Troisi Massimo

Le vie del Signore sono finite

Autore: 
Troisi Massimo


In questa sua quarta prova filmica Massimo Troisi sente il bisogno di crescere, di cimentarsi in qualche cosa di più impegnativo, così spinto da questa esigenza tenta, con la collaborazione di Anna Pavignano, di raccontare la Storia con la lettera maiuscola, perché ambienta il film alla metà degli anni venti, dove i personaggi si moltiplicano e le vicende del protagonista si intrecciano con molte altre. Anche la sceneggiatura del film risulta essere più articolata e rigorosa rispetto alle sceneggiature dei suoi film precedenti, questo grazie anche all’apporto degli studi psicologici della Pavignano e non meno dall’esperienza della malattia cardiaca vissuta dallo stesso Troisi.
 
 
LA TRAMA
 
Nei primi Anni Venti, durante l’epoca fascista, un giovane medico italiano interessato alle nuove teorie psicoanalitiche segue la menomazione di Camillo, barbiere di Acquasalubre costretto alla sedia a rotelle. È affetto da una paralisi di origine psicosomatica, causata dalla rottura del fidanzamento con Vittoria (Jo Champa). Durante un viaggio a Lourdes conosce Orlando (Massimo Bonetti), aspirante poeta, di cui diverrà amico, la cui menomazione però è fisiologica. Accudito e protetto da suo fratello Leone (Marco Messeri), Camillo utilizza la sua ‘malattia’ per ottenere le cose più facilmente, per essere ascoltato.Infatti Camillo riprende a camminare quando apprende che Vittoria ha interrotto la relazione con Bernard il suo nuovo fidanzato. Uscito con Orlando, Vittoria e una sua amica, Camillo verrà denunciato da quest’ultima per aver detto una battuta sul duce; e dopo essere stato pestato da un gruppo di squadristi, involontariamente parte un colpo di pistola che va a ferire uno di loro, e Camillo – ritenuto responsabile – viene arrestato. A causa di questi eventi, contemporaneamente alla decisione di Vittoria di tornare a Parigi, Camillo ricadrà nuovamente nella sua malattia, fino a quando il suo amico Orlando, divenuto un funzionario della cultura, si interesserà a farlo uscire di prigione. Uscito dal carcere, avendo scoperto che il fratello Leone gli nascondeva le lettere dell’amata, decide di andare a Parigi per ricongiungersi con lei.
 
 
ANALISI FILMICA
 
Realizzato tra Roma, Lucera (Foggia) e Parigi, Le vie del Signore sono finite è un film dove c’è veramente di tutto: sentimento, amore, amicizie, malattie, bugie, Storia, politica, viaggi. In questo film, una commedia meno comica rispetto alle precedenti, ritornano i due motivi fondamentali di tutto quanto il cinema troisiano: la malattia, in questo caso quella psicosomatica del protagonista, e il rapporto uomo-donna, ossia l’amore; a questi poi si aggiungeranno e si intrecceranno altre tematiche che metteranno in maggior rilievo le difficoltà di comunicazione dei personaggi. Ma il film verte anche su due tematiche molto lontane tra loro come l’avvento del fascismo e la diffusione della psicoanalisi. Quest’ultima poi ha sempre affascinato Troisi che ovviamente non ne è certo un esperto; così, per poter trattare adeguatamente l’argomento, si affida alle conoscenze di Anna Pavignano, appassionata di psicologia: la loro idea è che poteva esistere allora in Italia un medico interessato a questa scienza che stava studiando un ‘caso’ e che si consultava con un illustre collega di Vienna forse identificabile in Georg Groddeck. È lui la voce narrante del film che segue l’evoluzione delle paralisi psicosomatica del protagonista.
L’intera vicenda può essere letta sotto il segno di una duplice malattia: la malattia della società e quella del singolo. Nella prima scena veniamo subito a conoscenza della vicenda: un giovane medico interessato alla psicanalisi scrive ad un professore austriaco per esporgli il caso di Camillo Pianese che soffre di una malattia psicosomatica che gli paralizza le gambe, e che individua in una radice psicosomatica, cogliendo il nesso tra la paralisi del suo paziente, e la fine della sua storia con la sua amata Vittoria, figlia diletta del direttore delle terme del paese; questo costituisce il tipico caso in cui il malessere e la sofferenza della mente si manifesta e si riversa in quella fisica, del corpo: “psicanalisi … malattia psicosomatica, legame fra anima e corpo. Tutto questo ci porta al cuore del film, verso la parte più misteriosa di noi, l’inconscio … ai rapporti che il nostro io cosciente instaura con esso per riuscire a trovare un compromesso di comunicazione e di vita. Attraverso il male del corpo noi vediamo in Camillo un male più profondo, un dolore non espresso … il corpo è la parte sana di Camillo, reagisce al dolore che la coscienza non vuole ammettere. E la paralisi è la manifestazione fisica delle sue paure1 ([1] A. Coluccia, (a cura di), Scusate il ritardo: il cinema di Massimo Troisi, Lindau, Torino, 1996, p. 52.).
 
