Troisi Massimo

Morto Troisi, Viva Troisi

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Troisi Massimo


Morto Troisi, Viva Troisi risale ai primi Anni ‘80, successivamente al successo di Ricomincio da tre, quando in Italia esplode il boom dei Nuovi Comici. Infatti, in quel periodo, oltre a Troisi, ci saranno Verdone, Moretti, Abatantuono, Nuti e molti altri a realizzare film divertenti, a volte destinati al mercato dell’home-video, ma che comunque stravolgeranno le classifiche degli incassi.
 
Così Raitre realizza una serie televisiva dal nome Che fai … ridi?!, in cui ogni puntata è dedicata alla biografia di uno di questi attori. Massimo Troisi all’inizio non si mostrò molto interessato a realizzare questa sorta di documentario autobiografico, soprattutto perché, avendo fatto un solo film, la cosa gli appariva alquanto esagerata e prematura. Avendo, però, ricevuto carta bianca nella realizzazione del progetto, pensò allora di mettere in piedi un’idea a cui da un po’ di tempo si stava interessando: quella di fingersi morto e di raccontare a posteriori la propria vicenda. Troisi immagina che la sua improvvisa e prematura morte possa provocare sbigottimento e incredulità.
 
Realizzato appunto per la televisione e trasmesso il 21 gennaio 1982, Morto Troisi, Viva Troisi, vuole essere un gesto scaramantico e liberatorio, oltre che una scelta poetica, uno scherzo rivolto a coloro che si aspettano da Troisi una storia tutta da ridere, seguendo la falsariga del suo film precedente. Con questo film Troisi cerca di liberarsi dal peso del suo improvviso successo teatrale e cinematografico, e della paura che questo possa esaurirsi precocemente, della eccessiva popolarità e notorietà a cui non è ancora molto abituato: questo film è il frutto del distacco di Troisi che mette in discussione se stesso e la possibilità, data per scontata, di poter vivere a lungo anche in senso artistico, ed escogita una trovata che gli permette di contemplarsi e di essere spettatore addirittura della propria morte. In Morto Troisi, Viva Troisi ritorna una caratteristica tipica di tutti i film troisiani: la maledizione del corpo.
C’è questo corpo ancora una volta troppo presente, anche se qui non si tratta di un corpo spumeggiante e vitale come al solito, ma di un corpo, inerme, morto, senza vita che Troisi indaga dal di fuori come se non fosse il suo: la morte è la figura strutturante del discorso filmico, che, almeno apparentemente però, non è sentita e né vista in modo tragico, ma è un pretesto per riflettere su quest’evento naturale e, forse, addirittura per riderne su con gli amici.
Troisi racconta così questa situazione grottesca, con un film che potremmo definire un film di montaggio, una sorta di documentario, dal momento che è composto da una serie di frammenti tratti da spezzoni di repertorio, apparizioni televisive, spezzoni di film, interpretazioni teatrali e da interviste televisive incastrati tra loro, in cui i suoi amici e colleghi, in una girandola di dichiarazioni, parlano di lui in maniera molto strana. Troisi, generalmente, come autore è molto autorappresentativo, ma in questo corto non si celebra e al contrario crea tutta una serie di situazioni con personaggi che parlano male di lui, amici che appartengono quasi tutti alla schiera dei ‘Nuovi Comici’: ci sono Carlo Verdone, Maurizio Nichetti, Renzo Arbore, tra gli altri, e Roberto Benigni, che interpreta un finto napoletano e Lello Arena che interpreta un angelo custode. E infine riunisce tutti in una casa di riposo, una sorta di ospizio per artisti, concessa e dedicata a loro dallo stesso Troisi. Il cineasta ha saputo ironizzare e mettere in discussione sé stesso e tutta la generazione dei Nuovi Comici, mettendo soprattutto in evidenza quanto il futuro della comicità sia indirizzato verso una situazione di decadenza ed un processo di demitizzazione.
Nella prima scena è visibile la camera ardente in cui c’è Troisi morto, adagiato su una bara ed attorniato dagli amici che gli danno l’ultimo saluto, che sono lì per testimoniare il proprio cordoglio. La scena di apertura è commentata da una voce off, ‘da documentario’, che la descrive asetticamente inserendo uno alla volta tutta una serie di flashback: premi, apparizioni TV, interviste e spezzoni di film e le lunghe divagazioni con Pippo Baudo aiutano ad arricchire il ritratto perché attingono dalla vita privata dove l’attore ha trovato i primi materiali su cui esercitare la sua verve comica. Aleggia in questo film, forse in modo un po’ latente, un enorme senso di grottesco e provocatorio. Ma il tono di questa provocazione è, però, assolutamente distante da ogni sorta di forma auto-celebrativa, nonostante il risaputo narcisismo autorappresentativo che è costantemente presente un po’ in tutto quanto il cinema di Troisi. Massimo Troisi, parlando di sé e della propria morte, rivoluziona un certo tipo di narrazione filmica ed introduce elementi grotteschi, ironici, perturbanti e perturbatori dell’insieme, nonostante il loro bisogno di esserci per creare una struttura organica. Questi elementi possono essere identificati nel Lello Arena finto angelo custode o nel Benigni che parla male ed in maniera piuttosto irriverente del morto.
 
