“Cara Wendy…” - così comincia ad introdurre l’io narrante. Dick, ragazzino al margine di una sperduta provincia americana, ha un padre che lavora in miniera e che lo vorrebbe li con sé. Dopo pochi giorni il giovane si accorge di essere inadatto a quella vita monotona e senza futuro. Non ha la madre ed è seguito da una anziana donna di colore nonna di un suo coetaneo. Un giorno, cercando un regalo per il nipote della signora, si imbatte in una vecchia pistola giocattolo che invece di donare al ragazzo terrà con sé. Passa qualche anno, Nick trova lavoro in un emporio, suo padre muore e la signora di colore se ne và. Nick ora è solo, preda del suo mondo interiore e poco incline a socializzare. Frugando tra vecchie cianfrusaglie ritrova la pistola giocattolo che gli insinua un’ emozione strana e immotivata. È pacifista, così si dichiara con tutti; quando il suo compagno di lavoro gli fà notare che il vecchio arnese ritrovato non è un giocattolo, scende con lui nei sotterranei di una vecchia miniera per provarlo. I due ragazzi si appassionano alle armi e formano un gruppo in cui inserire altri giovani al margine del grigio paesino. È l’inizio di un’esaltazione collettiva in cui le armi, chiamate tutte amorevolmente per nome, diventano certezza esistenziale e sicurezza emotiva. Pistole da tenere con sé per aumentare l’autostima, pur dichiarandosi tutti pacifisti. Un finale inquietante e irragionevolmente autodistruttivo evidenzierà l’errore da tutti commesso: le armi trasformeranno i ragazzi in esaltati carnefici. Wendy, come si scopre dopo una mezz’ora di film, non è un’amica lontana a cui scrivere, ma il nome della pistola di Dick.

Thomas Vinterberg, già autore del crudo e scorretto Festen (1998), e dopo il flop Le forze del destino, torna a lavorare col famoso connazionale
Lars von Trier con il quale fondò il movimento “
Dogma”.
L’ambientazione scelta è la desolata provincia americana, già protagonista del Dogville e del successivo Manderlay di von Trier.
Lo sguardo di Vinterberg è altrettanto impietoso e regala suggestive similitudini con le opere citate. Cambia, oltre che la storia, la modalità narrativa e il ritmo. Oramai lontano dal “Dogma”, il regista danese sceglie giovani protagonisti figli dell’insensato che li circonda. L’America è la patria delle armi che circolano facilmente, le sue realtà al margine vivono un orizzonte claustrofobico e senza possibilità di riscatto, le forze dell’ordine sono marionette - soprattutto in provincia - dal piglio invasato e dalle modalità violente. In siffatto panorama la follia è una consuetudine, ed essendo azzerate le prospettive per il futuro, tutti si sentono legittimati a far tutto, soprattutto i ragazzi - sempre fuori controllo e con famiglie assenti. Il tema scelto è, nella fattispecie, inquietante: l’insicurezza porta ad infatuarsi delle armi e a scriver loro addirittura lettere d’amore!
Certo, la visione del duo antiamericano - dichiarato - è un po’ manichea, ma evidenzia chiaramente le contraddizioni dell’americano medio-basso (nonché dei suoi governanti…) che mi sembra siano difficili da negare. Basta guardare alla cronaca contemporanea e non ci si sorprende più di tanto. Fatte salve tutte queste premesse, c’è da dire che non tutto nel film funziona bene. Ad una prima parte assai lenta e descrittiva, fa seguito una seconda fin troppo rapida e dal finale un po’ grossolano. Il ruolo di Dick è affidato a quel Jamie Bell che ricordiamo - assai cresciuto da allora - piroettante danzatore nel piccolo gioiello Billy Elliot; Bill Pullman, invece, incarna il poliziottesco stereotipo dello sceriffo paesano, dal ghigno impossibile e fastidioso.