Quindi, la malattia diventa un mezzo, un pretesto per sfuggire il dolore, ma anche l’ultima possibilità di esprimerlo e di comunicare quello che non si riesce a pronunciare attraverso le parole. Camillo cambia continuamente il piano semantico dei discorsi, aggira l’ostacolo quando diventa impossibile reggere una comunicazione profonda con l’altro, e si lascia il compito di parlare a qualcos’altro, che può essere una battuta o la malattia. Alla stessa responsabilità sfugge Camillo che sfrutta la sua malattia, attraverso la pietà, per ottenere l’amore e le attenzioni di Vittoria, quell’amore che non è più in grado di chiederle e di cui non vuole sentire il peso; e la stessa vittoria usa la malattia di Camillo come pretesto per stargli vicino, per poterlo vedere e amarlo. Entrambi giocano a nascondersi, cercando un codice di comunicazione diverso. Ed è proprio questa comunicazione indagata, attraverso le sue disfunzioni e le sue difficoltà da un punto di vista anomalo, a costituire il soggetto del film. A Troisi piaceva contrapporre il quotidiano con l’esasperato, senza passaggi intermedi e banali, e la malattia gli dava l’opportunità di fargli vivere certe situazioni in apparenza normali, in modo profondo. Dunque, questo guardare e osservare le cose da un’angolazione diversa, permette di scomporre la realtà, penetrarla in profondità, rivelandone così le ambiguità celate. E la malattia rappresenta sia l’oggetto di tale disvelamento, in quanto l’immobilità fisica di Camillo nasconde un male più profondo, sia uno strumento con cui rovistare nelle paure e nei sentimenti dell’animo umano per coglierne l’universalità attraverso l’esasperazione. Anche Leone utilizza la malattia del fratello Camillo, come una sorta di scudo dietro cui nascondere i propri fallimenti, grazie alla sua malattia riesce a dare un senso alla sua vita, impiegando tutte le sue forze nell’accudire il fratello malato, preferisce assumere la malattia del fratello, dedicarsi alla sua vita piuttosto che non doversi occupare della propria, e fingere di non avere alcuna possibilità di vivere pur di ammettere a se stesso e agli altri di non saperlo fare. Inoltre, a evidenziare maggiormente il legame esistente tra il male fisico e il male interiore, dell’inconscio, in Camillo, c’è la malattia reale del suo amico Orlando, il quale vive una condizione irreversibile, che non dipende dalle sue paure, dalle sue incertezze o dai suoi desideri (come accade invece per Camillo). Il protagonista, malato immaginario, sente il bisogno di entrare a contatto con la malattia vera per poter affermare la propria alterità rispetto a esso e dirsi che la malattia esiste, è reale, ma non gli appartiene: per il “ Troisi autore … questo espediente serve per riuscire a raccontare - attraverso la mobilità del punto di vista - la complessità dell’animo umano, dei rapporti fra le persone, delle nostre paure, senza correre il rischio di appiattirsi su un’unica visione e di tradire la complessità della vita2 (A. Coluccia, op. cit., p 56).
 
