C’è una terra in prossimità di un confine, quella che separa il Texas dal Messico, in cui una desolazione stanca e ripetitiva ha annichilito gli ultimi residui del sogno americano. Resistono a questa evidenza solo i mandriani, figli primogeniti di queste lande desolate che conservano ai loro occhi una primordiale e sempre incantevole bellezza. Oramai convivono con il progresso e la tecnologia, seppur subita in dosi minori rispetto al ricco e opulento Nord America; non si stupiscono più di tanto nell’osservare i vezzi dei borghesi trapiantati in loco alla ricerca di un paradiso possibile quanto improbabile. Ma soprattutto, tengono vivo e alto il valore virile dell’amicizia. Ed è proprio sull’etica dell’amicizia che Tommy Lee Jones, sessantenne attore americano, costruisce la sua sorprendente opera prima, premiata a Cannes per la solida sceneggiatura e per la sua interpretazione da protagonista.
Melquiades Estrada, immigrato clandestino proveniente dal Messico, si offre come mandriano al ranchero Pete Perkins (Tommy Lee Jones). I due diventano ottimi amici e costruiscono un legame profondo che supera differenze identitarie e di età; condividono vita ludica e lavoro nel ranch, passeggiate e scorribande nella natura selvaggia e intime aspirazioni. Melquiades racconta a Pete della famiglia che non vede da più di cinque anni, auspica di tornare, un giorno, o perlomeno di esser sepolto in terra natia, un luogo appartato e sperduto oltre confine chiamato Jimenez. E gli strappa una promessa: semmai dovesse prematuramente morire l’amico dovrà far di tutto per seppellirlo dove sono i suoi cari, nella sua terra. Il destino sembra sinistramente in ascolto; Mike Norton (Barry Pepper), giovane poliziotto di frontiera razzista e violento, appartatosi con una rivista pornografica tra le erbe secche di una distesa immersa nel silenzio – e non accorgendosi di essere nelle vicinanze di una fatiscente dimora solitaria, quella di Melquiades -, è interrotto improvvisamente dal suono di uno sparo. Prende il fucile, punta in lontananza e spara anche lui, ma verso una sagoma: è Melquiades, che aveva liberato dei colpi per allontanare un animale selvatico. Norton si avvicina e, con orrore, scopre di averlo ucciso. Nessuno è testimone dell’accaduto, ma le pallottole ritrovate sono una prova. Dopo una breve e personalissima indagine Pete ha il suo uomo, qualcuno a cui far pagare la colpa della dolorosa perdita, qualcuno da ricondurre, in una sorta di iniziazione-espiazione che si muove a ritroso, lungo un sentiero percorso al contrario rispetto alla consuetudine dei clandestini: dal Texas al Messico. Braccato dalla polizia di frontiera, Pete condurrà, senza nessuna forma di scrupolo o pietà - lungo un percorso di una durezza impressionante -, il giovane poliziotto, accompagnato dal cadavere dissotterrato di Melquiades, fino alle soglie del luogo descritto dal clandestino messicano. E qui qualcosa non torna, nessuno conosce Melquiades e né tanto meno un posto chiamato Jimenez, ma l’ombra del dubbio sulla veridicità delle parole dell’amico non sfiora nemmeno per un attimo i pensieri di Pete: troverà il posto, libererà l’estenuato giovane poliziotto redento dagli eventi, e sparirà nelle immense distese solitarie. Convinto di aver restituito all’amico e a se stesso frammenti ultimi di un destino che aveva scelto di farli incontrare.


Come si lasciava presagire in apertura, Le tre sepolture è un’opera prima convincente che trova nella sua storia minima motivi per alte dissertazioni esistenziali. La colpa, l’espiazione, un percorso di dolorosa redenzione e il valore universale – e mai troppo scontato e semplice – dell’amicizia, sono temi che invitano lo spettatore all’immedesimazione e cercano nelle vastità emotive delle nostre intime esperienze di uomini a confronto con l’alterità. Non ci sono lacrime né sentimentalismi, ammiccamenti o facili buonismi; Tommy Lee Jones costruisce un cinema rigoroso ed essenziale, sorretto da un’ ottima sceneggiatura e da una sapiente regia che privilegia la storia ai personaggi. Regia che sceglie di indugiare sulla natura selvaggia, attraverso panoramiche che danno un senso di dispersione e solitudine che solo i consumati cowboys, sia pur contemporanei, possono sopportare (assaporare). L’omaggio (l’ispirazione principe) è alle tematiche e alle atmosfere del cinema di Clint Eastwood, nonchè ai suoi personaggi disadattati e antieroici; figli d’una America sconosciuta agli abitanti delle megalopoli e lontanissima dal sogno americano. La sceneggiatura è di Guillermo Arriaga, conosciuto per le due prove con il messicano Inarritu (Amores Perros, 21 grammi) – dato assai evidente nella struttura narrativa a salti, tra eventi del passato e del presente che si sovrappongono e che danno vita ad un montaggio (alla Pulp Fiction, per capirci) che, piaccia o meno, ha da tempo fatto scuola.

