossibilità e necessità”10 (F. Chiacchiari, Sublimi e perversi: gli amori di Massimo Troisi e Philippe Garrel, “Cineforum”, n. 3, marzo 1992, p. 66.).
È un film dove si disquisisce sul sentimento facendone un’analisi ed approfondendo il discorso sull’incomunicabilità della coppia e la difficoltà di costruire un rapporto stabile e duraturo tra un uomo e una donna. È un film molto intimista e autobiografico, ed esprime tutto il disappunto e l’insoddisfazione di Massimo Troisi. Perché l’amore si trasforma in calesse? È una domanda che molti si sono posti. Troisi chiarisce tale interrogativo dicendo che per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute, poteva essere usato un qualsiasi altro oggetto , una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all’amore spirituale che non c’è più. L’amore, per Massimo Troisi è complesso e difficile da gestire, notissima è la sua frase: “ … secondo me un uomo ed una donna sono le persone meno adatte a sposarsi … ”. Con questo film Troisi ha dato finalmente forma ad un’idea che aveva in mente da un po’ di tempo: fare un film che parlasse solo d’amore. Ma se nei suoi precedenti film i sentimenti costituivano una parte centrale, in questo film, il tema diventa quasi monografico: è proprio un saggio sui sentimenti così come sono vissuti ai giorni nostri: “ … l’impossibilità non solo del matrimonio (quello tra Tommaso e Cecilia e quello Tra Cecilia ed Enea), non solo della coppia (gli amanti giovani della madre di Cecilia, le coppie che si sfaldano e si ‘mischiano’, l’incapacità di Tommaso a innamorarsi di nuovo), ma forse addirittura dello stesso ‘parlare d’amore’ (l’afasia culturale di Amedeo alle prese con la sua Enciclopedia ed affossatosi alla parola amore)”11 (F. Chiacchieri, D.Salvi, op.cit., p. 96.). In questo film, rispetto ai suoi precedenti, Troisi si espone, si mette più a nudo, parla maggiormente di sé, filosofeggiando con scetticismo e pregnanza sull’insondabile mondo dei sentimenti. E proprio parlando di sentimenti, oltre alla gelosia che cecilia prova nei confronti di Tommaso, un altro sentimento che risulta essere molto forte in questo film come in altri di Troisi è l’amicizia, che risulta essere nucleare, quasi bastasse avere un amico e nulla più. Contrariamente agli altri amici che facevano coppia con Troisi nei suoi film precedenti, Lello di Ricomincio da tre, Tonino di Scusate il ritardo, Saverio di Non ci resta che piangere e Orlando di Le vie del Signore sono finite, il suo amico in questo film è Amedeo, che risulta essere quasi una replica caricaturata di Tommaso/Troisi, in quanto sta lavorando a delle dispense sui sentimenti e si ritrova nell’impossibilità di non riuscire a trovare una definizione per l’amore, qualcosa che sia in grado di spiegare cosa sia; ma sarà lui ad essere scovato da tale sentimento, che viene vissuto quale evento ineluttabile.
ANALISI TECNICA
Nuova scoperta del cinema italiano, Francesca Neri, è in grado di mostrare le sue valenti doti attoriali: “Un corpo e un volto che lottano sullo schermo, dentro l’inquadratura, a contatto con Troisi o dentro gli spazi … Un corpo e un volto eccezionale [nel momento di evidente impaccio nel negozio di sua madre, in quel suo modo artificiale, esposto, teso di mettersi a chiedere ‘aiuto’]. Un corpo ‘ingombrante’ e manifico che sparisce , nell’ultima inquadratura, insieme a quello di Troisi”8 (G. Gariazzo, Pensavo fosse amore invece era un calesse di Massimo Troisi, “Cineforum”, n.3, marzo 1992, p. 65.).