Camillo riacquisterà l’uso delle gambe in concomitanza alla rottura del fidanzamento tra Vittoria e Bernard il suo nuovo fidanzato, guarigione questa che terrà nascosta a tutti, e che è dovuta all’affiorare della speranza di poter ricostruire un rapporto con Vittoria; ma questa guarigione non ha nulla di miracoloso, anzi, per Troisi è difficile che accada un miracolo per cambiare la nostra vita, migliorarla, o per realizzare i nostri sogni.
Infatti già in Ricomincio da tre Gaetano guarda con scetticismo suo padre che prega ogni volta la Madonna perché gli faccia ricrescere la mano destra amputata, invece in Le vie del Signore sono finite la Madonna appare in sogno alla sorella di Camillo e al suo amico Orlando, e gli raccontano che alla vista della Madonna entrambi sono rimasti senza parole senza sapere cosa chiederLe affidandosi alla Sua misericordia. Camillo fa dell'ironia anche su questo ritenendo la Madonna una furba perché appare solo a coloro che non sanno cosa chiederle mentre se fosse apparsa a lui non avrebbe esitato a chiederLe donne, soldi e guarigione. Oltre al miracoloso anche il sorprendente può cambiare le nostre condizioni della nostra esistenza: in Ricomincio da tre Gaetano cerca di convincersi di possedere dei facoltà paranormali in grado di spostare oggetti con la sola forza del pensiero, poteri che se possedesse realmente potrebbero cambiargli economicamente la vita; ma ovviamente non accade nulla e i protagonisti si troveranno costretti a superare le difficoltà della vita quotidiana con le proprie forze reali. E non termina qui: interviene anche la sfortuna ad appesantire il tutto, ad aggravare questa vita senza privilegi. Infatti quando Camillo si presenterà presso una casa farmaceutica per vendere le sue lozioni miracolose una contro qualsiasi tipo di dolore e l’altra contro la caduta dei capelli, una statua del Duce ed un rigido e perentorio funzionario gli faranno capire l’inutilità delle sue invenzioni, in un paese dove uno senza capelli dice che l’unica via della salvezza è il dolore. Ma la sfortuna colpisce non solo Camillo ma anche il suo medico: infatti non sa che le lettere che fa pervenire al professore austriaco non gli verranno mai consegnate perché strappate dalla donna che ritira la posta: odia gli italiani; e così il povero dottore, che tanto sperava di perseguire questo percorso professionale, a causa delle difficoltà economiche e delle mancate risposte del professore austriaco, decide di andare a lavorare nella fabbrica di bottoni del padre.
 
Le vie del Signore sono finite è ambientato nell’Italia degli Anni Venti, agli albori del fascismo, e in particolare in un paesino del sud che ne vive gli effetti di riflesso, tanto da toccare i personaggi e soprattutto Camillo, che si rende fautore di una personale rivoluzione contro la dittatura attraverso una battuta sul Duce, quando, per colmare il vuoto del suo caro amico, organizzerà a sua insaputa un incontro con Vittoria e una sua amica, e sarà quest’ultima a denunciarlo per la facezia detta e che gli costerà un pestaggio da un gruppo di fascisti e la successiva carcerazione a causa dell’involontario ferimento di uno di loro da parte protagonista avvenuta nel corso di una colluttazione. Camillo resterà in carcere per tre anni, e – ciliegina sulla torta – Vittoria comunica a Camillo la sua imminente partenza per Parigi. Camillo somatizza ancora una volta la paura di perderla e gli si paralizzano le gambe, distrutto dalla perdita delle speranze di una vita libera e serena, e di non poter ritrovare Vittoria temendo di restare solo; assalito dai dubbi sull’amicizia di Orlando, che nel frattempo gli confessa di essersi innamorato di Vittoria (non conoscendo i reali sentimenti che Camillo prova per lei) e che non gli manda alcun aiuto dopo essere diventato funzionario del partito fascista. Camillo ha paura di essere tradito negli affetti, di essere escluso dalla vita che scorre fuori; e queste paure non possono essere espresse se non attraverso la paralisi del corpo, che si rifiuta di vivere quando tutto intorno è morto. Il fascismo “diventa … metafora della paura, dell’impossibilità di esprimersi, della necessità della fuga. Blocca anche quello che c’è di vitale e creativo nella nevrosi di Camillo. Egli … fuggendo dalla realtà, cerca di costruire un mondo alternativo a partire proprio dal suo io immaginario:quando non sa adeguarsi alla crudeltà del mondo o ai fallimenti esistenziali … prova a piegare a sé, … gli eventi e i rapporti con le persone. Per farlo si serve della paralisi, delle bugie, delle invenzioni … [Camillo inventa una medicina per guarire la sua malattia, ma non sarà essa a guarirlo, a farlo camminare, ma il bisogno di crederlo] … Fascismo e malattia sono…due patologie [Storia e corpo] e, soprattutto sono il segno di un’unica difficoltà di esprimersi e di comunicare3 (A. Coluccia, op. cit., p. 55.).
 