Inoltre c’è una piccola diavoleria operata dallo stesso Troisi, che ha mescolato, per la realizzazione del corto, materiale autentico con materiale costruito, assemblando il tutto in una forma di fiction, di irrealtà nella realtà, parodiando le interviste e creando difficoltà nel riconoscere il vero dal falso; ed infatti Troisi ironizza con il mezzo televisivo, ma in questo modo vuole anche lanciare allo spettatore un messaggio molto chiaro, cioè quello di non credere a tutto ciò che gli viene fatto vedere, perché non tutto è vero. La parte centrale del film è costruita attraverso una serie di interviste montate tra loro, una fatta ad un amico di infanzia, Gennarino-Benigni, che si lascia andare ad una serie di sfoghi e affermazioni insultanti, parlando attraverso un vetro smerigliato perché teme lo riconosca la famiglia di Troisi; e poi un’intervista al suo angelo custode interpretato da Lello Arena, che con indosso un berretto da posteggiatore abusivo (con su scritto Custode), le ali, una spadina a fiamma tra le mani, una lunga veste bianca da cui spuntano i piedi nudi, sorretto a mezz’aria da un cavo, si rifiuta di parlare di questa morte, confermando che non si poteva fare nulla per evitarla: “Il corpo degli ‘altri’, presente, introduce, subito uno sdoppiamento e moltiplicazione dei punti di vista: è Troisi che mette in scena, è Troisi ciò di cui si parla, ma non è Troisi che parla, anzi il suo corpo è morto ed è proprio un altro corpo, un altro attore, a parlarne, con la sua propria differente comicità1(E. Ghezzi, Morto Troisi, viva Troisi,“Scena”, n.3, marzo1982, p. 53).
 
Tra le varie interviste parodiate e le sue battute, il massimo della comicità Troisi la raggiunge in un’altra intervista anch’essa parodiata, e con la quale il film si conclude, relativa al periodo in cui tutti chiedevano a Troisi opinioni su tutto: qui in particolare abbiamo l’intervistatore che domanda a Troisi, prima ancora che qualcosa potesse lasciar preludere la sua morte, cosa ne pensa della crisi del cinema italiano, e Massimo tentando di abbozzare un risposta cerca anche di evitare di rispondere lamentandosi per ogni tipo di malanni, dolori, che lo colgono all’improvviso in diverse parti del corpo, all’occhio, al fianco. Malesseri immaginari questi che sembrano essere forieri di quella morte inscenata all’inizio del film. Troisi ha deciso così di sfogare tutta la sua ipocondria all’insegna della trasparenza, ipocondria che ritornerà in scena nel suo film successivo, Scusate il ritardo, dove il protagonista Vincenzo soffre di malattie immaginarie. In questa ultima intervista, ovviamente inscenata per l’occasione, “ … Troisi è totalmente alle prese con la propria ‘malattia’, neanche troppo metaforica parodia dell’ossessività con la quale i mass media si inseriscono nella vita della gente, ignorandone e ciecamente non vedendone i problemi ‘reali’2(F. Chiacchieri, D.Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 55).
Un’altra scena che merita di essere citata per la sua incontenibile comicità è quella in cui Troisi, vestito da manovale generico su un ipotetico set cinematografico in cui sta lavorando il suo amico Lello Arena, si accorge che la telecamera è rimasta accesa e posizionandosi di fronte ad essa si rivolge all’allora presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, (comunicandogli che non è stata la sua famiglia a rubare i soldi del terremoto del Belice) dando il meglio di sé in un monologo di una comicità straordinaria: questa scena rappresenta un “momento privilegiato in cui si recupera la pienezza delle capacità comiche di Troisi, il suo originalissimo procedere spezzettato e quasi balbettato … il suo ‘offrirsi e ritrarsi’ caratteristico, per il resto riprodotto… dall’uso frammentato dello specifico televisivo3(E. Ghezzi, Morto Troisi, viva Troisi,“Scena”, n. 3, marzo1982, p. 54).
 
Ancora una volta Troisi mette in scena il suo stato d’animo, fa di se stesso materia di racconto, ritiene che sia troppo prematuro parlare di sé e della sua vita dopo neanche tre anni, attraverso affermazioni di amici e parenti che lodino e raccontino i suoi successi; così preferisce inscenare la sua morte, anche per dare agli altri maggiore libertà nel parlare liberamente, moltiplicando i punti di vista su se stesso: “E allora la morte, diviene un ‘luogo’ terminale dove davvero tutto è possibile, che permette di dire tutto; gli altri diventano la coscienza (auto)critica di Troisi, ironica presenza a smussare e rovesciare il ‘pietismo’ tipico dei programmi rievocatori4(F. Chiacchieri, D.Salvi, op. cit., p. 53).
 