Una scena particolarmente riuscita è tra le ultime: quando Cecilia, per arrivare al bar, attraversa alcune strade affollate di Napoli, con indosso l’abito nuziale, e vediamo come in una manciata di secondi il personaggio acquisti nuovo spessore, come riesca a mostrare i muscoli e la carne della donna ferita. Il suo stato d’animo è perfettamente rappresentato e Cecilia mostra esattamente le caratteristiche predominanti di un certo modo di essere donne e, come tali agire, comportarsi, soffrire. Guardando queste immagini per un attimo dimentichiamo che si tratti di un film di Troisi, nel senso che in questi pochi minuti non cerchiamo ostinatamente il suo corpo, i sui gesti, la sua mimica, la sua comicità, ma veniamo letteralmente dominati dall’immagine in tutta la sua potenza. Cosa ha voluto dire Troisi con certe inquadrature, certi movimenti di macchina, con questo modo tutto suo di fare cinema? Non si sa esattamente, è come se il regista stesse saggiando le potenzialità espressive del mezzo, e lo dimostra il fatto stesso di realizzare un film incentrato solo sull’unico tema dell’amore. Nell’analisi dell’amore Troisi puntualizza ed indaga ma non dà soluzioni definitive: al contrario, vive nell’alternativo e nell’eventualità di ogni cosa. “Ciò che bisogna fuggire è la ‘definizione’: ‘definire’ il significato della parola, ‘definire’ il proprio rapporto col partner, ‘definire’ il sentimento, inchiodarlo o chiuderlo per sempre ad un senso d’interpretazione. Ma da quest’assenza di definizione che nasce la sofferenza e, al contempo, l’indefinito e continuo piacere”9 (F. Chiacchieri, D.Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, pp. 109-110.).
La recitazione troisiana trova maggior realizzazione soprattutto nella mimica facciale e anche nel linguaggio, smozzicato come sempre è ancora più divertente ed incomprensibile del solito, visto che addirittura, fa nascere delle incomprensioni tra lui e la sua fidanzata. Troisi, dopo dieci anni, si pone “in campo ancora una volta con tutto il suo corpo genialmente espressivo e con una recitazione più ‘attoriale’ senza dimenticare la potenza di quella comunicazione immediata che è la cifra stilistica del suo proporsi”12 (G. Gariazzo, op.cit., p.64.). Troisi sembra quasi rispolverare le vecchie maschere comiche care al teatro esibendosi in piccoli sketch all’interno del film. In effetti, quasi tutti i Nuovi Comicihanno riproposto nei loro film, naturalmente in veste ampliata, riveduta e corretta, dei concetti e delle situazioni già raccontati in teatro o al cabaret. Inoltre, le tecniche del film sono nettamente migliorate dalla produzione precedente, e Pensavo fosse amore invece era un calesse è forse tra i lavori più maturi di Troisi e si differenzia dai primi film in cui il tipo di regia era molto più statico. La maturazione tecnica del regista è molto evidente: ci sono molti più movimenti di macchina, riprese in movimento e dall’alto, carrellate, alternanze di primi piani stretti sui personaggi desiderati e perfino zoomate. La carrellata più interessante è quella finale, quando abbiamo lui nel bar che attende lei. Si tratta di una carrellata rotatoria, quasi a sorpresa: sappiamo benissimo chi c’è dietro l’angolo, ma diciamo a noi stessi ugualmente, chi sarà? Troisi, come al solito, anche in questo film punta molto sulla parola, come se parlare tanto servisse più dei silenzi per capire ed aggiustare le cose. Le loro voci sul gioco del disdire continuano a conversare: “Ancora lacerazioni, sospensioni formali, tensioni inattese, frammenti di dialogo, effetto-surreale … e straniante … lo sguardo di Troisi regista sottrae allo sguardo dello spettatore i corpi degli amanti … [la macchina da presa compie un movimento all’indietro fino a non inquadrarli più, e mostrando il bar deserto, contrariamente a prima che era affollato] … Restano le voci e appunto quel dialogo ‘assurdo’ e lucidissimo”13 (G. Gariazzo, op.cit., p.65.). Il penultimo film di Massimo Troisi contiene una bella storia veritiera, momenti tecnici molto precisi ed una scrittura filmica senza dubbio più matura delle precedenti.