Emerge un’altro tratto all’interno di questo film, attraverso le lettere scritte dall’analista su tale caso e che concerne la bugia alla quale Camillo ricorre per attirare le attenzioni degli altri su di sé, per essere ascoltato. Addirittura, stando alle sue parole, la causa della paralisi che lo ha colpito alle gambe sarebbe da attribuire ad un atto eroico compiuto, e quindi anche la malattia psicosomatica può essere vista come un modo per ottenere più facilmente quello che vuole: il sottile quanto labile confine tra la malattia falsa e quella vera, fra verità e bugia, è nella difficoltà di Camillo ad affrontare la realtà quotidiana con tutti i suoi problemi. Lo stesso Camillo rivela al suo amico Orlando, che gli confida di sentirsi solo, che se vuole conquistare le donne deve imitarlo, cioè deve raccontare un sacco di bugie; anzi, gli consiglia addirittura di servirsi della poesia per farle innamorare. Dunque, tra i personaggi interpretati da Troisi il bugiardo per eccellenza è incarnato proprio da Camillo, in quanto la sua condizione di malato psicosomatico lo mette in stretta relazione con la menzogna. La bugia risiede proprio in questo, in questa malattia con cui riesce a ingannare gli altri e se stesso, fingendo una invulnerabilità che non possiede. A questa menzogna del corpo, anzi dell’anima, si aggiungono quelle che Camillo dice con le parole, in un film in cui, mai come in altri, “ … le parole servono ai personaggi per nascondersi, per confondere la realtà, per non dire ciò che sarebbe necessario dire o per comunicarlo in modo estremo, attraverso la sua negazione4 (A. Coluccia, op. cit., p. 64.).
 
Camillo, nei suoi interminabili discorsi menzogneri, non fa altro che erigere delle enormi barriere tra sé e gli altri, in particolare tra sé e Vittoria, la donna che ama; quando Vittoria lo abbandona mettendosi con un ‘biondino’, Camillo nasconde il dolore causato dall’abbandono e lo trasforma in disappunto. Ed è proprio in questo minimizzare e spostare che consiste la sua menzogna, che gli è necessaria per mantenere le distanze da ciò che prova, difendendosi così dalla violenza della vita. Ma il bisogno di mentire per difendersi dalle passioni e da rischio di vivere colpisce non solo Camillo ma anche gli altri personaggi del film: Vittoria finge di essere innamorata di Bernard e non amare più Camillo; Leone evita di pensare al vuoto della sua vita, affannandosi a colmarla con la vita e la malattia del fratello. Questa loro fuga dalla vita comporta la loro incapacità di scegliere secondo i loro desideri e l’impossibilità di comunicare, così Vittoria lascia Bernard e si trasferisce a Parigi seguendo la sua famiglia, mentre Camillo non fa nulla per impedirglielo; e questo turbine di bugie ed equivoci non fa altro che allontanare i personaggi proprio nel momento in cui vorrebbero riavvicinarsi, finendo così per isolarsi, diventando estranei agli altri, per escluderli dalla propria esistenza. Dunque, mentire ha una molteplice valenza ambigua, come accade un po’ in tutto l’universo poetico di Troisi. Infatti, mentire può essere necessario, così come può essere necessario proteggersi dal dolore, adattarsi alla vita in modo da non esserne travolti; così il bisogno di chiedere agli altri le bugie diventa un modo assurdo per affermare questo bisogno, quasi una richiesta di ragionevolezza.
Il tema della cultura viene affrontato anche in questo film, e possiamo individuarlo nella scena in cui Camillo, accompagnato da suo fratello Leone, si reca a Lourdes dove però non riceve la grazia, nel viaggio di ritorno in treno verso casa incontra Orlando un giovane paralitico aspirante poeta piuttosto solitario e malinconico con cui fa amicizia. La personalità di Orlando è molto diversa da quella di Camillo, è un ragazzo intelligente, scrive poesie e soprattutto non dice bugie. L’unica cosa che li accomuna è il loro profondo senso di solitudine e il ricercato bisogno di amore. Per entrambi il desiderio di amare è molto più forte del desiderio di ritornare a camminare: lo stesso Orlando confida a Camillo che rinuncerebbe per sempre a camminare se solo trovasse l’amore della sua vita, mentre Camillo ripiega sui suoi sordidi stratagemmi per ottenere quello che vuole, anche la finta paralisi alle gambe. La soddisfazione dello spirito viene dunque preferita alla salute del corpo. Questo incontro con Orlando serve e Troisi per ironizzare un po’ sul concetto di inconscio, sulla propria opinione dell’intelligenza. Quando Orlando dice che sta scrivendo una poesia, Camillo gli chiede: “Scusate ma voi siete uno intelligente? A Napoli, per uno intelligente si intende uno colto, che ha studiato”, creando una sorta di sottile ironia sulla cultura contemporanea quando confessa a Orlando di non leggere libri, in quanto i libri sono tanti, miliardi e milioni, e prosegue dicendo che lui è uno solo a leggere e gli altri sono milioni a scrivere, quindi non riuscirà mai a raggiungerli. La battuta è divertentissima, quindi, proprio perché Camillo mescola la cultura intesa tradizionalmente ad un tipo di espressione puramente dialettale (in questo caso napoletana) ma non per questo inferiore. Questo concetto di Troisi sembra rispecchiare un paradosso sulla condizione dell’intellettuale contemporaneo che vede mutato il suo rapporto con il libro; e quando Orlando gli leggerà la sua laconica poesia e tutti risponderanno che è già finita, Camillo“ … continuerà la sua performance sulla pseudo-cultura che abbraccia anche la poesia: gli intelligenti comunicano con il linguaggio della sintesi poetica, invece l’affabulazione è il linguaggio degli ‘ignoranti’5 (A. Franzese, Le vie del Signore sono finite, in F. Chiacchieri, D.Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 83).
 