Nonostante una regia fortemente narrativa i due protagonisti hanno modo di evidenziare la loro piena aderenza allo stile della pellicola: un Tommy Lee Jones che dirige se stesso e che disegna un personaggio cupo e consumato dai segni indelebili del tempo, affatto abbattuto dal dolore, e messaggero di un’ utopia che si realizza nel mondo di celluloide, ma che è talmente realistica da farci avvicinare al suo sentire quasi fossimo noi stessi ad avere un debito nei confronti di Melquiades. Invitandoci a riscoprire la coerenza d’un valore puro come l’amicizia; spesso perduto, annacquato o ingrigito dai dis-valori della società globale e massificata.
Un’opera prima con parecchi pregi, dunque, che dalle feritoie di un solido impianto etico ed ideale filtra una non marcata quanto persistente malinconia. È forse per Lee Jones l’inizio di un percorso autoriale che è oltre il puro e semplice artigianato - attore neo regista che, su queste basi, può oscurare la sua pur dignitosa carriera di (quasi) star hollywoodiana.
Regia: Tommy Lee Jones. Soggetto e sceneggiatura: Guillermo Arriaga. Direttore della fotografia: Chris Menges. Costumi: Kathy Kiatta. Scenografia: Phil Shirey. Montaggio: Roberto Silvi. Interpreti principali: Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Julio César Cedillo, January Jones, Dwight Yoakam, Levon Helm, Melissa Leo, Vanessa Bauche. Musica originale: Marco Beltrami. Titolo originale: “The three burials of Melquiades Estrada”. Produzione: Europa Corp, The Javelina Film Company. Origine: Usa / Francia, 2005. Durata: 115 minuti.
Commenti
"L?omaggio (l?ispirazione principe) è alle tematiche e alle atmosfere del cinema di Clint Eastwood, nonchè ai suoi personaggi disadattati e antieroici; figli d?una America sconosciuta agli abitanti delle megalopoli e lontanissima dal sogno americano. La sceneggiatura è di Guillermo Arriaga, conosciuto per le due prove con il messicano Inarritu (Amores Perros, 21 grammi) ? dato assai evidente nella struttura narrativa a salti, tra eventi del passato e del presente che si sovrappongono e che danno vita ad un montaggio (alla Pulp Fiction, per capirci) che, piaccia o meno, ha da tempo fatto scuola. " > grazie per la segnalazione di questa interessante opera prima, e per gli opportuni accostamenti. Il dna del progetto, adesso, è decisamente più chiaro.
Salut
gf
Il film mi ha deluso. L'ho trovato scialbo, mi ha trasmesso molto poco. Interessante il luogo della frontiera, e dell'incerta competenza di altre leggi che non siano, appunto, l'amicizia o la vendetta (giustizia? mmm), ma con dei silenzi non giustificati dalla fotografia, dalle musiche o dal resto non detto. Ho avuto poca difficoltà nel sopirlo tra i ricordi.
Ah! Le musiche. Ditemi, ditemi. Chi suona e come suona e come e quanto è importante la musica nel film.
Le musiche sono essenzialmente dei blues, congruenti allo scenario e alla storia raccontata. Al contrario di Arpa considero questa un'ottima opera prima, ben sceneggiata e ben girata. Insomma, mi aspetto buone cose dal Tommy Lee Jones regista.
Qualche notizia sulla dignitosa carriera d'attore di TLJ?
Ha cominciato negli anni settanta, lavorando anche con discreti registi, ma ha ottenuto la notorietà vincendo l'oscar come non protagonista per "Il fuggitivo" in cui era spalla di Harrison Ford. Da li molti ruoli: "Il cliente", "Assassini nati", "Batman Forever" e "Men in black" i film più noti. Ebbe un ruolo anche in "JFK" di O. Stone, e lavorò con Eastwood in "Space cowboys". Di recente è stato nel cast dell'ultimo Altman, "Radio America".
Molto bene. Molto chiaro. Un buon caratterista.
Compagno di stanza di Al Gore e Erich Segal al college. Uno tra lui e Gore (o un ibrido dei due) è il protagonista di Love Story scritto proprio da Segal. Così ho letto non ricordo più dove.
é lui.
mentre leggevo, pensavo a pedro paramo, di juan rulfo. libro che ho iniziato due o tre volte. letto a sprazzi. melquiades è un nome che si trova anche lì. poi, certo, arriaga è messicano. come rulfo. colpe, redenzione. stacchi. film a episodi che sono legati tra loro. tecnica letteraria, questa. e rulfo ci sta a pennello. storie che si incrociano. un uomo che torna al paese di un altro. qui di un amico, nel libro della madre. incontra storie che parlano. non lo so. suggestioni, ecco. ieri sera visto amoresperros. il montaggio alla pulp fiction. già. poi magnolia. e crash. ummmm.