Pensavo fosse amore invece era un calesse “…è uno strano film, settecentesco e ‘postdodecafonico’ insieme, tutto ritmato sulle musiche di Pino Daniele… Troisi dichiara che è quasi un film di fantascienza… osserva l’amore e i suoi adepti come alieni dagli strani comportamenti, con lo stesso distacco con cui si studiano i soggetti da laboratorio sotto una lenta di ingrandimento”14 (M. Hochkofler , op. cit., pp. 208-209.).
Conquesto film Massimo Troisi è tornato alla regia dopo quattro anni di assenza.
Il film è qualcosa di più di una brillante commedia comica: è un piccolo racconto morale, che alterna momenti di stanchezza narrativa a momenti di comicità irresistibile e di impagabile filosofia. Una frase che trovo estremamente vera ed è tratta dal libro di Chiacchiari e Salvi, è quella che dice: Troisi si trova con la macchina da presa ed il cervello piazzati all’altezza del cuore. Ed è proprio cosi, tutti (o quasi) gli aspetti della vita, anche nella finzione, prima scenica e poi cinematografica, sono sempre stati indagati da Massimo Troisi con il cuore, più che con l’anima e il cervello; non c’è altro da aggiungere, Troisi è proprio il comico dei sentimenti. Ad ogni modo, il Troisi uomo cosi come il Troisi registra, finge di dominare i sentimenti; ma in realtà, come tutti, li subisce. A volte cerca, nei film, di dimostrare che la ragione può prevalere, ma invece salta subito fuori che il cuore, lo stomaco, la pancia hanno la meglio e che l’intelletto serve più a placare il dolore e l’eccitazione che a modificarlo.
Regia: Massimo Troisi.
Soggetto e Sceneggiatura: Massimo Troisi e Anna Pavignano.
Direttore della fotografia: Camillo Buzzoni.
Montaggio: Angelo Nicolini.
Interpreti principali: Massimo Troisi (Tommaso), Francesca Neri (Cecilia), Marco Messeri (Enea), Angelo Orlando (Amedeo).
Musica originale: Pino Daniele.
Scenografia: Francesco Frigeri.
Costumi: Cristiana Lafayette.
Produzione: G. Daniele, e M. e V. Cecchi Gori per Esterno Mediterraneo Film - Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica (Roma).
Origine: Italia, 1991.
Durata: 102 minuti.
Commenti
"Nelle cinematografie moderne Troisi ha avuto degli illustrissimi compagni di viaggio che si sono mossi nella sua stessa direzione: primo fra tutti François Truffaut con Il romanzo dei sentimenti, Ranier Werner Fassbinder con la critica del sociale e Pedro Almodovar con i suoi film pieni d?amore, sesso, follie, morte e, soprattutto, di rovesciamento di ogni tipo di convenzione."
> Ti segnalo:
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=Truffaut
e naturalmente
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=Almodovar
"La recitazione troisiana trova maggior realizzazione soprattutto nella mimica facciale e anche nel linguaggio, smozzicato come sempre è ancora più divertente ed incomprensibile del solito, visto che addirittura, fa nascere delle incomprensioni tra lui e la sua fidanzata."
> il genio dei borborigmi.
"Ad ogni modo, il Troisi uomo cosi come il Troisi registra, finge di dominare i sentimenti; ma in realtà, come tutti, li subisce. A volte cerca, nei film, di dimostrare che la ragione può prevalere, ma invece salta subito fuori che il cuore, lo stomaco, la pancia hanno la meglio"
> visione tanto romantica quanto poco vera. Ogni volta che ci illudiamo possa essere così ci ritroviamo spiazzati dalla condotta di qualcuno che conosciamo bene, o credevamo di conoscere bene. Ma è una lettura di stomaco o di cuore, la tua, in questo caso; quindi va bene così. Semmai può essere segno di debolezza mostrare un tentativo di controllo andato male, e non può (purtroppo?) essere universalizzato.
Raro che il cuore comandi. Quanto sarebbe diversa la società? Anche storicamente, dico. Quanto sarebbero state diverse le varie società occidentali?