Al ritorno da Lourdes, in stazione ad attenderlo c’è Vittoria, la sua ex fidanzata, una ragazza  inquieta e misteriosa che ogni tanto si lascia prendere dalle sue debolezze scappando di fronte agli ostacoli e alle difficoltà; i suoi genitori non vogliono che lei stia con un barbiere in quanto non adeguato al rango sociale di un medico delle terme. Ma in realtà Vittoria prova dei sensi di colpa nei confronti di Camillo e quindi cerca di confortarlo, di sostenerlo e stargli vicino; altro argomento molto caro a Troisi ricorrente nei suoi film, quello appunto della difficoltà da parte sua a vivere una relazione d’amore con donne più intelligenti.
Orlando, divenuto un addetto al ministero della cultura, si interessa finalmente della scarcerazione di Camillo, e riacquistato di nuovo l’uso delle gambe, torna in paese dove rincontra suo fratello anch’egli diventato nel frattempo fascista, e sarà costretto a vivere barricato in casa con la gente che lo assedia convinto che sia stato miracolato. Ma una notte Camillo scopre che suo fratello Leone gli nascondeva le lettere che Vittoria gli scriveva da Parigi. Il personaggio di Leone risulta essere ben caratterizzato grazie anche alla buona interpretazione di Marco Messeri “ … un talento limpido e personale. Una recitazione ricca, sfumata, docile, sempre sotto e dentro, capace di togliere per dare di più”6 (A. Spinaci, Attori: l’anello mancante, in F. Montini, (a cura di), Una generazione in cinema. Esordi ed esordienti, 1975-1988, Marsilio, Venezia, 1988, p. 233.). Leone colleziona soldatini, legge il corriere dei piccoli, si prende cura di suo fratello malato di cui è gelosissimo, e ritiene che egli senza di lui e le sue cure non sia in grado di cavarsela autonomamente: “Il desiderio di colmare il vuoto interiore, il desiderio di sentirsi inutili e inappagati, il malessere diffuso dell’insoddisfazione, sono argomenti già affrontati nei precedenti film, ma ora con più controllo, mentre svela apparenti verità, ne rivela di nuove, grazie al continuo gioco tra realtà e bugia, tra essere e apparire7 (A. Franzese, op. cit., p. 88.). Camillo, consumato dalla gelosia si recherà a Parigi convinto di scoprire la sua amata Vittoria in compagnia di Orlando, ma resterà stupito perché la ragazza è ancora innamorata di lui. Questa volta Camillo non vuol dire più dire né sentire bugie: “La bugia gli era servita a nascondere non il gesto in sé, ma l’incontenibile e profonda gelosia, alimentata dalla difficoltà di comunicarle una semplice verità: l’amore per lei. La rinuncia alla bugia infantile è la maturazione del sé e il superamento delle sue incertezze affettive8 (A. Franzese, op. cit., p. 89.).
 