È d’obbligo soffermarci comunque sul tema: l’influenza delle armi sulla psiche umana. L’effetto che esse hanno sui protagonisti della pellicola è assai verosimile: giovani incerti, paurosi e introspettivi, diventano spavaldi e sicuri di sé. Formano addirittura un gruppo, I Dandies, che avvicina solitudini ma che distanzia inevitabilmente dalla realtà. Fatta dimora - segreta - nella vecchia miniera, i ragazzi insceneranno vere e proprie iniziazioni, si maschereranno con buffi costumi, studieranno le armi e le traiettorie dei proiettili, diventeranno veri e propri cecchini. Anche in punto di morte - il finale sarà una carneficina - non ci sarà nessun indietreggiamento, nessun pentimento e nessuna redenzione. Solo coscienze rapite, dalle armi, per sempre. L’esasperazione di questo concetto d’amore malato per la morte si sublima pienamente nel sorriso di Dick, crivellato dai colpi della sua stessa pistola - era sua volontà nella lettera a Wendy il morire sotto i suoi colpi. Un amico, convinto di fargli un favore lo accontenterà. Pellicola riuscita a metà, pertanto, perchè pesca nel torbido e lo fa in maniera troppo furba e compiaciuta. Gli ex “dogmatici” dovranno rinnovare un po’ il loro repertorio se vorranno tornare a sconvolgere il cinema mondiale, probabilmente cercando nuove ambientazioni e nuovi registri (ho letto da poco che von Trier sta ideando una commedia). Certo, resta un messaggio da non eludere - che stigmatizza inoltre il facile ammantarsi di pacifismo: in un mondo schizofrenico, violento ed esaltato, le armi dovrebbero circolare a distanze siderali dai ragazzi. E mi verrebbe da aggiungere, anche dalla quasi totalità degli uomini.
Regia: Thomas Vinterberg. Soggetto, Sceneggiatura: Lars von Trier. Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle. Scenografia: Karl Juliusson, Jette Lehmann. Montaggio: Mikkel E.G. Nielsen. Interpreti principali: Jamie Bell, Bill Pullman, Michael Angarano, Danso Gordon, Novella Nelson, Chris Owen, Alison Pill, Mark Webber. Musica originale: Benjamin Wallfisch. Origine: Danimarca / Francia / Germania / UK, 2004. Durata: 105 minuti.
Commenti
Jamie Bell è rimasto fedele a uno stile di regia, allora: quello "furbo e compiaciuto", al di là delle distinzioni di genere. Buona disamina - magari potrebbe essere interessante compararlo con "Bowling for Columbine" di Moore o con "Elephant" di Van Sant.
Si, giusta osservazione. il filone è quello. "Elephant" e "Bowling for Columbine" trattano la stessa storia con modalità diversissime, ma sono ugualmente agghiaccianti. Più di questo, evidentemente. Altro film possibilmente comparabile - pur se ancor più diverso - è "A history of violence". Resta il tema di fondo: le armi in mano a cittadini "normali" e ai ragazzi. Solo nella civilissima America, naturalmente.
Ieri sera ho rivisto Festen e ti giuro mi ha quasi distrutto. Lo amo molto quel film. La scena del trenino organizzato per la villa è spaventoso. E quella festa mi ha ricordato la cena di Pagano. Non so perchè ma lo stesso effetto mi ha fatto.
3 - Si, un film impressionante. Lo amo anch'io: il miglior Dogma che ricordi, insieme a The Kingdom di von Trier. Adesso esce il seguito, sempre di Vintemberg. Lo sapevi?
No, non sapevo. Dear Wendy mi ha soddisfatto a metà, forse sì, un po' troppo compiaciuto.
5 - Be', non c'è paragone con Festen. Festen è geniale, Dear Wendy solo un buon film, dallo spunto interessante. Sono curioso di vedere il seguito di Festen, da quel che ho capito più scanzonato e meno agghiacciante del predecessore. Vedremo...
Qualcuno scriverà di Festen? Su!