Posso dire una cosa prima di passare ai commenti? Ma non si poteva sintetizzare un po'? :)))
"Questo film è veramente molto interessante se visto come focolaio di idee nuove riguardanti l?amore" : idee nuove? ma lo sai quanta gente c'è che trascina fidanzamenti eterni e quando non ne può più......... si sposa???? :))
"In questo film, rispetto ai suoi precedenti, Troisi si espone, si mette più a nudo, parla maggiormente di sé, filosofeggiando con scetticismo e pregnanza sull?insondabile mondo dei sentimenti. E proprio parlando di sentimenti, oltre alla gelosia che cecilia prova nei confronti di Tommaso, un altro sentimento che risulta essere molto forte in questo film come in altri di Troisi è l?amicizia, che risulta essere nucleare, quasi bastasse avere un amico e nulla più"
Questo invece è molto vero (ho visto tutti i film di Troisi, quindi posso confermare).
"Nell?analisi dell?amore Troisi puntualizza ed indaga ma non dà soluzioni definitive: al contrario, vive nell?alternativo e nell?eventualità di ogni cosa."
E anche qui, ragionissima.
***
A margine: non so di che zona d'Italia tu sia, ma per noi del Nord spesso Troisi risulta particolarmente difficile da capire negli accenti e nella cadenza. Un punto a favore di questo film è anche una maggiore "chiarezza linguistica" (rispetto ad esempio al bellissimo "Non ci resta che piangere" dove di alcuni dialoghi con Benigni - il film l'ho rivisto all'infinito - resta proprio solo Benigni).
Ciao,
impossibile sintetizzare l'opera di Massimo,
impossibile sintetizzarlo ancor più in quanto più che recensioni queste sono elaborati estratti dalla mia tesi di laurea.
Una curiosità per molti è che proprio per l'uscita di questo film Massimo girò un trailer dove alla fine presentava il film nelle sale parlando in veneto...proprio per far capire alla gente del nord che aveva difficoltà a comprenderlo :D
In "Non ci resta che piangere" non resta solo Benigni, se non nel caso in cui il toscano forse a orecchie nordiche sembrerebbe più comprensibile..in quanto a interpretazione e presenza scenica e in quanto a comicità credo che tra Troisi e Benigni non prevalga nessuno, anzi sono in perfetta armonia e sintonia!
Per le mie note biografiche o appartenenza geografica rimando al mio profilo :D
Non mi sono spiegata bene, forse.
La nota linguistica non richiedeva che tu mi dicessi di dove sei (l'avevo... come dire? intuito!), era semplicemente un appunto a un limite innegabile nella visione di alcuni film per persone non abituate alle cadenze e alla pronuncia del Sud. Punto, e nessuna polemica: ovvio che quando dico che "resta solo Benigni" in questo contesto, intendo proprio dal punto di vista dei dialoghi, ché Troisi era un grande anche solo con la mimica.
Quanto alla sintesi, internet non è la carta e si fa più fatica a leggere cose molto lunghe. Poi ovviamente uno è libero di fare come crede, ci mancherebbe...
Ciao,
non avevo alcuna intenzione di polemizzare...
era solo una semplice risposta al commento!
In quanto alla brevità dei testi su internet è un semplice punto di
vista, come tu sottolinei "ognuno fa come crede"...
per quanto riguarda Massimo,
mi sono laureato con una tesi su di lui perchè volevo approfondire la sua figura umana e professionale, cosa che dalla brevità dei testi reperibili su internet raramente si potrebbe ottenere...
per questo mi sono immerso nella ricerca di articoli su riviste dell'epoca dell'uscita dei film, articoli a cui difficilmente tutti possono accedere e che non tutti possono avere la fortuna di leggere!
Il mio intento è proprio quello di riportare qui tutto ciò che sono riuscito a scoprire su Massimo Troisi Uomo-Regista-Attore, tutto ciò che è scritto su pagine non diffuse e che qui tutti gli amanti di Massimo possono trovare!
Se volevo essere sintetico tanto vale non scrivere nulla no? :D
Questo è il mio punto di vista, fate voi!