Ma quelle di Camillo sono delle paure e delle insicurezze reali e corporee: costituiscono la sua vera forza, e vanno opponendosi alle certezze false e precostituite; la sua rassegnazione, o meglio la sua arrendevolezza, non è considerata una rinuncia tout-court, ma il tentativo di ottenere dei risultati soddisfacenti, anche per mezzo di compromessi, necessari per sopperire alle difficoltà della vita. Sarà difficile accettarla, ma si tratta comunque del trionfo del vero sul falso, della realtà sulla fantasia, dell’essere sull’apparire.
 
 
ANALISI TECNICA
 
In questa sua quarta prova filmica Troisi riconferma le sue ormai irrefutabili doti attoriali e migliora sicuramente quelle da regista, utilizzando meno inquadrature statiche su di sé e ricorrendo a movimenti di macchina più sicuri che conferiscono maggiore dinamicità alle scene.
Anche in questo film Troisi dà sfoggio della sua valenza attoriale ormai consolidata: egli “ … tenta la carta della satira e invece risulta godibile quando accentua la sua voce ironica, i monologhi [pronunciati con un tono quasi da sussurro, lievemente afono] portati all’estremo che sdrucciolano sulle battute degli altri personaggi …”9 (P. Vernaglione, Vittime innocenti.Le vie del Signore sono finite, “Filmcritica”, giugno-luglio, 1988, p. 360.).
La sua è una comicità sempre associata alla sua inimitabile mimica, alla gestualità e al linguaggio, soprattutto al suo irresistibile quanto irrinunciabile ‘dialetto napoletano’, inteso “ … come unico strumento per comunicare; il ragionare complesso ma in fondo apodittico …10(M. Reale, Le vie del Signore sono finite di Massimo Troisi, “Cinemasessanta”, n.179.); dialetto che “ … esce come schiacciato, nasale, strascicato fino al gorgoglio, criptico, dalla bocca allungata, appiattita…[assomiglia stranamente a Eduardo De Filippo] … Soprattutto per quel suo modo di ripetere le cose, di dire e ridire le battute, magari dopo essersi fermato per asciugare il sudore … anche per una certa cattiveria vendicativa, per l’‘antipatia’ con cui caratterizza il suo personaggio ammalato non solo nel corpo, ma anche nella mente e nel cuore …11 (M. Hochkofler , (a cura di), Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 164 ). Il film vive i suoi momenti migliori quando si viene a creare una perfetta fusione tra interno ed esterno, quando anche le gag più gustose vengono a inserirsi nella vicenda; ma questo non riesce sempre in quanto risulta essere difficile far desistere Camillo-Troisi dal monologare: “il film si allunga e si disperde in interminabili primi piani, si sfilaccia in gag e personaggi marginali messi lì solo per fare da spalla a qualche battuta, e sacrifica spunti interessanti [il medico interessato alla psicanalisi] che rimangono un po’ scoloriti sullo sfondo12 (A. Zamparelli, Le vie del Signore sono finite,“Segno Cinema”, n.1, gennaio 1988, p. 72.).
 
La cosa che risulta essere più interessante è la capacità di rappresentazione di Troisi di personaggi maschili lontani dalle convenzioni dominanti nell’epoca in cui il film è ambientato. Il personaggio di Camillo è molto diverso dagli altri, anche un po’ particolare: bugiardo, poco coraggioso, molto lontano dal trionfo della virilità esaltato e ostentato dal fascismo. Camillo è un uomo fuori dal suo tempo, delicato e debole: ma nel percorso cinematografico di Troisi, la debolezza dei suoi personaggi (che era forse anche un po’ la sua) era la sua vera forza. In Le vie del Signore sono finite si intravede la necessità di raccontare, di disporsi nel ‘cinema’ e di adattarsi alle regole della finzione. Non a caso la comparsa del tragico, sembra dare una connotazione storica al personaggio, che vi sfugge sottraendosi inconsapevolmente alla Storia con le battute gaffe ‘psicosomatiche’. Chi invece non sfugge è Orlando, l’amico poeta, condannato realmente alla paralisi, e Leone, fratello di Camillo, che trova un senso alla propria vita colmandola con la malattia di suo fratello, e che non accetta il dramma dell’allontanamento.
 