Morto Troisi, viva Troisi è rimasto quasi sconosciuto al grande pubblico, ma è evidente che dopo il successo di Ricomincio da tre non poteva essere altrimenti, anche perché, come ho gia detto, non si tratta di un vero e proprio film, destinato alle sale cinematografiche, ma di un corto, una sorta di documentario artistico televisivo, in cui si parla della vita, e si indaga sulla vita di Massimo Troisi. Tutti i registi hanno sempre cominciato ad avvicinarsi e ad entrare nel cinema realizzando dei cortometraggi, considerati come palestra per la regia vera e propria, ma Troisi aveva già realizzato un film e quindi ha sfruttato questa opportunità non per farsi notare, ma per parlare di un argomento per lui molto rilevante. Si è limitato ad usare la morte come stratagemma, la TV come mezzo, a far parlare gli altri di sé a mescolare verità e bugie e, non ultima cosa, a prendere in giro la critica e gli attori. Tutto sommato possiamo dire che è riuscito a fare, una volta tanto, cosa estremamente rara negli ultimi anni, un buon prodotto destinato alla televisione.
 
Salvatore Gervasi, luglio 2005. Prima pubb: Lankelot.com
 
Regia: Massimo Troisi.
Soggetto: Massimo Troisi con la collaborazione di Lello Arena e Anna Pavignano. A cura di Enzo Marchetti.
Luci e Riprese: Enzo Bisonti.
Montaggio: Maria Pia Cesarani Costantini.
Interpreti principali: Massimo Troisi, Lello Arena, Roberto Benigni, Carlo Verdone, Maurizio Nichetti, Gianni Boncompagni, Renzo Arbore, Rosanna Vaudetti.
Voce intervistatore: Nico Rienzi.
Produzione: Rai 3.
Origine: Italia, 1982.
Durata: 60 minuti.
 

ISBN/EAN: 
00

Commenti

"Infatti, in quel periodo, oltre a Troisi, ci saranno Verdone, Moretti, Abatantuono, Nuti e molti altri a realizzare film divertenti, a volte destinati al mercato dell?home-video"

> è strano davvero leggere il nome di Moretti tra quello di Verdone e di Abatantuono (!), soprattutto considerando l'Abatantuono dell'epoca. Ti riferisci ovviamente al solo "Ecce Bombo", immagino.

"la morte è la figura strutturante del discorso filmico, che, almeno apparentemente però, non è sentita e né vista in modo tragico, ma è un pretesto per riflettere su quest?evento naturale e, forse, addirittura per riderne su con gli amici."

> mi viene in mente un film del quale conservo un ricordo vago, sempre direi anni Ottanta. "Maccheroni". Possibile? 'spetta che verifico.
A proposito di allegoria o rappresentazione della morte:
http://italian.imdb.com/title/tt0089529/

uscì 3 anni dopo.

"schiera dei ?Nuovi Comici?: ci sono Carlo Verdone, Maurizio Nichetti, Renzo Arbore, tra gli altri, e Roberto Benigni"

> Nichetti è quello meno ricordato dalla critica, web e non solo. Da queste parti c'è un gran pezzo di Luca Martello, qui:
http://www.lankelot.eu/?p=346
dai un'occhiata

"Troisi ha deciso così di sfogare tutta la sua ipocondria all?insegna della trasparenza, ipocondria che ritornerà in scena nel suo film successivo, Scusate il ritardo, dove il protagonista Vincenzo soffre di malattie immaginarie"

> probabilmente l'ipocondria è il comun denominatore con qualche episodio di Moretti (sebbene si rivelasse poi ampiamente giustificata)

"Si è limitato ad usare la morte come stratagemma, la TV come mezzo, a far parlare gli altri di sé a mescolare verità e bugie e, non ultima cosa, a prendere in giro la critica e gli attori. Tutto sommato possiamo dire che è riuscito a fare, una volta tanto, cosa estremamente rara negli ultimi anni, un buon prodotto destinato alla televisione."

> Peccato che non ne abbia più memoria, e che pur volendo vederlo adesso non potrei, in dvd non sembra esistere...

Ciao G.
purtroppo il "docufiction" di cui abbiamo parlato qui non è facilmente reperibile in commercio! E' possibile trovarlo e vederlo nelle cineteche delle varie università che contemplino una sezione dedicata al cinema oppure nelle cineteche della R.A.I. o ancora su Fuori Orario di Ghezzi magari alle 5.00 del mattino :D

Sì, in quel periodo nacquero i "nuovi comici"...Moretti è stato considerato tale proprio per l'esperienza autoproduttiva e indipendente di "Ecce Bombo" nonchè per le tematiche affrontate con un certo umorismo: "il giovane nella società e nella cultura dell'epoca" ...
Nichetti considerato meno degli altri, non so bene per quale motivo, se per la matrice fumettistica che sottende ai suoi film oppure per la sua comicità sottilmente mutuata dalla tecnica slapstick di Buster Keaton o LLoyd, magari poco apprezzata dallo spettatore cinematografico moderno!

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