Troisi era un cineasta particolare: genio e sregolatezza caratterizzavano i suoi film. Questo in particolare ha un ritmo molto disordinato, la macchina da presa salta da una situazione all’altra, il tempo è molto dilatato e l’intreccio particolarmente appassionante e complesso e con coordinate precise: Troisi sostiene che non è ancora perfettamente a suo agio con la tecnica [cinematografica], che preferisce lavorare sugli attori, per la prima volta ha disegnato le scene in bozzetti, ha pensato al film anche come movimenti di macchina. E se a volte sembra indugiare sui primi piani del protagonista mentre si inerpica nei suoi monologhi, allontanandosene e cercando altri punti di vista, altre volte invece resta fermo su una scena aspettando con i personaggi che escono e rientrano nel quadro, scruta le scene da fessure e grate, quasi fossimo su un immenso palcoscenico scomposto e ricomposto insieme. Massimo Troisi “ … affronta una vera prova con le esigenze di regia mantenendo l’ispirazione di un’opera dove la regia non è necessaria … Le vie del Signore sono finite esigeva di per sé una regia più complessa che invece, a dispetto dell’immutata bravura di Troisi-Camillo, diventa superflua per difetto, ossia inutile e pedante perché troppo povera13 (T. Masoni, Le vie del Signore sono finite, “Cineforum”, n. 1-2, gennaio-febbraio 1998, p. 85.). Le vie del Signore sono finite, è forse, più di tutti, il film dove l’ironia, la semplicità e la sensibilità di Troisi sono in maggior misura espresse con successo. Con questo film Massimo Troisi ha confermato appieno di non essere il cabarettista televisivo passato alla regia, e di avere la personalità di un vero e proprio autore.
 
Salvatore Gervasi, novembre 2005. Prima pubb: Lankelot.com
 
Regia: Massimo Troisi. 
Sceneggiatura: Massimo Troisi ed Anna Pavignano.
Direttore della Fotografia: Camillo Buzzoni.
Montaggio: Nino Baragli. 
Interpreti principali: Massimo Troisi (Camillo), Jo Champa (Vittoria), Marco Messeri (Leone), Massimo Bonetti (Orlando), Clelia Rondinelli (Adele), Enzo Cannavale (il padre).
Musica originale: Pino Daniele.
Scenografia: Francesco Frigeri. 
Costumi: Cristiana Lafayette.
Produzione: Mauro Berardi per Esterno Mediterraneo.
Origine: Italia, 1987.
Durata: 118 minuti.
Articoli e approfondimento: www.cinematografo.it

 

Troisi Massimo Ricomincio da tre di Salvatore Gervasi
Troisi Massimo Scusate il ritardo di Salvatore Gervasi
ISBN/EAN: 
8017229426445

Commenti

"Emerge un altro tratto all?interno di questo film, attraverso le lettere scritte dall?analista su tale caso e che concerne la bugia alla quale Camillo ricorre per attirare le attenzioni degli altri su di sé, per essere ascoltato."

> Allora aggiungo il tag "menzogna", considerando le molteplici attestazioni analizzate qua e là, potrebbe essere interessante. Aspetta...

" La bugia risiede proprio in questo, in questa malattia con cui riesce a ingannare gli altri e se stesso, fingendo una invulnerabilità che non possiede. A questa menzogna del corpo, anzi dell?anima, si aggiungono quelle che Camillo dice con le parole, in un film in cui, mai come in altri, ? ? le parole servono ai personaggi per nascondersi, per confondere la realtà, per non dire ciò che sarebbe necessario dire o per comunicarlo in modo estremo, attraverso la sua negazione?4 (A. Coluccia, op. cit., p. 64.)."

> divertiti...
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=Menzogna

"confessa a Orlando di non leggere libri, in quanto i libri sono tanti, miliardi e milioni, e prosegue dicendo che lui è uno solo a leggere e gli altri sono milioni a scrivere, quindi non riuscirà mai a raggiungerli."

> Martin Eden di London ebbe una reazione un po' diversa, di fronte allo stesso problema:)

"Il personaggio di Leone risulta essere ben caratterizzato grazie anche alla buona interpretazione di Marco Messeri"

> ti confido che dubitavo Messeri fosse in grado di "buone interpretazioni" al cinema. Ogni volta che sento nominarlo penso alle vignette di Disegni e Caviglia:)

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